Il Barone Rampante Mi piace. Oggi mi piace Milano mentre piove e si piove addosso. Al contrario di chi si arriccia sotto l'ombrello per sfuggire agli spruzzi e alle goccioline ribelli, adoro sentire quel poco d'acqua che lambisce la manica, e mi lava solo lateralmente a seconda della direzione del vento. Mi piace la soffice cacofonia delle milioni di gocce che si perdono sull'asfalto, lo scroscio delle auto che sconvolgono le pozzanghere, rumori che sanno un po' di mare.
Sogno di una notte di mezza primavera Noi qui si è abituati a vivere nella propria rarefatta interezza. Non ci succede di avere consapevolezza di ogni singola componente del nostro corpicino, non in condizione di coscienza inalterata. Ritengo che al contrario sarebbe una illusione: sentire non il bruciore di un occhio poco inumidito, ma distintamente la sua contrarietà; non le tiroidi infiammate, ma il loro desiderio a volerlo dire; non i piedi addolorati dal troppo camminare, ma la loro schiacciante depressione; non la faringe arrossata dal fumo, ma la sua rabbia nei confronti della mente abbandonata ai vizi. Sarebbe un caotico minestrone di impulsi emozionali e sentimenti. Avere la consapevolezza di milioni di personalità comunicanti, fino a percepire l'individualità delle cellule e oltre, fin nei mitocondri o nelle membrane del nucleo cellulare, addirittura percepire la voluttuà di una mitosi.
L'invasione degli ultrasemi Avevo trascorso tranquillamente la serata a casa di compare Giovanni, guardando concerti dei Marlene in videocassetta e mangiando radici di carrubo. Verso mezzanotte il nastro terminò, le radici no, ma chi ce la faceva a mangiarle tutte. Giovanni tirò su una canna e ce la fumammo. Dopo dieci minuti fui colto da un pesante sonno e mi addormentai sul divanetto. Quando mi risvegliai era l'una di notte. In bocca sentivo la saliva viscosa che appiccicava la lingua al palato, e non avevo più sonno. Giovanni russava sul letto.
La gente mi guarda male Oggi alla pausa pranzo stavo camminando sereno sul marciapiede stando attento a non calpestare le formiche. Di tanto in tanto alzavo lo sguardo per non sbattere contro pali o cestini. In uno di quei momenti ho visto una signora che, mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali, era voltata e mi guardava molto male come fanno tanti. Così l'ho guardata anche io, ma con benevolenza francescana, e mentre ci guardavamo negli occhi, una betoniera, tra l'altro a velocità molto moderata, ha investito la signora schiacciandola con una delle grosse ruote. La betoniera ha inchiodato causando una lieve scossa di terremoto in tutto il corso Magenta fino a piazza Cordusio, ma per la signora era troppo tardi. Di lì a poco sarebbero arrivate un'ambulanza e un auto della polizia locale. Uno dei poliziotti ha litigato pesantemente con il macellaio che ha il negozio lì di fronte, poiché costui aveva non so quali interessi sulle viscere della povera signora.
L'ozio bestializza pił del lavoro Al mattino i fagioli della sera prima a colazione e il chinotto mi permettono di sentire le voci. Ieri in ufficio sono entrato per primo e ho potuto amplificare quelle voci tra le mura di tutte le stanze in totale libertà, come non succedeva dal giorno in cui ci fu l'esercitazione per scappare nel caso fosse esploso il boccione dell'acqua.
Daydream Nation E' fantastico puntare gli occhi sul mio fidato sito di news e leggere gli avvenimenti mondani di questo club planetario che si fa chiamare "umanità", roba che suscita il ballo di san vito sotto una pioggia di sangue addosso a una folla di esseri indifferenti e impotenti, e storditi. I membri di questo club se la tirano un po' troppo, eh? per essere un'insignificante scorreggia alla deriva in uno sgabuzzino dell'universo, fa un po' troppo rumore.
