L'unico dei mondi Sono due settimane che prima di andare a lavoro scrivo in un quaderno ciò che deve succedere durante la giornata. Non è facile perché bisogna considerare un sistema di numerose equazioni a più incognite. Il caso non è contemplato, non esiste, e bisogna essere precisi. Ieri mattina ho scritto, per scherzare: "...transito per corso Garibaldi. Dopo 74 passi dall'inizio della via, cede il sostegno di un grosso vaso in granito su un balcone al quinto piano. Il vaso precipita. Si schianta sulla mia testa quando sono al passo n.78. Mi piego dal dolore. Nausea, vomito. Dopo alcuni secondi svengo. Qualcuno chiamerà l'ambulanza, ma sarà troppo tardi..." E sempre ieri mattina ho preso il treno e sono arrivato a Milano. In corso Garibaldi ho contato i passi. Al 78esimo passo non è successo niente. All' 85esimo sento uno schianto dietro di me. Il vaso di granito è spezzato in due. La signora al quinto piano osserva spaventata. Due, tre passanti, si fermano stupìti, guardano con astio la signora. Devo biasimare qualcuno? Stamattina ho scritto la pagina di oggi. Poi ho coperto di bianchetto quella di ieri, tutta, completamente, sorridendo per fissarlo meglio.
Si è sempre verificato tutto quello che ho scritto: l'ora esatta in cui il treno arriva a Milano, il saluto distratto di un collega, io che incrocio le gambe ad una certa ora, un telefono che squilla in un'altra, un tizio che parcheggia in divieto di sosta, il vigile che gli appioppa la multa...
Ho subito cancellato la frase con una passata di sbianchetto, ridendoci sopra per fissarlo meglio.
Poco fa in ufficio mi ha telefonato la mia ragazza. Mi fa: "e allora? ti ho aspettato per mezz'ora!"
Tra l'altro non uso il cellulare, non mi avrebbe potuto chiamare.
"E perché?"
"Ma come, l'appuntamento..."
"Quale appuntamento?"
"Ieri sera avevamo deciso di fare colazione insieme stamattina..."
"Già, già..."
Mi sono scusato. Ho chiuso la telefonata cercando di trattenere le risate. Ho aperto il quaderno sulla pagina scritta stamane. Avevo descritto in dettaglio la telefonata appena avuta, ogni parola, ed anche quello che avrei fatto di lì a breve. Il bello di questa faccenda è che se faccio qualcosa per cambiare il corso degli eventi, poi scopro che l'avevo già scritto. Incredibile. Ci ho passato sopra il bianchetto, sul capoverso della telefonata, sorridendo per fissarlo meglio.
29 marzo 2004
Ti pago se mi dici sė Stamane alle 5:00 mi ha telefonato uno dei commercialisti di Silvio Berlusconi per ricordarmi di effettuare il bonifico. E' da dieci anni che finanzio personalmente le campagne elettorali di Forza Italia, ma negli ultimi dieci mesi ricordo a stento di rimpinzare le casse azzurre, a causa di alcuni problemi che avevo in merito alle scarpe strette. Nonostante l'abbia risolto nove mesi fa comprando un paio di anfibi della misura 44 e mezzo anziché 43, le conseguenze del soffocamento si sono evolute nei mesi successivi danneggiando i miei più intimi processi di consapevolezza della causa-effetto, per questioni inerenti il sistema nervoso, che non riesco a spiegare senza che il medico di famiglia mi aiuti a completare le frasi con la terminologia adeguata.
Ebbene, la gente che frequenta i comizi di Forza Italia è pagata per applaudire e gaudiare alle incommensurabili verità azzurre. Non ce n'è uno che sia sincero. Sono tutti pagati da me.
Anche Silvio Berlusconi è pagato per parlare, sempre da me. La scelta del materiale da esporre, però, spetta solo a lui, anche per quanto riguarda il completo griffato e il deodorante.
Sabato pomeriggio Fassino ha tenuto un comizio a Como. Tutto merito dei fratelli Vitòla, iscritti alla mia stessa massoneria, che hanno provveduto a pagare i presenti e la squadra fassiniana. Più gli spettatori gioivano e trattavano Fassino come il loro paparino spirituale mentre prometteva di salvare l'Italia tramite il ricorso alle pozioni di stregoneria, più i fratelli Vitòla premevano '+' e '=' sulla calcolatrice tascabile.
Poi il comizio è finito, e come succede negli altri comizi finanziati dalla nostra massoneria, se ne sono andati tutti all'osteria a bere e mangiare pizza borlottaia (mozzarela, fagioli, cipolla e salsa), ridendosela della presa per il culo a ridosso degli italiani. Che maniglie possenti che hanno ai fianchi gli italiani, pensano ogni volta, e infatti i loro incontri in osteria stanno diventando monotoni.
Alle 5:10, comunque, ho notato che mia nonna era già sveglia e si stava leggendo la rivista "Gente", così le ho detto: invece di passare la mattina presto a fare un cazzo, collegati via internet alla Banca Popolare di Sondrio e fai quel cazzo di bonifico sul conto di Silvio, ché io me ne torno a dormire. Mi ha scaraventato "Gente" in faccia e uno zoccolo in testa, dicendo: io i favori te li faccio pure ma tu non ti rivolgere così con me.
Poi mi sveglio ancora alle 8:00 per andare a lavoro.
C'è un messaggio per te sul canale 99, mi fa mia nonna con "Gente" in mano. Accendo la tv e la sintonizzo sul canale 99. La cronista dice che devo fare il numero in sovraimpressione per conoscere il messaggio. Allora compongo il numero e risponde Silvio Berlusconi in persona incazzato, il quale ho pagato io personalmente per far sì che apparisse incazzato, dicendo che alcuni operai gli stavano bonificando tutti i laghetti di Milano 2. Allora gli ho detto: ti pago se vai a tuffarti a braccia aperte in uno di quei laghetti urlando "tanti auguri Gesù Cristo", e gli ho anche detto: ti pago se mi dici di sì, e lui ha detto sì.
28 marzo 2004
Il microchip Poco fa mi è accaduta una cosa strana. Stavo compilando al mio personale computer una ipotetica richiesta di denaro a Richard Wagner, quando ho sentito un roboante rumore come di risucchio con cannuccia provenire dal giardino e contemporaneamente ho visto un lampo rosa inondare la stanza per un istante. Ho buttato un occhio all'orologio sulla sveglia, indicava le 3:01. Pochi secondi prima del lampo erano quasi le due, lo ricordo bene. Com'era possibile?
Inoltre avvertivo un dolore acuto al culo. Sono andato in bagno. Sulla schiena, infatti, proprio a livello dell'ultima vertebra, c'era una piccola cicatrice. Mi sono ricordato all'improvviso di quando a mio padre estrassero dalla colonna vertebrale il microchip alieno che gli provocava l'ernia al disco, e di quando mia madre diede alla luce quella strana creatura alata che volò via subito dopo il parto.
Allora mi sono fatto un clistere con il brodo dei broccoletti avanzati per cena. L'ho tenuto dentro per qualche minuto e quando sono andato di corpo ho notato tra le feci un piccolo sismografo. Ho capito che dunque i rapimenti alieni sono la condanna della nostra famiglia, fin dall'epoca normanna. Ho scaricato il sismografo insieme al resto e sono tornato in camera, prima però ho raccolto l'occhio spiaccicato sulla sveglia.
28 marzo 2004
Le macchine possono riprodursi da sole L'uomo tende ad essere sostituito dalle macchine. E' vero, l'ho letto sul sussidiario della quarta elementare, a proposito della famosa Rivoluzione Industriale, dove c'era l'esempio degli operai con l'ago nella catena di montaggio che cercavano di passare nella cruna, costretti da un cammello con il sigaro in mano.
Ben presto le macchine sostituiranno l'uomo anche a casa sua. La casa sarà abitata da robottini che faranno da mangiare, laveranno vestiti e puliranno il pavimento. L'uomo non dovrà fare più niente. Poi verranno i robottini che dormiranno al posto dell'uomo, faranno cacca, mangeranno, lavoreranno, scoperanno, si ubriacheranno, eccetera. L'uomo sarà espulso di casa. Cosa farà non ce ne importa niente.
Ma l'uomo dovrà essere sostituito, perché se l'uomo si sostituisse, la sua vita ne gioverebbe. Io mi sono sostituito con un simpatico ometto Lego, che non fa niente, ma non è detto che una macchina debba "fare".
In una delle fasi che precede la totale sostituzione dell'uomo, verranno create delle macchine guidabili da casa col telecomando della televisione. Se vostro figlio o vostro nipote volesse andare al Luna Park e voi non avete voglia di allacciarvi i piedi, allora caricatelo sulla macchina telecomanda, e portatelo al Luna Park. Le macchine telecomandate sono dotate comunque di volante. Alcune persone con la camicia un po' fuori dai pantaloni hanno provato ad eliminarlo, e sono state molto male. La visione di un'auto senza volante causa vomito e diarrea nell'osservatore, nei casi più insistenti ci si trasforma in ciclopi nani.
25 marzo 2004
E la sua voce cantare
La Grande Coccinella e Clint Eastwood Ieri sera, mentre arrivavo dall'ufficio in stazione di Porta Garibaldi con in mano la bottiglia ormai quasi svuotata di Montenegro, mi sono imbattuto in una grande folla di persone eccitate e rosse in volto, sul collo e sulla cornea. Mi sono avvicinato sensibilmente, così da poterle annusare. Il tanfo di sudore simile alla cipolla cresciuta in ambiente ristretto e quello di dopobarba invecchiato, mescolato ai miasmi di certi innominabili deodoranti femminili, mi ha travolto tanto da farmi barcollare, un osservatore qualunque e di poco conto avrebbe pensato che fossi in balìa del Montenegro. Invece no, un sorso dell'amaro mi ha raddrizzato sui talloni e ho potuto registrare gli eventi in corso in piena lucidità, e ho controllato che la patta fosse chiusa per via di un vecchio malfunzionamento della stessa. Stamane in ufficio compare alla finestra Foppina tutta svolazzante.