Harvest of maturity Poc'anzi, il sole allo zenit, quasi. Osservando dalla finestra che da sul cortile chiuso tra palazzi di muri marroni scrostati con finestre del bagno socchiuse e ragni arricciati penzolanti dai davanzali, c'era l'ombra grigio scura della collina incorniciata di croci, proprio lì sull'asfalto, attorno al tombino quadrato dove d'autunno si accumulano le foglie secche.
Sabato sera Sabato pomeriggio mi sono seduto su uno sgabello in cucina, ho accavallato le gambe e ho fissato il piede dondolare per tre ore filate senza pensare a nulla che non fosse il moto inerziale. Avrei continuato a oltranza se il tavolo e i soprammobili non si fossero sollevati da terra, e l'acqua sporca non avesse fluttuato al di sopra del lavabo insieme alle bolle di grasso, e le formiche non si fossero messe a zampettare come forsennate sospese in aria a tre metri d'altezza. Il gravitometro sul muro segnava una diminuzione della massa terrestre del 13%. Mi sono alzato spaventatissimo per telefonare a Lui, ma una volta in piedi tutto era al suo posto. Silente e immoto. Solo un'illusione, ho pensato, e allora ho continuato ad illudermi che tutto stesse filando liscio. Sono uscito di casa e con l'auto ho girato a caso per i paesi della brianza. Mi sono imbattuto in un ristorantino messicano con i muri rivestiti di tessuto nervoso. Tutto l'edificio era, per così dire, vivo. Pulsava e si contorceva a seconda delle purghe emotive dei presenti internati. Ho chiamato un cameriere. Come prima cosa gli ho detto di levarsi il sombrero dalla testa perché sembrava un coglione. Come seconda cosa non ricordo. Come terza cosa gli ho detto di coprirmi gli occhi con le mani, di farmi girare su me stesso e lui insieme a me affinché le mani restassero sugli occhi, e quando io avrei detto basta mi avrebbe fermato, e lui l'ha fatto. Quando avevo riaperto gli occhi, come prima cosa lui aveva di nuovo il sombrero in testa, come seconda cosa non ricordo, come terza cosa avevo davanti una tavolata di preti e suore urlanti. Il destino ha voluto che scegliessi il loro tavolo.
Non dirlo nemmeno per scherzo Entro in ambulatorio e attendo il turno. Dopo un'ora di attesa nel viavai di vecchi e mamme con bambini l'infermiera mi accoglie nel piccolo studio. Mostra i risultati delle analisi del sangue, sul mio sangue. Tutto ok, dice, ma per effettuare un test completo, affinché sia provato il funzionamento dell'enzima per la digestione del catrame e della polvere cosmica, tra le tante cose devo effettuare ulteriore analisi.
Ordinaria amministrazione "Le ho già detto tutto signora, sono stanco di ripeterle..."
Invito al cielo Ogni volta che mi telefoni, qualsiasi sia la tua locazione geografica mi chiedi sempre "Che tempo fa lì?". Io che solitamente sono gentile ti rispondo, ma che ne deduci? "Vabbè dai, tanto per sapere", ma perché allora non mi chiedi in quale ripiano del frigorifero ho messo la lattuga, tanto per sapere. Guarda che non ho niente contro di te, nè contro quelli che usano fare queste domande al telefono. Ti sto sulle palle? Senti, secondo me chiedere che tempo fa è una cosa del tutto inutile.