Nemesi [2] La riunione cominciava alle 10, come al solito i capi si presentarono qualche minuto più tardi. Quando entrarono, io, G. e la segretaria eravamo già dentro ad aspettarli in piedi. Dopo i saluti ci disponemmo attorno alla tavola rotonda di vetro, sedendoci sulle comode sedie in pelle. Ero di fianco al mio capo, alla sua sinistra. Alla sua destra c'erano due capi di altri due gruppi, gli altri presenti si dividevano in colleghi miei e degli altri capi.
Nemesi [1] Il pastore camminava nel sole del mattino, con gregge e cane al seguito. Arrivò in cima al colle e si sedette ai piedi del grande albero, all'ombra della sua chioma (quella dell'albero). Giugno era il mese da lui preferito. Faceva caldo, l'aria era fresca, le sue ascelle restavano asciutte. Abbracciò il fagotto del pranzo e s'appisolò.
Il Nulla: una storia veramente del cazzo La bambina trascorse i primi anni della sua vita in assoluta tranquillità. Certo accadevano fatti più o meno gravi, come infilarsi di nascosto nella lavatrice, ingoiare l'orecchio dell'orsacchiotto o andare addosso al forno bollente, ma erano i consueti passaggi previsti per una sana crescita.
Iron Man Giropazio Papetti si alzò alle sette precise. Faceva suonare la sveglia qualche minuto prima, guardava i secondi che passavano e appena scattavano le sette saltava via dal letto. Giropazio Papetti era fiero di questo tempismo. La signora Papetti, madre di Giropazio, dopo aver tentato di contattare il figlio per giorni, preferì contattare i carabinieri.
Mi sono fatto tagliare la testa ahah.
Fotogramma [5] E avevo parcheggiato, poco fa, alcune ore fa, era ieri, ieri sera, era uno schiaffo di vita nel passato, non so che farmene del presente, non me lo ricordo, mi ci schianto addosso per metabolizzarlo, fa male, lacrime strozzate, verdure triturate, piante morte, cotte, bruciate, arrese commestibili, rese più digeribili dalla cottura, per digerire la cellulosa bisogna bruciarla. Il mantenimento di una vita implica la morte attorno ad essa, l'una non può esistere senza l'altra, non si può essere vivi in due, a meno che non si alimenti ciascuno il fuoco dell'altro, fino alla fine, il fiore plumbeo nella stanza senza finestre.
Fotogramma [4] Talvolta mi stacco dal letto faticosamente, a causa dello strato di mucosa insetticida che tiene incollata la mia schiena al materasso e scopro che il caro Leslie Bisboccia non mi ha ancora scelto il vestitino da indossare. Infatti, tutte le mattine, trovo i miei pantaloncini danzanti di satin e la magliettina di carapace sullo schienale della sedia, stamattina no.
A Milano non c'č pių nessuno Mi sono recato in ufficio in auto. L'auto, però, ho preferito lasciarla giù, al parcheggio a pagamento, perché la proprietaria del palazzo disse una volta (e una sola) che i ricavi del parcheggio servono a pagare lo stipendio al portinaio. Allora feci due calcoli e andai alla sua porta e bussai, vidi l'occhio panterino dietro lo spioncino e chiesi "osti, ma quanto prende quel portinaio?" e lei rispose, con la voce ovattata dalla porta blindata, "un giorno di ricavi equivalgono al suo lordo in busta paga", e lo spioncino si chiuse (occlusione automatica).
Sito dell'ufficio ahahahah, poco fa il capo è entrato in ufficio e mi è andata di traverso la risata.
Ho scritto un libro
Siamo tutti morti Cazzo, oggi. Una giornata che inizia banalmente, senza nessuno che si apposta dietro al cancelletto per accoltellarmi. Cielo biancastro, ma si prospetta il sole. Esco per andare in stazione. La strada rolla le auto perché è così che si deve fare.
Il distributore automatico di TAC Stamattina al risveglio mi sono infilato un dito nel naso. E' una cosa che faccio spesso quando ce l'ho otturato e sono costretto a respirare l'aria fredda con la bocca. Ho ravanato con serietà e ne ho estratto una mosca morta. Ho provato la sensazione di leggerezza cranica conseguente alla liberazione delle vie nasali, senza negarmi i piaceri del riempire i bronchioli di aria filtrata adeguatamente. (*) I compact disc che ho nel cassetto li ho modificati personalmente con un coltellino da parmigiano. Il bordo è seghettato per farli sembrare delle lame rotanti, unica differenza con le lame rotanti è che non sono nati per chiamarsi "lame rotanti". Quando qualcuno entra nel mio ufficio senza bussare apro di scatto il cassetto, ne estraggo uno e lo lancio verso la gola del maleducato. Così quando subito dopo sarà invitato da uno psicopompo a recarsi al cospetto del Signore, si ricorderà di bussare prima di entrare nel suo ufficio.
Il piatto di fusilli con salsa di pomodoro piccante smaniava di odori e calore. Lo inforcai. Lei stava al posto di fronte, con un piatto uguale al mio. Dalla finestra si vedeva il cielo, frastagliato di piante, e una striscia di mare. Se mi fossi seduto al suo posto non l'avrei vista, quella striscia. Entrava nella cucina l'estremità di un ramo di sambuco. Bisognava tagliarlo. Non ne parlai.
"Ne è rimasta un po', ne vuoi?", disse, indicando la mensola.
Feci cenno di sì. Si alzò. Prese la bottiglietta e versò la salsa rimasta. Guardai gli uccelli scivolare tra le foglie, il ramo di sambuco tremò un poco. Quando finì tornai con lo sguardo nel piatto. Non guardavo mai le sue mani quando le muoveva.
Dopo due forchettate riempii il bicchiere di vino. La bottiglia non aveva etichetta. Non era male. Ne versai un po' anche a lei. Svuotai il piatto e scolai il vino rimasto. Sentivo i suoi occhi addosso.
Mi alzai, senza aggiungere nulla. Uscii dalla cucina. Andai in terrazzo, spostai la chitarra e mi sedetti sulla panchina all'ombra del fico. Da qui si vedeva il mare, la spiaggia, e un tratto di scogliera.
La finestra della cucina dava sul terrazzo. Non giungeva alcun rumore. Pensai che se ne fosse andata a dormire, uscendo in silenzio subito dopo di me. Rimasi un tempo indefinito fissando i riflessi del sole sul mare. Afferrai la chitarra e cominciai a suonare un motivo che da un po' di pomeriggi non potevo dimenticare. Tre accordi ripetuti senza fine, di cui l'ultimo lungo il doppio degli altri, note che sapevano di ombre alla clorofilla. Solo allora giunse il rumore dello sgabello, una pausa, e poi l'acqua che scrosciava sui piatti e la sua voce cantare.
24 marzo 2004
I bipedi urlanti si barcamenavano per ritirare non so quali spiccioli, chi menando sulla nuca degli astanti, chi tirando ginocchiate alle cosce dei vicini. Mi sono allontanato pochi metri per non ricevere ulteriori zaffate e ho appuntito le pupille.
La folla era radunata in prossimità di una nuova people-calamita, la cui insegna decantava "Ufficio Scommesse Garibaldi". Da un pertugio nel muro spuntava una testa di cui non davo per certo fosse attaccata a un corpo, poiché celato ai miei occhi dritti. La testa si muoveva in ogni direzione, ascoltava annunci e improperi e a sua volta li emanava. Il sudore le grondava sulla fronte.
Vicino a me atterra una coccinella gigante. Si alza tenendosi in piedi solo per le due zampette posteriori, mostrando il ruvido torace senza alcuna forma di pudore animale. Noto che è poco più bassa di me. Mi guarda con la sua testolina incavata nel corpo.
"Il mio compagno mi stava fecondando in volo, ma tutto lo sperma è caduto qui da qualche parte e mi tocca prelevarlo da sola", dice.
"Ah. Invece a me piacerebbe sapere cosa succede qui", e indico la folla.
"E' l'ufficio scommesse. I pendolari in attesa del treno vengono qui per puntare sui treni e vedere quale di essi parte più in orario rispetto agli altri"
"Che figata, magari vado a cercare un opuscolo informativo così gioco anche io"
"Non c'è bisogno, guarda là"
La coccinella indica il tabellone degli orari. Per ogni treno è segnalata la destinazione, l'orario di partenza previsto, il ritardo, il macchinista, il controllore e poi c'è una sigla.
"Cos'è quella sigla?", chiedo.
"E' il sindacato di appartenenza del treno. Tu puoi scommettere sul treno, basandoti sulle caratteristiche del macchinista e del controllore. Ma puoi scommettere su un sindacato, a cui fanno capolino più treni, certo è che la tua quota di vittoria sarà minore"
"Un po' come i fantini e i cavalli con l'ippica, allora"
"Cazzo ne sai tu di ippica"
"Già"
Resto ad analizzare la scena. I corpi dei pendolari si ammucchiano e si ingarbugliano come le formiche su un pezzettino di lardo. Alzo la patta, abbassata per metà, anche se non si nota perché il maglione ne copre una parte. La coccinella gigante mi batte sulla spalla con l'ala.
"Sì?"
"Non mi aiuti a cercare lo sperma del mio compagno?"
"No, mi fa schifo cercare lo sperma degli altri. Se vuoi ti posso fecondare io".
"Ok, dài"
Mi tolto le braghe e le mutande, restando con addosso il maglione.
"Salta in groppa!", grida radiosa la coccinella.
Mi aggrappo alle sue spalle e ci alziamo in volo sul piazzale della stazione. Piroettando sulle teste dei presenti, consumo il mio amplesso con l'insetto che stoico e fedele ai suoi scopi naturali si concede a me. Le teste della folla sono tutte alzate verso di noi, sbigottite. Vengo dentro la coccinella.
"Fammi scendere, ho le vertigini", dico.
Atterriamo proprio in mezzo alla folla che si disintegra per lasciarci passare. Uomini e donne scappano via urlando. Sono orripilati, a quanto pare. In tutta la stazione rimbombano urla e passi di gente che scappa.
"Siete proprio strani voi, a scandalizzarvi per un vostro simile nudo con solo il maglione"
"Dici? Ma posso sapere come ti chiami?"
"Mi chiamo Foppina"
"Che nome grazioso, Foppina"
"Grazie"
Aprofitto dello svuotamento della zona per avvicinarmi alla testa che spunta dal muro. Più in basso ci sono due buchi dai quali emergono le mani.
"Su cosa vuoi scommettere, giovanotto?", dice la testa.
"Quali sono i treni meglio quotati?"
"Il Milano-Lecco. E' quello con più ritardo. Non parte puntuale da tre mesi e mezzo. Se azzecchi questo ti porti a casa una intera pensione d'anzianità"
"Mi sembra troppo rischioso. Vada per il regionale Milano-Livorno, macchinista Marraro, controllore Fumagalli"
"Ok, tiè"
Una della mani mi da il biglietto.
Mentre resto in attesa guardingo sul tabellone, vedo giungere un uomo avvolto da un involucro di mucosa verdognola e trasparente. Arranca faticosamente e boccheggia. Cade per terra. Alcuni presenti, ormai ripresi dallo shock dell'amplesso, si avvicinano per assisterlo, ma a quanto pare non c'è nulla da fare. Sul tabellone il treno Milano-livorno è in ritardo. Ho perso. A pochi metri di distanza la coccinella si guarda intorno impassibile.
"Hey, Foppina!"
Zompetta verso di me.
"Non sono Foppina, sono il suo compagno, e quell'uomo è morto soffocato dal mio sperma"
"Non ti preoccupare, ci ho pensato io a Foppina!"
"Cioè?"
"L'ho fecondata io"
"Cosa!?"
La coccinella mi atterra, mi è addosso. Le mandibole cercano di trafiggermi il collo, ottenendo l'effetto di farmi il solletico.
"Smettila, coglione, mi fai il solletico!"
In quel momento arriva Clin Eastwood sul cavallo, ci guarda.
"go, Gabrielino! go!", dice Clint.
Il cavallo apre la bocca e spara un cucchiaio di legno per mescolare fagioli in direzione della coccinella. Via le mandibole. Un altro colpo, via una zampa. Un altro colpo, via un' altra zampa. Un altro colpo, via la testa. Un altro colpo, via un' ala. Un altro colpo, via l'altra ala. Un altro colpo, via l'addome. Un altro colpo, via il torace. Il pavimento è un disastro di pezzi della coccinella e cucchiai di legno per mescolare i fagioli.
"go, Gabrielino! go!", dice Clint, e trottano via.
Arriva una coccinella.
"Foppina!", grido.
"Non sono Foppina, sono il fratello di questa coccinella. Chi l'ha ucciso?"
"E' stato Clint Eastwood. Ha pure fecondato Foppina"
"Scusa, fammi lo spelling di questo stronzo, provvederò a risolvere la questione da solo..."
"Cazzo fai qui! Sono a lavoro"
"Non sapevo fossi Clint Eastwood"
"Nemmeno io lo sapevo, chi te l'ha detto?"
"Mio cognato. Ha detto che è stato Clint Eastwood a fecondarmi, e che hai pure ucciso il mio compagno"
"Non l'ho ucciso io il tuo compagno, è stato Clint Eastwood. Senti, fatti trovare giù fra un'ora che andiamo a pranzo insieme e ne parliamo un po'"
"Ok".
22 marzo 2004
In quel momento mi saltò in mente l'inizio della Carmina Burana di Orff, e rapito dai cori non ascoltai l'esordio di uno dei capi. Quando mi ripresi era la segretaria del mio capo a parlare.
"...direi che entro Maggio sarà da rivedere al ribasso la stima per l'attività di aggiornamento di quei fondi. Non ci hanno garantito la copertura adeguata per i costi che avevamo previsto..."
"Tagliare l'attività di sviluppo ora significherebbe rendere inutile tutto lo studio affrontato in precedenza, ore di lavoro per le quali abbiamo già effettuato un ragionevole costo", disse uno dei capi.
"Qual è l'impegno giorni-uomo previsto per la stima di Maggio?", chiese la segretaria, rivolgendosi al mio capo, il quale aveva ascoltato i discorsi senza ancora aprire la borsa. Impiegò alcuni secondi prima di intervenire, durante i quali gli occhi dei presenti erano puntati su di lui.
"Bene, credo che non sia questo il punto", disse.
La segretaria lo guardò incuriosita, gli altri rimasero impassibili, in attesa. Il capo aveva le mani incrociate sotto al mento, e pensieroso guardava in alto, da qualche parte sulle persiane della finestra. Aveva gli occhi ridotti a due fessure, come se fosse concentrato in chissà quale riflessione, e forse lo era. Si ripresentò nei miei pensieri la melodia di Carmina Burana.
"Stamattina, prima di uscire di casa, ho ascoltato la quinta sinfonia di Mahler", disse, mantenendo lo sguardo puntato alla finestra. Uno dei capi lanciò un'occhiata al suo vicino.
"Mahler?", chiese la segretaria.
"Non è la prima volta che lo ascolto. E' un po' che passo parecchie ore a sentire le sue sinfonie, e devo dire che la quinta è la migliore. Nessun'altra sinfonia, né di Mahler, né di chiunque altro, riesce a rendermi nitido il paesaggio cosmico attraverso lo spiraglio".
Ci lanciammo tutti alcune veloci occhiate. Uno dei miei colleghi posò la matita sul tavolo, si distese sulla sedia e incrociò le braccia al petto, e sorrise.
"Dovresti accontentarti di Beethoven, o Bach, ecco, un concerto brandeburghese per esempio, ti farebbe respirare meglio", disse, distorcendo il sorriso in un bieco ghigno. Fu imitato da uno dei capi.
Non ricordavo esattamente le sinfonie di Mahler, anche se forse lo avrei riconosciuto a orecchio, e i concerti di Bach non ero in grado di distinguerli su due piedi, così a memoria intendo. A maggior ragione, la Carmina Burana si insinuava con più vigore, e i canti andavano in crescendo.
"No, Beethoven non è quello che cerco"
"Secondo me Hendrix è il Beethoven del blues", dissi. Non riuscii proprio a trattenermi. La segretaria sembrava assente, e stufata, teneva la testa bassa sui fogli con i grafici. Il capo mi guardò.
"Cosa ne sai tu di Beethoven", disse il capo, "tu non ne capisci un cazzo".
La segretaria alzò la testa appena per guardarmi. Dalla tavola giunsero un paio di risate strozzate. Fu il silenzio per alcuni secondi, poi ricominciò...
"La sentite anche voi?", chiesi.
"Cosa?", rispose un collega.
"Niente"
La Carmina Burana aveva subito un brusco cambiamento. Oltre all'aumento di volume delle voci, si erano aggiunte le percussioni, e sicuramente almeno un piano... non riuscivo a distinguere bene, perché oltre a sentire la melodia, le timbriche degli strumenti sembravano confondersi in un'unica cacofonia e anzi tendevano ad essa. Nonostante l'alto volume della musica che con mia grande sorpresa udivo solo io, riuscivo a sentire distintamente le voci dei presenti.
"Lo spiraglio che si apre a ore tre del mio cono di visuale quando ascolto Mahler, più precisamente in direzione dell'immaginetta di Padre Pio se sto guardando alla finestra del terrazzo..."
Era il capo che parlava, il mio capo. Descrisse minuziosamente il fenomeno che si manifestava all'ascolto della quinta sinfonia di Mahler. Dopo poche frasi lo lasciai perdere, distratto e irriverito dall'incessante sequenza orchestrale che la testa mi stava donando, ma nel giro di un minuto la musica si placò improvvisamente, riducendosi a un lieve sussurro corale, mantenendo, però, lo stesso infernale motivo melodico.
"...e come tali ci stiamo comportando. In questo nostro arrancare, ci manteniamo in equilibrio precario, come le tazze da caffè sul vassoio che la mia bisnonna si ostina a servire agli ospiti, grazie a temporanee zone d'ombra che ci tengono al fresco, al sicuro dai... dai cocenti... dai cocenti raggi del sol... della verità, cioè che non siamo ancora capaci di alzarci in volo là dove ci è stato già dato di innalzarci per nostra natura... e la musica, Mahler! serve proprio a questo, a svanire le nuvole, a farci vedere il cielo, che un giorno saremo abbastanza evoluti da esplorare da soli, la musica è la nostra rampa di lancio..."
Fece una pausa. La segretaria lo guardava inebetita, e forse avrebbe voluto tanto mandarlo a cagare. Gli altri si studiavano le mani o lo spigolo del tavolo per non guardarsi in faccia e mettersi a ridere. La musica di prima faceva da sottofondo, ma non mi piaceva, non mi piaceva per niente.
"Che cosa abbiamo guadagnato se ogni giorno dobbiamo affrontare... questi... puerili, problemi, di sopravvivenza, in un mondo, che ci siamo costruiti apposta per avere qualcosa da affrontare a misura d'uomo, ma che significa misura d'uomo, non è forse l'occhio di Dio l'unità di misura dell'uomo? Eh? Perché accontentarci della sicurezza che deriva dalla quotidianeità, stancante, fatta di quelle felicità tanto care ai buoi... arare, sudare, arare, e poi, infine, il bocconcino finale, il riposo, senza mai prendersi la briga di guardare oltre, ma anche solo di pensare di guardare oltre... il confine del campo! E sapete cosa vi dico, non siamo stati fatti per dormire all'ombra della nostra origine animale, ma per fuggire ad essa nella sofferenza da subire per la conquista, e per vantarsi nella gioia finale, esclusivamente umana e divina, che solo il travaglio nella sofferenza può dare!"