L'incredibile vicenda di Graziella Mascarpone Quando Graziella Mascarpone riprese i sensi era in ospedale, vegliata dall'infermiera Tonina Tritolo. Il suo volto era irriconoscibile, letteralmente spappolato, ma fortunatamente per l'infermiera era avvolto nelle bende. Un attimo prima di svegliarsi, diciamo un secondo prima, stava leccando una coppetta di gelato di fronte alla gelateria insieme alla sua amica Lory Montreal. Il gelato era finito da un pezzo, a lei piaceva leccare la coppetta. Senza nemmeno rendersene conto sparì. Lory Montreal vide Graziella scomparire nell'aria di fronte a lei, come un'allucinazione indotta dalla vaniglia, e la coppetta che cadeva per terra. Anche altri presenti, tra cui il Baronetto Igor Manòlo, notarono il fatto. Graziella Mascarpone comparve nella saletta centrale della nave a centomila km di distanza dalla Terra, al cospetto del comandante. Le fattezze del comandante erano così concrete e fantasiose che Graziella ne fù terrorizzata, oltre che scombussalata per l'improvviso cambiamento spaziale. Gli occhi del comandante la nauseavano. Oltre l'oblò si stagliava il velluto blu dell'Oceano Pacifico. Il signor Igor Manòlo stava facendo finta di andare a funghi nel bosco in piena notte. La luce della torcia illuminò un corpo tra i cespugli. Aveva il volto completamente sfigurato. Era lei. Lo caricò in auto e lo trasportò in ospedale.
Quando mi soffio il naso il mio cranio diventa incandescente Stamattina mentre mi recavo in stazione ero già a metà strada quando mi sono ricordato del fazzoletto. Il fazzoletto è un accessorio molto importante per me che al mattino produco l'equivalente di una lattina di muco. Dev'essere di stoffa, perché quelli di carta scoppiano quando li uso. Era troppo tardi per tornare indietro e prenderne uno, così ho preso il treno senza fazzoletto.
Blame Parcheggiai a circa duecento metri dalla casa del signor Ruffini, così da passeggiare e vedere con calma cosa era cambiato in quegli anni. Presi la valigia e mi incamminai. Alcuni dei negozi non c'erano più. Altri erano stati sostituiti da un bar o da un punto vendita di telefonìa. In fondo alla strada, all'angolo, c'era ancora il ciliegio. Sembrava più piccolo. Mi arrampicai sulla ringhiera e strappai alcune ciliege, proprio come facevo da bambino. Sputai il seme dell'ultima ciliegia mentre premevo il campanello del signor Ruffini. Era posto sopra quello che anni prima apparteneva alla mia famiglia, perché la disposizione dei citofoni rispecchiava quella degli appartamenti. Abitavo con i miei genitori proprio sotto di lui. Il signor Ruffini era già anziano quando abitavo nel condominio. Aveva più di sessant'anni all'epoca, ed era molto arzillo. A quindici anni di distanza il viso non era cambiato quasi per niente, però camminava ingobbito, strisciando i piedi, appoggiando le mani a porte e sedie. Sembrava felice di vedermi. Disse che mi avrebbe riconosciuto subito dagli occhi. Fu sull'orlo della risata. Rimase a guardarmi di traverso a labbra socchiuse come a chiedersi se era il caso che me ne uscissi con un simile umorismo. Gli eventi immediatamente successivi lo indussero a convincersi che dicevo sul serio. Prima di uscire gettai uno sguardo al corpo sul pavimento della cucina. Non gli avevo fatto neanche un graffio. Lo avevo toccato solo per sorreggerlo, altrimenti sarebbe caduto a terra come uno straccio. Aveva gli occhi sbarrati e il volto deformato dalla convulsione. Arresto cardiaco? Non saprei, chi lo avesse trovato se ne sarebbe assunto le responsabilità. Percorsi il vialetto che da bambino attraversai centinaia di volte per recarmi a scuola ed andai alla macchina. Durante il viaggio di ritorno mi resi conto di non aver rimesso il ferro da stiro in valigia. Tornai indietro. Questa volta parcheggiai di fronte a casa sua. Salendo le scale incrociai la condòmina che poi avrebbe testimoniato contro di me. Entrai nell'appartamento. Il corpo era lì, dove l'avevo lasciato. Staccai il ferro dalla presa e attesi che si raffreddasse.
E le pecore contano i cervi volanti Il pastore non riusciva a dormire. Si alzò dal letto e andò all'ovile, cominciò a contare le pecore. Gli venne sonno ma nel tragitto dall'ovile al letto lo perse. Tornò sotto le lenzuola e si fece una sega per prendere sonno. Si addormentò come un sasso.
Aiuto Grumi di lava rotolanti, lingue infuocate gocciolanti grappa, aria rovente. Teschi volanti surriscaldati, pareti insanguinate, pezzi di mandibole e gengive sparsi per terra. Uno sciame di creature alate draghiformi oscura il sole, uno sciame talmente grande da coprire tutta l'area della città. Il sole compare per un attimo attraverso uno spiraglio, è un flash che illumina la distesa di cemento e lamiere contorte, dalle quali emergono i corpi straziati dei punìti, urlano pietà in silenzio con la testa protesa al cielo squamoso.
Il cielo violaceo schiaccia i pedoni e sparge nuovo seme Non sopporto i pedoni che restano fermi di fronte al semaforo rosso quando non passano macchine. Certo, è ovvio che un pedone dove lo metti sta, almeno finché non viene mangiato da un altro pezzo, anche se io, diciamocelo chiaramente, non passo il mio tempo a posare pedoni ai semafori. Ma non è di quel pedone che sto parlando. Mi riferisco ai pedoni cittadini, esseri umani che attraversano la strada per aprire il varco ai pezzi più grandi che un giorno verranno e raderanno al suolo la città intera. Alcuni di questi pedoni mi stanno sul cazzo. Fossi auto li investirei. Fossi ferro li stirerei. Fossi shampoo li avvelenerei. Fossi broccoletto li ammorberei. Fossi emorroide li infiammerei. Fossi tombino li risucchierei. Fossi inquisizione li torturerei. Fossi monaco benedettino li rilegherei. Fossi pannolino li soffocherei. Fossi profilattico li vestirei. Fossi altitudine li nauserei. Peggio ancora è se il semaforo è rosso in una strada di campagna dove passa una macchina ogni ora. Io credo che ci siano dei focolai di imbecillità un po' in tutti noi. In molti pedoni si evidenziano nello star fermi a semaforo rosso quando non c'è nessuno, tanto che sembra che non ci siano nemmeno loro, i pedoni.
Così sono salito in ufficio contento e un po' spensierato. La mia cara collega G. mi ha subito chiamato in disparte. Abbiamo avuto un piccolo, diciamo così, alterco, sul fatto che quando mi pratica la fellatio devo smettere di sborrarle in bocca. Sono mesi che ingoia silenziosa il mio sperma, giocandoci un po' con la lingua prima di deglutirlo. Una volta addirittura abbiamo pomiciato e l'ho ingoiato io e lei si è messa a sghignazzare dandomi simpaticamente dello stupido. Ad ogni modo, non ha voluto spiegarmi le ragioni della sua decisione, era come se avesse paura di offendermi.
"Ha forse un brutto sapore?", ho chiesto io.
Non ha risposto. Mi ha guardato con quegli occhioni castani, la bocca che avrebbe voluto dire. Ha chiuso la questione ritirandosi nelle sue premure lavorative, vendendo a venti centesimi al minuto il suo sguardo incerto al monitor, sicuramente con il pensiero ancorato alle nostre intime spavalderie.
Forse più tardi, se avrò circostanza favorevole, andrò in bagno ad assaggiare di persona il mio sperma. Non che non l'abbia mai fatto, ma è possibile che col tempo il sapore cambi, e dall'epoca della mia pubertà di tempo ne è passato in abbondanza.
Per me la fellatio mattutina è come il caffè per tanti altri. Fa gentile il mio approccio con i colleghi e fa dolce la gola di lei. Un po' come i gelati all'amarena... Quando lei non c'è accumulo facilmente lo stress, ed esco da lavoro identico agli altri milanesi. La fellatio in ufficio mi distingue rispetto alla massa dei lavoratori milanesi, mi pone un gradino più in alto di voi tutti e nobilita chi la pratica.
Purtroppo, il problema che nasce con molte donne, in particolare G., è che non spiegano in modo eloquente. Si murano dietro un enigmatico codice facciale, forse per non ammettere le proprie colpe, in modo che l'uomo si crucci inutilmente pensando che sia tutta colpa sua.