Così parlò il mio capo. Lo guardavamo tutti. Il Carmina Burana andava avanti ripetendo lo stesso motivo corale, a basso volume, stavo per credere che provenisse dall'ufficio adiacente, ovattato dai muri.
Il capo si lasciò andare sulla sedia. Strofinò le dita sulla faccia, si passò velocemente la lingua sulle labbra ed emise un profondo sospiro. Poi alzò la schiena, avvicino la sedia al tavolo e prese la borsa tra le mani. Gettando occhiate a me e gli altri, senza lasciar apparire alcun messaggio particolare, tirò fuori, una ad una, le carte protocollate recanti le analisi all'ordine del giorno. I presenti si rilassarono e chi guardandosi, chi facendo spallucce, presero in mano carte e matite e si accomodarono quasi che i loro corpi fossero proiettati in un rito sacrificale d'azienda verso il centro del tavolo. La segretaria si riprese un po' stizzita, sfogliò per l'ennesima volta il suo libretto alla ricerca di una certa nota particolare, appoggiò la testa della matita al mento.
"Dunque, i giorni-uomo?", chiese, e guardò il capo in attesa che parlasse.
"Sì..."
Il capo tirò fuori dalla borsa la penna e la infilò nel taschino della camicia. Prese un mazzo di fogli fittamente stampati, li sfogliò velocemente tra le dita e li gettò a casaccio sul tavolo. Ordinò con cura maniacale i protocolli che aveva sparso in precedenza. Dalla tasca dei pantaloni sfilò il cellulare, compose un numero e restò in ascolto. Nella stanza, a parte qualche colpo di tosse di circostanza, era calato un silenzio sepolcrale, e sebbene sentissi quella perenne melodia, riuscii, anzi, riuscimmo a udire il suono degli squilli provenienti dal cellulare, cinque per l'esattezza, eravamo tutti in innocente ascolto, e udimmo una voce in risposta, un "sì?" femminile.
Appoggiò il telefono al tavolo, senza spegnerlo. Da una delle tasche interne della borsa prese la pistola, la infilò in bocca e sparò.
Il Carmina Burana mi esplose in testa, sobbalzai, rovesciandomi per terra con tutta la sedia. Sembrava che quei cori, quei fiati... e le percussioni, avessero atteso il colpo finale per liberarsi, quasi che quel cranio li tenesse imprigionati. Il ritmo delle percussioni cresceva di volume e velocità, al pari di intensità dello sgomento dipinto nel volto dei miei colleghi. Esplorai con gli occhi ogni singolo punto della stanza, pareti, abiti, sangue, riflessi sui vetri, seguendo un innato istinto di fuga dall'orrore soffocante, e all'ultimo assordante colpo di tamburo, che all'improvviso terminò la melodia, i miei occhi puntarono fissi la pistola che tenevo in mano.
18 marzo 2004
Si svegliò che il sole era alto. Il cane trottava allegro attorno alle pecore, sparpagliate per tutto il prato. Scansò alcune formiche dal fagotto e controllò il formaggio per assicurarsi che fosse intatto. Non aveva ancora fame. Con lo sguardo perso nel verde luminoso del fogliame si addormentò di nuovo.
Non passò molto tempo che si ridestò. Le pecore erano più radunate. Come al solito convenne con sè che il suo cane era davvero bravo, però non ne vedeva traccia. Lo chiamò e quello non apparve. Non se ne preoccupò particolarmente, anzi rimase ad aspettare, aprofittando per mangiare qualcosa. Con le mani incrociate e unte di formaggio e residui di salame tra un dente a l'altro, non riuscì a resistere e si addormentò ancora.
Non fu particolarmente rinfrancante. Nel sonno vedeva gli enormi occhi vacui delle pecore orbitare attorno come pianeti. Sentiva i loro belati, insistenti, lamentosi. Al di sopra di quella cacofonia riconobbe l'abbaiare felice del suo cane, finché questo non si mise a guaire, riverberato come se provenisse da un profondissimo corridoio. Gli occhi delle pecore orbitavano sempre più velocemente, la cacofonia belante cresceva di volume, e il guaito del suo cane si faceva più straziante.
Si svegliò terrorizzato e notò che si pisciò nei pantaloni. Le pecore erano tutte schiacciate, radunate attorno al grande albero, lo circondavano. Si alzò e fischiò invano al cane. Si fece strada nel gregge, camminando sul dorso delle pecore là dove non riusciva a passare. Correva per il prato alla ricerca del cane, e il gregge lo seguiva. Il montone lo caricò, colpendolo alle gambe. Il pastore cadde a terra e le pecore gli furono addosso, con il muso si avvicinavano alla sua testa per belargli nelle orecchie. Si ammassavano l'una sull'altra per raggiungere le sue orecchie. Riuscì ad alzarsi e scansando le pecore a calci e col bastone uscì dal gregge. Le pecore gli corsero dietro. Appena si allontanò di qualche metro, sempre chiamando il cane, il montone lo caricò di nuovo. Cadde a terra ma si rialzò prima che il gregge lo travolgesse. Corse giù per il colle, in direzione della cascina.
Il montone lo raggiunse e lo atterrò un'altra volta, ferendolo alla coscia. Il gregge gli fu sopra. Le pecore impazzite gli belavano in faccia. Arrancando, più che altro strisciando nella bolgia, le bastonava come meglio poteva per tenere i loro musi lontani dalle orecchie.
In qualche modo arrivò alla cascina ai piedi del colle. Gli abitanti uscirono dalle botteghe e dalle case attirati dal rumore. Il pastore era immerso nell'orgia ovina belante, per cui videro soltanto un ammasso contorto di pecore convulse. Raggiunto il cortile centrale riuscì ad emergere. Zoppicò in direzione del pozzo, il montone lo colpì ancora e lo sbattè sulla ghiaia. Sentì addosso il muso delle pecore che gli sbavavano in faccia e lo stordivano di belati.
Strisciò fino al pozzo, emerse dal gregge, prese una profonda boccata d'aria e si gettò. Il gregge lo travolse fin dentro il pozzo, che si riempì di pecore dal fondo fino all'orlo in superficie.
18 marzo 2004
Aveva tre anni quando perse il padre e la madre in un colpo solo. Li perse letteralmente. Era in giardino con loro, il papà stava organizzando un incontro di lotta tra due lombrichi, la mamma ingoiava fuchi al volo. Durò il tempo di battere le palpebre: puf! e i genitori non c'erano più. Scomparsi, come la luce di una lampadina che si fulmina. Rimase un po' disorientata e guardò intorno, andò in casa e non trovandoli si mise a piangere. Allora fu presa in prestito dai vicini di casa. Vissero insieme qualche giorno. Una mattina la bambina era in auto con la sua nuova famiglia, quando questa scomparve all'improvviso, lasciando l'auto senza controllo, che andò a sbattere contro un albero. Fortunatamente la bambina non si fece niente, ma fu portata all'ospedale per accertamenti. Rimase in ospedale per qualche ora. In quel breve lasso di tempo scomparve il primario e il parente di un paziente. La bambina fu dimessa e affidata agli zii. Tempo una settimana, gli zii scomparvero, mentre si trovavano con la bambina a guardare la televisione.
La bambina non uscì più da quella casa. I primi giorni si nutrì con ciò che trovava di commestibile. Poi, spinta dalla fame, arrivò a brucare l'erba del giardino e le foglie della siepe. Nel giro di poche settimane disboscò l'intera area, quindi passò a divorare lombrichi, che gli fecero tornare in mente il padre e i suoi hobby, causandogli due giorni di pianto e nostalgia. In poco tempo la sua dieta si allargò agli insetti e ai cuccioli di gatto e di passero. I passanti in strada vedevano questa bambina che se la spassava tra la casa e il giardino, e quelli che restavano a guardarla troppo scomparivano.
Andò avanti così per diversi anni. Tutte le persone che entravano nella sua vita, cioè nel suo giardino, scomparivano all'improvviso dopo pochi secondi. Diventata donna, esplorò i paesi circostanti. Chi si imbatteva in lei, anche solo per chiedere una sigaretta, le svaniva di fronte. Una volta chiamò il Pizza Express Consegne a Domicilio e quando arrivò l'omino a consegnarle la pizza scomparì, e la pizza cadde sul pavimento. Si abituò a vivere nella solitudine più totale, in una provincia dove non c'era quasi più nessuno, e con la libertà di poter fare quello che gli pareva. Addirittura, una notte uscì di casa e fu aggredita da un maniaco, il quale scomparve prima ancora che lei potesse urlare.
Una sera si trovava sotto la veranda a godersi il tramonto nel silenzio assoluto della sua grande città, quando in strada vide passare un giovanotto. Questi si fermò e si guardarono negli occhi, e lei già se la rideva sapendo che fine avrebbe fatto. Con incredibile stupore, il giovanotto non scomparve. La donna scese per conoscerlo e lo fece accomodare a casa sua. Scoprì che anche lui visse fino a quel momento con lo stesso problema, e che viaggiava per fuggire inutilmente dalla solitudine, per il gusto di incontrare un sacco di bella gente che di lì a pochi minuti sarebbe svanita nell'aria.
Si innamorarono e insieme esplorarono l'intero mondo, rendendolo un pianeta fantasma, completamente disabitato, tranne che per la loro presenza.