27 aprile 2004
Ebbene io stanotte ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Ho visto immensi laghi di idrogeno e altri di ossigeno, e là dove si univano si scherzava con la vita; ho visto intestini umani lunghi dieci metri sondare l'acqua di una palude come fossero anguille, divorare boli alimentari sospesi nell'acqua giunti dall'atmosfera e dallo spazio remoto; ho visto gli stessi intestini stritolare una mano sinistra fino a ridurla ad una poltiglia, una nuvoletta che attirava a sè migliaia di enzimi accorsi dagli abissi della palude; ho visto centinaia di unghie in accoppiamento sotto una pietra ai piedi di una sequoia; ho visto barbe, baffi e basette crescere un po' dovunque sulle corteccie degli alberi, soprattutto ciliegi; ho visto piccoli nasi spuntare da cavità nel terreno, annusare l'aria circostante e rintanarsi al sicuro; ho visto bulbi oculari con la coda nervosa guizzare dall'acqua e tuffarsi; ho visto cazzi volanti passare da un albero all'altro e atterrare sull'acqua restando a galla sui testicoli; ho visto un anfratto nella roccia dove in silenzio pulsava un cervello, gli insetti vi atterravano attratti dall'odore e rimanevano intrappolati; ho visto cuori crescere per terra come se fossero zucche, con le arterie che sprofondavano nel sottosuolo; ho visto sciami di denti scontrarsi e battere in ritirata per sfuggire alla morsa di una pianta carnivora; ho visto fegati sbucare da un cespuglio per divorare una cistifellea addormentata; ho visto gli alberi dai quali germoglivano i cazzi se i testicoli non venivano colti in tempo; ho visto glutei nuotare a pelo d'acqua come razze; ho visto rotule volare come frisbee; ho visto colonne vertebrali spuntare dall'acqua a formare canneti; ho visto un branco di capezzoli crescere e divorare un faggio tanto da fargli perdere tutte le foglie; ho visto giganteschi ombelichi sul fondale dei fiumi, che ti intrppolano se ci metti il piede sopra, e lentamente trascinarti verso essi, fino ad inghiottirti; ho visto ciuffi di lunghi capelli spuntare dalle rocce e arrampicarsi su un albero lì vicino; ho visto un albero di pomi d'Adamo; ho visto una tribù di labbra ballare la danza dell'amore sul monte di Venere; ho visto saggi globuli bianchi solitari venerare un osso sacro trovato chissà dove; E tutto questo... e tutto questo? e tutto questo andrà perduto, come le migliori occasioni.
26 aprile 2004
Andai in cucina al piano di sotto, aprii il frigo. Scolai mezza confezione di panna da cucina e ingollai tre mozzarelle di bufala, mirando il riflesso di me sul vetro della finestra, la faccia scavata che masticava la mozzarella. Mi guardai intorno, decisi che le case altrui immerse nel silenzio notturno sono più interessanti della propria già conosciuta (questione comunque da approfondire), più che sotto l'effetto della luce naturale del sole. Il forno a microonde brillava alla luce della lampada sulla mensolina, sembrava l'unico elemento veramente pulito. Ebbi l'impressione che dentro ci fosse un cofanetto aperto con gioielli in bella vista, e nella testa ronzò la voce di Mike Bongiorno: "...una fantastica parure donna in oro 24 carati bianco con peridot e diamante...". Ricordai un'estate degli anni 80: in cucina, mia madre preparava il risotto allo zafferano (il mio preferito), mentre incantato seguivo Bis alla televisione. L'immagine svanì per far posto alla sigla del Pranzo è Servito. Così, mentre fissavo il forno, la sigla continuava a risuonare insistente, e quando terminava ricominciava da capo.
Da immobile che ero allungai il braccio -crepuscolare ed erotico fruscìo di manica di camicia sul braccio in movimento- e aprii il forno. Una ventata di aria fritta battè sul mio viso per alcuni secondi. Sarà stato il fascino di un ignoto ego casalingo che non ricordavo, sarà stata quell'aria di solitudine notturna antisociale che raramente ho a disposizione, sarà stato anche quel venticello fritto liberato dalla sua prigionia o, anche, il ricordo di Bis, fatto sta che in balìa di una inspiegabile forza estranea alla mia già conosciuta volontà, cominciai a masturbarmi concentrato sui riflessi di luce all'interno del forno, perfettamente sincronizzato con il ritmo della sigla de Il Pranzo è Servito.