Trascorsero tutta la vita insieme nella casa di lei. Erano ormai anziani da un po' di anni quando si accorsero che le cose intorno diminuivano. Ogni giorno che passava spariva qualcosa. Una casa, un albero, una stella dal cielo, l'asfalto, le auto... tutto. Si ritrovarono soli nella loro casa, circondata dal Nulla. Cominciarono a sparire anche gli oggetti di uso quotidiano all'interno della casa. Magari lui stava bevendo l'acqua che il bicchiere si smaterilizzava e l'acqua gli cadeva addosso, e lei si ruppe un femore quando scomparve la scala sulla quale stava salendo. La casa si svuotò nel giro di pochi mesi, e rimasero solo i muri, le porte, le finestre, i sanitari e qualche provvista che erano riusciti a mettere da parte. Un giorno scomparve tutto, così all'improvviso, e rimasero soltanto loro due e il letto. Quella sera andarono a dormire e di notte svanirono nel Nulla insieme al letto.
11 marzo 2004
Andò in bagno a lavarsi. Mentre passava l'asciugamano sentì uno strappo sulla guancia destra, seguito da un dolore acuto. Il sangue inondò metà faccia. Fu sorpreso di trovare nell'asciugamano un minuscolo chiodo con attaccato un pizzico della sua guancia. Si medicò velocemente con cotone e acqua ossigenata, ci mise sopra un cerotto e andò a prendere il treno. Durante il tragitto il cerotto continuava a staccarsi, e il sangue colava sulla guancia. I passeggeri intorno facevano finta di niente, appena potevano lo guardavano distanti e divertiti con la coda dell'occhio.
Fece la strada dalla stazione all'ufficio tamponandosi con il fazzoletto. In ufficio si medicò nuovamente. Dopo qualche ora il sangue si fermò, anche se la ferita appariva ancora fresca.
In mensa con i colleghi stava mangiando la macedonia quando insieme alla frutta decise di infilarsi in bocca anche il cucchiaino. Tranquillamente stupito, si ritrovò a masticare il cucchiaino come se fosse carne cruda, con la facilità di un tritacarne. Il resto del gelato lo mangiò con le mani. I suoi colleghi lo esclusero affettuosamente dalla riunione del pomeriggio.
La sera tornò a casa e si infilò bagno. Il sangue era completamente coagulato. Mise un cerotto nuovo. Guardandosi si accorse tra un dente e l'altro che c'erano delle macchie. Era ruggine. Prese dallo sgabuzzino un barattolo senza etichetta dove c'era l'acido con il quale eliminava la ruggine dal carburatore dell'auto. Mescolò due cucchiaini di acido con il dentifricio e si lavò i denti. Le gengive sanguinavano copiosamente, in compenso la ruggine era andata via e lo smalto assunse un colore bianco più compatto e meno luminoso, lo stesso del titanio.
Giropazio Papetti andò a letto.
Al mattino attese che scattassero le sette. Al momento giusto saltò dal letto ma cadde a terra per il troppo peso. Rimase alcuni minuti sul pavimento, bloccato da una fitta di dolore su tutto il corpo. Riuscì ad alzarsi, arrancando verso il bagno. Si guardò allo specchio.
La pelle della faccia era del colore solito, ma perfettamente liscia, luccicante e gelida. Si battè la testa con le nocche, emanò un suono sordo, metallico, come quando si picchia su un barilotto colmo di birra. Avvicinò la faccia allo specchio e si accorse che la pelle era costellata di minuscoli pori scuri. Tentò di piegare le labbra schifato e ci riuscì appena, i muscoli facciali erano troppo rigidi. Tutto il suo corpo era rigido. Notò che anche le mani e le braccia erano lisce e luccicanti come la faccia, e dovunque era coperto di pori neri. 'Dovrò chiamare il dottore', pensò. Andò al gabinetto e si calò i pantaloni del pigiama. Si aspettata di trovare il solito scenario. Ciò che vide fu una piccola trivella di una decina di centimetri, e del pene nessuna traccia.
Sentì qualcosa cadere sul pavimento. La cercò, la prese in mano: era l'unghia del pollice destro. Sfiorò appena le altre unghie che queste si sfilarono via, senza dolore, come foglie secche.
Giropazio Papetti ebbe un conato di vomito. Totalmente estraneo alla situazione, incapace di comprenderla, sentì il bagno girare attorno a sè. Stava per svenire, prima di cadere a terra allungò le mani verso il muro, appoggiandole al calorifero. Rimase in quella posizione per alcuni minuti, mentre il calore diffuso dal calorifero si irradiava per tutto il corpo. Il freddo e la nausea scomparvero del tutto. Trovò le forze di alzarsi in piedi e appoggiarsi completamente al calorifero.
In poco tempo ne fu rigenerato. Non sentiva più quella opprimente sensazione di pesantezza. L'impressionante calore di cui era avvolto lo faceva stare bene.
Rinvigorito come mai era accaduto in vita sua, rimosse del tutto l'incredibile situazione di poco prima. Si staccò dal calorifero e andò verso la camera, ignorando che sfondava le mattonelle sulle quali camminava.
Si vestì e tornò in bagno. Mentre si riempiva di profumo guardava compiaciuto la sua immagine allo specchio. La pelle era totalmente annerita, come se si fosse ustionato. Si pettinò, i capelli si staccarono a ciocche, quasi che in testa ce li avesse soltanto appoggiati. Rispetto alla pelle, la cute era bianca, come i denti. L'unica cosa normale erano gli occhi. E i vestiti.
Uscì per andare a lavoro che nevicava. Ogni granello di neve che gli cadeva in faccia era per lui come uno schiaffo di dolore artico. Percorse alcuni metri nel viottolo del giardino camminando sempre più lentamente, sciogliendo la neve attorno ai suoi passi, finché non si fermò del tutto, senza trovare la forza di fare un altro passo. Riusciva a muovere solo gli occhi, e vide che le mani stavano tornando chiare, lisce e luccicanti, ma non riusciva a muoverle.
Provò di nuovo la stessa sensazione di freddo che lo bloccò quando si alzò dal letto, la stessa pesantezza. Improvvisamente gli balenò l'immagine della trivella che aveva nelle mutande, e riprese coscienza della sua condizione, di ciò che era successo nel bagno. Si ricordò del calorifero, trovò la forza di voltarsi di pochi centimetri, spinto dal desiderio di raggiungerlo. Fu troppo. Smise di respirare, senza nemmeno trovare la forza di farlo volontariamente. Cadde a terra, nella neve, e perse i sensi.
Trovarono la casa vuota. Le unghie e i capelli sul pavimento del bagno, e le mattonelle spaccate. Dal giardino prelevarono un ammasso di ferraglia conciato con giacca e cravatta che a uno sguardo non troppo ravvicinato poteva avere sembianze umane. La signora Papetti, tramite un non si sa bene quale sesto senso, pensò che quello fosse suo figlio, e andò nella più cupa disperazione. Obbligò l'obitorio a effettuare un' autopsia. Morì di crepacuore prima che i medici di un laboratorio specializzato chiamati e pagati dall'obitorio dimostrassero che quell'affare fosse solo un ammasso di ferro, acciaio e titanio, che non poteva avere nessun legame con il signor Papetti.
Il corpo metallico fu sequestrato dai carabinieri, che volevano indagare sulla sua provenienza, anche perché il maresciallo fu molto impressionato dalla reazione della defunta madre.
Passò l'inverno, passò la primavera, e venne l'estate.
Il signor Papetti, sbattuto in un deposito di periferia assieme a motorini rubati e auto sequestrate ad alcolizzati, si risvegliò. Dai finestroni del deposito giungeva l'accecante luce del sole di luglio. Il signor Papetti si rese conto che era giorno inoltrato, e che aveva perso il treno. Decise di poltrire un altro po' sul pavimento, convicendosi che il giorno dopo doveva svegliarsi abbastanza presto da recarsi in ufficio in tempo. Un po' come me da quando la batteria della sveglia si è scaricata.
08 marzo 2004
Oggi sono entrato in ufficio con la testa sottobraccio. Tutto merito di mia zia, che in questi giorni è in visita da me perché, dice, la cometa indicava il mio giardino. Mia zia, infatti, è un'abile professionista con gli strumenti di taglio, al contrario dell' ex-marito, eterno dilettante mediocre degli strumenti di raglio e per questo escluso dalla vita coniugale.
All'alba ho svegliato zia e le ho chiesto se poteva darmi un'aggiustatina ai capelli, eliminare le doppie punte e dare qualche passata di calcestruzzo sulla cute. Lei ha detto sì, però mi sarei dovuto far decapitare, proprio così ha dichiarato, papale papale. Ho accettato.
Prima ha tagliato la carne e i nervi attorno alla trachea. Questo perché ha subito potuto svitare la testa, in senso antiorario, e devo dire che è stata una piacevole sensazione sentire il filetto alla base del cranio che scorreva nel foro della prima vertebra (da specificare una cosa: alcune teste, come la mia, si levano svitandole, altre sono a incastro o chiodate). Poi ha tagliato la trachea, l'esofago e reciso le due carotidi, unendole insieme con dello stagno.
"Ecco fatto!", ha detto, con la mia testa in mano.
E ora eccomi qui, con la testa appoggiata sul monitor.
A parte gli scherzetti idioti dei miei colleghi, come quello di soffiarmi nella trachea per solleticarmi i bronchi o succhiare l'esofago per farmi venire i conati di vomito, oppure rubarmi la testa per andare a giocare a calcetto in corridoio, è stato interessante il diversivo che io e la mia vicina di scrivania abbiamo praticato per la fellatio. Gentilmente le ho chiesto se poteva farmi il pompino di metà mattinata al midollo spinale invece che sul pene, e con mia simulata sorpresa l'ho trovata d'accordo.
Ebbene, è un piacere indescrivibile la fellatio al midollo spinale. I flash di piacere si trasmettono sull'intero corpo, e l'orgasmo è vissuto come una esperienza extracorporea. Provare per credere.
Mentre lei era dietro di me a lavorarmi il midollo spinale alla base del collo, ho lasciato perdere la visione dell'home page di McGyver e ho preso in mano la mia testa per farmi un normale pompino là dove è consueto.
Non esistono parole per descrivere ciò che ho provato in quel momento, sia per quel che riguarda il lisergico vortice emozionale causato dalla doppia fellatio, sia per l'invidia che provavano i colleghi nei miei confronti.
Poco dopo sono sceso giù a pausa pranzo, lasciando la testa in ufficio.
Per le strade di Milano nessuno ha destato particolare attenzione a me che circolavo senza testa, come se fossero abituati a visioni del genere, o come se mi avessero sempre notato così.
Dopo la pausa pranzo sono tornato alla mia postazione in ufficio a chiacchierare con McGyver sul suo sito. Mentre passavo il tempo così, è entrato il mio capo all'improvviso, con l'intenzione premeditata di fare espressamente il coglione. Ha preso la mia testa e l'ha lanciata fuori dalla finestra rompendo il vetro. E noi si è al quinto piano.
Non ci ho visto più.
Ho chiesto scusa a McGyver per dedicarmi alla situazione locale, e prima che il mio capo riuscisse a scappare, l'ho reso partecipante passivo di un evento terribile.
08 marzo 2004
Sono andato al bancomat. Lo saluto, mi saluta.
"Tutto bene, eh?", chiedo.
"Sì - tutto - bene", risponde il bancomat.
"Sempre a lavorare"
"Sì - sempre - a - lavorare"
"Cosa ne pensi di questa città?"
"Mah - compagno - io - credo - che - questa - città - sia - troppo - umile - per - i - suoi - abitanti - ci - sarebbe - bisogno - di - una - rinfrancante - guerra - termonucleare - con - tante - bollicine - Jacuzzi", risponde il bancomat.
"Che cosa stai dicendo, Willis"
"Dico - quello - che - ho - detto"
"Cioè?"
"Cioè - cosa?"
"Che hai detto?"
"Ho - detto - credo - che - questa - città - sia - troppo - umile - per - i - suoi - abitanti - ci - sarebbe - bisogno - di - una - rinfrancante - guerra - termonucleare - con - tante - bollicine - Jacuzzi"
"Ripetilo trecento volte"
Dopo trecento volte, il presente mi appare un'avvertenza remota, un messaggio di avviso caduta castelli in aria, scritto su un foglio consumato dagli sguardi. Mi ritrovo risucchiato di mille anni indietro.
"Quanto - ti - devo - puttana", disse il bancomat.
"500 euro", risposi.
Il bancomat emanò i 500 euro. Infilai la tessera tra i capelli, ma volutamente lasciai lì i soldi e involontariamente filai in auto senza salutare.
Strada facendo riflettei sulle rotonde. Donne tonde, palle tonde, case tonde, emozioni rotonde, scappatoie rotonde, pagelle tonde. Di tutte le cose tonde, le rotonde stradali si differenziano perchè adesso lo spiego, se non lo spiegassi non si differenzierebbero, ringraziomi per rendere la vita polinomiale.
I semafori sono stati inventati prima delle rotonde. Le rotonde funzionano meglio dei semafori, le code alle rotonde, se non ci sono zampilli di petrolio sull'asfalto, sono più corte. Perché non se ne sono accorti prima? Chi sarebbero costoro?
Non è così.
La rotonda non serve a gestire il traffico. Farebbero costruirebbero più ferrovie, più treni, più teletrasporti, se davvero si volesse snellire il traffico. Questi dietologi urbani sono degli entropìologi, sono antropologi fasulli, come fasulla è la fede dell'uomo nell'uomo e nei suoi fari notturni. O fiordi dello spirito uomo-bestia, com'eravate maestosi ed eleganti senza quel pidocchio sulla cima, che ora guida i ciechi nella notte, tanto quanto la sembianza carnevalesca che dona ai promontori.
E dico, le rotonde stradali celano l'ufo subito sotto terra. Negli anni '30, in Italia, milioni di dischi volanti si intombarono per volere del futuro. Usciranno al momento di spaventare. Gli uomini hanno imparato a cercarli, a scoprirli, e infine, come idioti che biascicano nella dormiveglia, a preservarli, perché non sanno, gli uomini, che le loro ossa scricchioleranno dallo spavento. La rotonda è stata costruita per preservare il disco volante che c'è sotto. E' l'incubatrice. Quando vedete la rotonda, lì sotto c'è un disco volante, ecco perché è tonda. Ecco qual è il patto con gli italiani.
Alle due, tornando a casa, sono passato dal bancomat.
I 500 euro erano ancora lì. Li ho presi.
06 marzo 2004
Inoltre mi sveglio spesso, come stamattina, con le palle quadrate, e devo aspettare mezzogiorno prima che gli spigoli si arrotondino un po'. Ultimamente poi sono molto stressato dagli stormi di usignoli che si infilano giù per la cappa del camino e mi infestano casa, e non riesco a rimanere sveglio abbastanza da farle diventare tonde, per cui vado a dormire e ritornano subito quadrate appena svengo.
Nudo, abbasso lo sguardo alle gambe e vedo una cisti enorme, no, non è una cisti. E' un pesciolino rosso in agonia, incastrato tra la pelle e il muscolo della coscia sinistra settentrionale. Avanzo sulla sedia e ci deposito il culo, attivo l'interlacciamento dell'ego e mentre parte il caricamento di 256 mega di ram osservo il nido nella siepe di lauro fuori dalla finestra, esattamente a ore 2. Tale nido è completamente intatto, se non fosse per l'assenza temporanea dei suoi abitatori. Protetto dalle foglie sempreverdi, è un ottimo rifugio dalle interperie quali vento e pioggia torrenziale. E' stato costruito a circa un metro e cinquanta da terra, dentro la siepe. E' raggiungibile molto facilmente, basta arrampicarsi di ramo in ramo, sono rami stabili. Se ci sono gatti in lettura e volessero usufruire degli abitanti del nido, mi contattino in privato che fornisco le mie coordinate (non sarebbe insolito: regolarmente ricevo alcune cartoline da un ippopotamo in vacanza nel nord Europa e sto corrispondendo con uno stercoraro per insegnarli tressette).
Ecco, proprio adesso che i 256 mega sono stati caricati, giungono gli abitanti del nido. E' la famiglia di frati tascabili del monastero tedesco di Franziskaner Kloster, espulsi perché si trapanavano la fronte e versavano la birra autoctona direttamente nel dungeon cerebrale, resi poi tascabili per effetto di un incantesimo lanciato dal frate priore incazzato.
05 marzo 2004
Tempo dopo quella donna morì, di fronte agli occhi della sua nipotina di tre anni. Stava aprendo la porta di casa quando per ragioni che la nipotina non è riuscita a esplicare, si incepparono le chiavi nella serratura e nella foga di sbloccarle la signora diventò un tutt'uno con la porta blindata. Come nel film La Mosca. Ma è roba di qualche mese fa.
Adesso il problema è che non c'è nessuno in tutta Milano e provincia.
Se da un canto ci sono i lati positivi, come per esempio il non ricevere telefonate, dall'altro c'è la paura che sia uno dei tanti scherzi del cazzo.
Però. L'autostrada era deserta, e il cielo terso. Il sole era veramente caldo per essere in marzo. Volevo schiantarmi in auto per vedere se fosse sbucato qualcuno a salvarmi e rovinargli il gioco. Ai semafori rossi mi sono fermato, nel caso fosse stato architettato tutto quanto per farmi prendere una multa.
E' bella Milano così, con gli stupidi semafori che lavorano senza i clienti, e i piccioni che si inseguono in piazza Duomo. Proprio lì ho fatto crollare l'imponente impalcatura per i lavori di restauro sulla facciata del Duomo. Poi mi sono reso conto del danno e ho atteso che venisse qualcuno a farmi il cazziatone, ma così non è stato.
Sono andato in panetteria e ho sbafato tante brioches finché non ne ho vomitate un pochettino per indigestone.
In ufficio ho constatato che Internet è velocissima come non mai, due o tre volte più veloce. Le chat sono vuote.
Alla pausa pranzo mi sono fatto un giro per le vie.
E' stato tremendo perché non ho mai visto Milano avvolta in questa calma. Di solito, anche nelle vie più anguste e lontane dal rumore, si sente una perenne cacofonia di sottofondo, che è l'insieme di tutti i rumori milanesi che rimbombano nella cappa. Oggi nemmeno quella.
La cosa che ora mi stupisce è che non ero più terrorizzato all'idea di essere solo. Non avendo alternative possibili, avevo deciso che essere solo fosse l'unico stato giusto e possibile.
Sono entrato in un bar. Per abitudine mi sono rivolto al bancone, ma non c'era nessuno.
"Un Negroni!", ho detto. Niente.
Ho acceso il televisore. Schermo grigio. Mi sono avvicinato e ho guardato meglio. Era il cielo. Un cielo grigio. Ogni canale trasmetteva la stessa immagine.
Mi sono preparato un Negroni e ho fissato il cielo grigio in televisione per qualche minuto. Finito il Negroni ero sul punto di spegnare e andare, quando una testa ha fatto capolino sul cielo grigio. E poi un'altra, un'altra ancora... a decine. Ben presto lo schermo si riempie di teste, facce, corpi. E guardano me.
Battono le mani sullo schermo e muovono le labbra, non li sento. Il volume è al massimo, però non li sento.
Esco dal bar ed entro in un altro. Accendo il televisore. Stessa scena. La scena si allarga e la telecamera o presunta tale sembra alzarsi in volo, riprendendo una sterminata folla fino all'orizzonte. Cielo grigio e folla.
In una situazione simile chiunque altro sarebbe impazzito.
Ho cercato dietro il bancone una videocassetta e non c'era. Sono uscito e ne ho presa una da un tabaccaio. Son tornato al bar e ho cominciato a registrare quella folla impazzita che implorava.
Mentre che aspettavo la fine della cassetta, sono andato nel bagno del bar.
Mi sono spogliato. Mi sono sdraiato per terra. Poi mi sono messo a candela, con le gambe issate verso l'alto. Ho avvicinato le anche al petto più che potevo e mi sono fatto un pompino da solo. Dopo esser venuto mi son lasciato andare sdraiato sul pavimento e mi sono addormentato. Al risveglio mi sono alzato, senza vestirmi, e sono andato a vedere la televisione. Aveva finito di registrare.
Intanto lo scenario era cambiato. Ora c'era il cielo grigio e la terra nuda, senza folla e nient'altro. Soltanto il suolo, scuro e dovunque, in perfetto equilibrio col cielo. Ho riavvolto la cassetta di qualche minuto e ho schiacciato play. Negli ultimi minuti ho visto la folla disperdersi, le persone che sparivano una ad una, finché non ne è rimasta una sola che saltava e alzava le braccia alla telecamera, poi è sparita anche lei.
Bene.
Nudo con la videocassetta in mano sono entrato in auto e sono uscito da Milano, senza dar conto a semafori e segnali, guidando volutamente contromano e tagliando per i campi.
Appena ho incontrato un fiume mi son fermato. Forse era il Lambro, boh.
Sono andato sulla riva e ho gettato la videocassetta nelle acque putride e schiumose.
04 marzo 2004
Ha detto "buongiorno a tutti".
Anche io e la collega abbiamo detto "buongiorno a tutti" e tutti e tre ci siamo salutati come se fosse stata la prima volta - ci siamo presentati, quando lei mi ha guardato da capo a piedi è diventata tutta rossa . Il capo mi ha subito messo un pacca sulla spalla e mi ha sorriso, sono diventato tutto rosso. La collega ha continuato a scrivere, non so se lavorasse o mandasse mail alle amiche, fatto sta che il capo mi ha poi tolto la mano dalla spalla e si è messo a guardare la discarica di biberon fuori dalla finestra ed è diventato tutto rosso, lui, la discarica, i palazzi e il cielo.
Mentre su un foglio word stilavo la lista di tutte le combinazioni di parole che si potessero fare con il cognome del mio capo vicino al nome degli animali in via di estinzione, egli mi ha proferito:
"Dobbiamo dare una spinta ai clienti, dobbiamo far sì che loro si sentano in dovere di pagarci per i lavori che facciamo anche quando non siamo autorizzati a farli"
All'orizzonte comparivano i funghi delle bombe atomiche di una delle tante guerre in corso ai confini della Nazione.
"Capito?"
"Sì", ho risposto.
"Sì", ha risposto la collega.
"Non parlavo con te", ha detto il capo, rivolto alla collega, e ormai proiettato verso di lei.
L'ha tirata per il braccio strappandola dalla sedia. Lei non voleva alzarsi, e si dimenava inutilmente. Si è fatta trascinare fuori dall'ufficio tenendo la sedia per mano, portandosela dietro. Ho sentito un tonfo, uno strappo, un urlo femminile, un ansimare maschile, una porta sbattere e una chiave girare in una serratura.
Il capo è tornato in ufficio con la sedia vuota.
"Capito?", chiede.
"Sì, ho capito", rispondo.
Vado su google e cerco:
"brava gente che sbuccia le arance"
"mani di donna che impanano melanzane"
"uomini che si allacciano le scarpe"
"uomini che si rompono la schiena"
Raccolgo tutti i link trovati e mando i risultati al capo.
Dopo un po' fa capolino nel mio ufficio.
"Potremmo cominciare con questi, no?", domando io.
"Mettiamoci a lavoro", dice.
In breve tempo mettiamo in piedi il sito dedicato alle foto raccolte nei link cercati. Tutto gratuito naturalmente, perché le foto sono protette da copyright altrui, certo noi abbiamo espresso a chiare lettere l'autore, ma sono anche reperibili in rete.
Adesso c'è la struttura del sito ben impostata, i link alle foto, un servizio di mailing list, un forum, il disclaimer. Noi qui che lavoriamo con queste cose le consideriamo delle grandi puttanate, facciamo credere alla gente che siano pregne di professionalità (sia le puttanate che la gente), ma per esempio il disclaimer è denominato "quel cazzo d'avviso", il forum è chiamato "la cosa", le gallerie fotografiche si chiamano "le solite troiate". Il nostro scopo è quello di lucrare, gonfiarci di soldi, impazzire, non ci interessa il nome delle cose, anzi è nel nostro interesse dimenticarle e svalutarne il senso per se stesse per meglio trattarle senza falsi moralismi o sensi di colpa.
Il prossimo passo sarà di farci fotografare mentre ci laviamo i piedi, o quando impaniamo melanzane, sbucciamo arance, strizziamo il limone sul tonno, quando ci allacciamo le scarpe, quando cadiamo dalle scale, quando usciamo di strada o contiamo i soldi che ci deve di resto la commessa. Tutte queste cose per noi sono le solite troiate, ma noi ci siamo assicurati che ci sarà gente che sarà a disposta a pagare pur di vederle, ce lo ripetiamo di notte, ce lo registriamo nelle nostre segreterie telefoniche di casa, poi dal cellulare telefoniamo a casa e lasciamo suonare per sentirci la segreteria. Non a caso il sito sarà a pagamento perché le foto saranno inedite ed esclusive, presenti solo lì dentro. Abbandoneremo tutti i link gratuiti e la pubblicità.
04 marzo 2004
Stamane ho fatto su un po' di soldi.
Ho venduto per tre euro al pezzo il libro che con cura ho scritto nell'arco di questi ultimi sei mesi a tavola, mentre aspettavo che mia madre servisse il secondo dopo aver mangiato il primo. Ho raccolto trenta euro.
Avevo già aperto una mailing list dove i miei acquirenti potessero incontrarsi e conoscersi con la scusa di riunire tutti i pezzi del libro e renderlo leggibile. Ho scritto chiaramente l'indirizzo su ogni pezzo. Purtroppo a distanza di poche ore non si è ancora iscritto nessuno.
Quando i pezzi saranno riuniti, il libro tornerà nelle mie mani, magari ce lo metterà qualcuno. Mi trasferirò in un'altra città e ripeterò l'operazione, non necessariamente cambiando identità e cipiglio del muso.
E' lungo quasi duecento pagine. Parla di un ragazzo che vuole scrivere un libro. Del suo svegliarsi la mattina fissando il latte caldo nella tazza, avvicinandosi verso il latte sempre di più fino a immergerci il naso dentro e fare le bollicine. Del suo prendere la scatola del Nesquik e rovesciarne il contenuto per terra, ammirando la grazia con la quale i granelli si depositano da soli uno sopra l'altro, creando una zolla conica perfetta, che a mettere ogni granello a mano in quel modo sarebbe impossibile. Dei suoi silenzi di fronte al monitor increspato di interferenze telepatiche altrui. Delle sue diatribe con gli editori più rinomati d'Europa. Dei pompini che gli faceva Apicella mentre Alessandro Baricco faceva finta di dormire nella stessa stanza.
Il libro termina con la pubblicazione e vendita del libro stesso, cioè termina là dove il lettore ha cominciato. Il lettore dovrebbe leggere ciò di cui il ragazzo descritto nel libro vorrebbe parlare scrivendo un libro. Invece legge che il ragazzo descritto nel libro sta scrivendo il libro stesso.
Il libro s'intitola "Abbasso le balene, viva il plancton", e parla della creazione di un libro che narra la storia di un bambino di cinque anni unico sopravvissuto di un naufragio in pieno oceano. Il bambino fa amicizia con alcune megattere e queste lo portano in sella per l'oceano. In pochi giorni il bambino deperisce, perchè le megattere gli rubano tutto il plancton. Al limite delle proprie forze, il bambino abbandona la sua famiglia e vaga da solo per gli oceani riempiendosi di plancton. Diventa un uomo forte e bello, seppur taciturno, e sposa una megattera interessata solo alla prole e al ristoro del suo guerriero. Qualche anno dopo, mentre lui era in giro col cestello a raccogliere plancton, la sposa si arena con la prole su una spiaggia australiana e con loro anche la relazione di lei con l'uomo. Questi impazzisce e vaga come un ossesso per gli oceani del pianeta, fino a divorare tutto il plancton esistente. Le megattere si estinguono.
L'uomo viene trovato privo di sensi da un gruppo di bambini e bambine su una barca che giocavano a contrabbandiere/guardia costiera. Chiamano le autorità sanitarie. L'uomo viene portato al pronto soccorso di Baywatch. E' stranito dal trovarsi in mezzo a quelle persone così tanto simili. Dopo qualche minuto di vita sulla terraferma si sente mancare l'aria. Corre follemente verso il mare ma inciampa in una buca dove prima c'erano cinquecento uova di tartaruga, e lì si arena, sulla spiaggia, boccheggiando.
David Hasselhoff corre in suo aiuto, ma un ubriaco a bordo di una limousine fa irruzione nella spiagga, investe l'uomo e lo uccide, David si infila nella sabbia e si salva.
Il lettore non leggerà mai questa storia e non ne viene fatta nemmeno menzione.
Dopo aver venduto il libro sono andato in ufficio e all'entrata ho incontrato il signor Scanietti.
Il signor Scanietti è un rappresentante di pompe funebri alquanto singolari. Secondo la sua azienda c'è vita dopo la morte e unico pensiero dell'essere umano dev'essere quello di acquistare tutta una serie di oggetti da portare nella tomba per affrontare il nuovo mondo.
Io gli ho detto che avevo già parlato con mio cugino per farmi montare un semplice antifurto alla bara, e il signor Scanietti mi fa "cosa c'entra?", allora mi sono messo a boccheggiare di fronte a lui per un minuto abbondante e me ne sono entrato in ufficio.
Appoggiando la giacca sulla scrivania ho sentito POFF. L'ho guardata e ci ho trovato due miei amici in tasca, così siamo usciti dall'ufficio prendendo l'ascensore.
Arrivati al piano terra incontro il signor Scanietti, gli faccio: "ancora qui?" e lui "sono appena sceso, a piedi"
Io e i miei amici gli abbiamo boccheggiato in faccia per cinque minuti abbondanti e siamo andati a farci una birra.
Al ritorno incontriamo il signor Scanietti nell'atrio. Mi metto a forma di punto interrogativo.
"Sto cercando le chiavi della macchina", dice, "ah.. eccole qui"
"Perché non prende la metropolitana?", domando.
"Non vanno bene queste chiavi", dice.
Ci mettiamo tutti insieme a boccheggiare qualche minuto abbondante ed io me ne torno in ufficio, i miei amici non so.
02 marzo 2004
Giungo in stazione e aspetto. Mi metto a pensare che il prossimo appuntamento ad una ragazza lo fisserò un po' prima di prendere il treno, così se lei mi da buca non mi arrabbio per averla aspettata invano. Se poi lei arriva in ritardo, beh, hai perso il tuo treno, beibi.
Arriva il treno, prelevo dalla tasca interna del giaccone una bottiglia di Dom Perignon (mai senza) e ce la schianto contro, cazzo non si rompe, gli imminenti passeggeri smettono di salire e quelli già saliti scendono, provo a lanciarla ancora tre volte e non si rompe, la sbattiamo dovunque, per terra, la lanciamo in aria e la facciamo cadere, ritentiamo ancora contro il treno. Non si rompe.
Scende anche il personale Trenitalia. Decidiamo di lasciare il treno e di farcela a piedi sulla ferrovia fino a Milano scolandoci lo champagne.
Strada facendo passiamo di fianco ad un campo coltivato ad ortaggi, sì, un enorme orto quadrato di trecento metri per lato. Anche gli altri ci fanno caso, dal treno non s'era mai visto. In fondo c'è una figura che quasi si mimetizza col terreno, probabilmente è un essere umano. Lo chiamo a gran voce. La figura cambia un po' forma e si avvicina.
Sì, è un essere umano: il contadino con il suo badile. Arrivato a metà urla "cus'è?", gli facco cenno di avvicinarsi. Arriva al bordo del campo. Io sono un po' più rialzato, sulla ferrovia. Noto che il badile è firmato "Alex Britti".
Gli faccio: "ma lo sa quant'è buono il cacio con le pere?"
Quello sale e mi tira una badilata allo stomaco. Cado per terra piegato in sette e mi colpisce più volte alla schiena e in testa. Per fortuna intervengono i presenti a bloccarlo. Gli legano i piedi con dei lacci per le scarpe e le braccia al badile, e lo ficcano in mezzo all'orto a fare da spaventapasseri.
Dopo le consuete attenzioni mi alzo e riprendo fiato. La schiena mi duole, non riesco a camminare. Un omone grande quattro volte più di me lascia cadere a terra l'alce che stava portando in spalla e mi prende a cavallina.
Dopo qualche chilometro sentiamo un treno arrivarci di fronte. Eccolo, ecco la locomotiva. Si fermerà? si domanda l'omone.
Il treno avanza, fischia. Restiamo immobili sulla ferrovia. Cioè restiamo immobili perché siamo tutti convinti che il treno si fermerà.
Quando il treno è a meno di cinquatra metri restiamo immobili perché siamo atterriti dal fatto che in meno di cinquanta metri non potrà mai riuscire a fermarsi a quella velocità.
Le uniche due cose che mi sono saltate in mente prima di morire sono state il cocktail di brodo di pollo e gin che volevo provare stasera a cena con la moglie del dottore e la statua di Michael Jakson nel giardino di un villino, che vedevo dal treno subito dopo Seregno andando verso Milano.
Giunto in ufficio mi metto subito a lavoro. Può sembrare ridicolo ma in ufficio siamo tutti morti, così come fuori di qui. A Milano, in Italia, nel mondo. Siamo tutti morti. Mica come voi lì che state leggendo. Oddio, forse voi che state leggendo siete morti, cioè se state leggendo davvero che siete morti. Perché qui dove sono io adesso, si è tutti morti. E' impossibile che uno dei vivi possa ora leggere quanto sto scrivendo, perché quello è un altro universo. Mi trovo insieme a colleghi che se nell'universo dei vivi non dovessero mai morire, dal mio punto di vista sarebbero morti ugualmente per realizzare l'universo dei morti nel quale vivo io. Stesso discorso vale per tutti gli altri esseri umani della Terra. Qui nel mio universo dico, che poi è anche il vostro perché lo state leggendo.
Non è che me l'ha detto qualcuno. E' che subito dopo il trapasso lo so e basta. Anche la mia collega lo sa, ne abbiam parlato.
Quindi ne siete consapevoli anche voi, che siete tutti morti. E' inutile quindi spiegarvi che l'unica differenza tra il prima e dopo sta solo nel fatto che qui siamo morti e di là siamo vivi. Direi banalità.
Il problema è spiegarlo a quelli dell'altro universo, i vivi, che qui non leggeranno mai. Sono rimasti al post precedente, quello delle mosche, e vedranno per sempre tutto immobile sulle mosche. Che vadano affanculo, loro e le mosche.
In un certo senso noi morti possiamo ritenerci non dico fortunati, ma avvantaggiati sì.
01 marzo 2004
Comunque, non mi capita spesso di estrarre mosche morte dal naso.
Prima di recarmi in ufficio sono passato in via Broletto, all'angolo con via San Tomaso, dove si trova un distributore automatico di TAC e Immagini a Risonanza Magnetica del cervello.
Funziona come le macchinette per le fototessere. E' una via di mezzo tra una macchinetta per fototessere e lo studio della parrucchiera. Il soggetto entra e si siede. Infila la testa in un casco simile a quelle per la permanente delle signore cinquantenni. Un piccolo monitor digitale raffigura Girolamo Sirchia che dice cosa si deve fare. Se non è capibile, l'immagine sfarfalla un po' e Girolamo viene sostituito da Umberto Veronesi, che dice le stesse cose, ma guardando il soggetto in cima al naso sulla congiunzione delle soppracciglia, mentre Girolamo guarda fisso o in un occhio o nell'altro. Se anche con Veronesi il soggetto non è riuscito a capire cosa deve fare, il monitor si oscura e una voce artificiale e metallica dice di recarsi all'ospedale e fare la fila come tutti gli altri.
Se il soggetto capisce, esegue gli ordini, attende circa trenta secondi e poi esce. Nel cassettino esterno al distributore spuntano le stampe sviluppate della TAC o dell'IMR, a discrezione del soggetto.
Questo è ciò che ho fatto io stamattina.
La TAC ha mostrato una massa deforme e sfocata del contenuto del cranio. L'IMR invece ha visualizzato nitidamente tale massa: un alveare di mosche in perenne copula tra di loro.
Ho riposto le stampe nello zaino.
Strada facendo mi sono soffiato il naso. Di solito non guardo mai il fazzoletto dopo che mi sono soffiato il naso, perché mi fa schifo. Nell'impossibilità di ripiegarlo come si deve sono stato costretto a controllare per vedere cosa mi impediva. Ebbene, ho trovato una manciata di mosche morte, con le zampette tirate verso l'esterno e le ali all'insù, come se fossero morte di spavento.
Arrivato in ufficio sono corso in bagno. Mi sono soffiato il naso direttamente nel lavabo, senza fazzoletto, e loro erano lì, le mosche, che uscivano dal naso come l'acqua da un'idrante. Non finivano mai di uscire, ho smesso perché mi stava venendo il mal di testa, nemmeno stessi cercando di soffiare dentro un profilattico elasticizzato per infilarmelo in testa.
Ora. Prima le mosche rappresentavano una massa abbastanza grande da occupare tutto il volume del cranio, e perciò tale massa restava immobile. Adesso che erano diminuite, ma non di molto, tale massa si muoveva di qualche centimetro in giro, e non riuscivo a tenere la testa ferma. Ogni colpo sulla parete del cranio mi faceva scuotere la testa in quella direzione. Immaginate un vostro collega che mentre lavora continua a scuotere la testa in tutte le direzioni come se dentro il cranio avesse uno sciame di mosche impegnate nell'amplesso. Appunto.
Stavo lavorando e mi succedeva proprio questo. La mia collega faceva finta di niente, pensava che stessi dando il mio ennesimo show per non farmi invitare alla macchinetta del caffè.
Spazientito oltre ogni limite, sono entrato in bagno. Mi sono denudato completamente. Ho preso fiato e con tutta la mia forza ho urlato, fino a farmi uscire i capillari della fronte. Ho urlato a lungo per interminabili secondi, come se cercassi di soverchiare l'egemonia della pelle, di uscire dall'involucro cutaneo e apparire in tutto lo splendore carnoso dei muscoli.
L'intenzione era quella di farmi uscire le mosche.
Alla fine dell'urlo le mosche sono uscite una ad una dalle orecchie. Hanno riempito il bagno e hanno preso a girare attorno al lampadarietto. Le ho lasciate uscire dalla finestra.
Sono tornato in ufficio.
La collega mi ha squadrato.
"Ti abbiamo sentito gridare, stai bene?"
"Mai stato meglio, amore mio"
Mi guardava la fronte. Ho preso un compact disc(*) dal cassetto e mi sono specchiato. Avevo i capillari che spuntavano dalla fronte. Sembravano i cavi elettrici di una centralina in manutenzione.
"Cos'hai sulla fronte?"
"Fatti i cazzi tuoi", le ho detto.