Una parte di me, che per rispetto della privacy chiamo Zenigada (nome di fantasia), era ancora cosciente di quanto stava accadendo e memorizzava ogni singolo secondo, trascurando quei fotogrammi che sapevo essere ignorati dal mio cervello rarefatto, per il semplice fatto che avevo imparato a percepire il mondo in codec mpeg e mp3 per riuscire a farmelo stare tutto. Molti dettagli li avrei persi, ma il mio cervello rarefatto non li avrebbe mai comunque ricevuti, e anzi era meno sovraccaricato in fase di acquisizione.
Zenigada si accorse di un piccolo dettaglio e, senza urlare (ma solo perché ne era sopraffatto), cercò di far notare a se stesso (me stesso consapevole) che il mio corpo stava andando in cancrena per sostenere una disumana erezione. Il sangue era tutto raccolto lì, compresso in quella che fino a poche ore prima avrei definito un'affabile manciata di centimetri, che adesso era lì lì per esplodere, come una zanzara ingorda.
Dopo un quarto d'ora, in cui probabilmente ad un occhio esterno sarei apparso cadaverico e svenuto, tranne che per Zenigada di cui solo io posso dire ora che era vivo, eiaculai nel forno a microonde con spaventosa irruenza, tanto che vidi i pensili degli armadi adiacenti tremare nel momento in cui il getto batté contro la parete interna. Riempii per alcuni secondi il piccolo vano. Passarono altri secondi in cui il sangue defluì dal pene e tornò a circolare per il resto del corpo. Trovai la forza di chiudere il forno e lo accesi. Di lì a otto minuti sarebbe accaduto qualcosa, o forse no.
Stremato mi lasciai cadere all'indietro, dove fortunatamente c'era una sedia. L'interno del forno era splendente, e l'intensità di quella luce aumentava istante dopo instante, come se fosse una manifestazione del divino. Al suo interno milioni di spermatozoi stavano subendo una cottura che la natura non avevo riservato per loro (ma se la natura ha riservato a se stessa l'uomo, e la cottura è stata riservata all'uomo, allora la natura ha riservato la cottura nel forno anche agli spermatozoi).
Con mia grande sorpresa (davvero: non l'avevo previsto, né immaginato) il coperchio esplose con gran baccano. La massa di sperma si ingrandì fino ad occupare tutto l'interno del forno. Era un blob pulsante, brulicante di tante e milioni di lucette nervose. La massa si ingrandiva a vista d'occhio. Uscì dal forno, si rovesciò sul pavimento. In quel momento arrivò Giovanni sgomento.
"Cazzo succede!?"
Lo guardai inebetito. Non poteva certo immaginare di cosa si trattava veramente, ed io non sapevo come tirarmi fuori la spiegazione.
"Esci di qua! esci, andiamo!"
Mi trascinò fuori dalla cucina, in soggiorno. Guardammo la massa di sperma riempire la cucina completamente, e accingersi ad invadere il soggiorno. Più ingrandiva, più la sua velocità aumentava in proporzione. Dieci minuti dopo eravamo io, Giovanni e la sua famiglia, in strada a osservare la casa ingoiata dal blob bianco silenzioso che illuminava tutto il quartiere come se fosse giorno, e nel giro di un'ora ingoiò tutto il quartiere.
I consueti soccorsi furono vani. Anche l'esercito non riuscì a fare niente (forse spiegherò in dettaglio i tentativi di soccorso in un'altra intervista), bombe, attacchi nucleari, congelamenti, attacchi chimici, spruzzate d'acido, non poterono fermare l'incedere di quel mostro, che in breve tempo (si parla di qualche giorno) avvolse tutto il pianeta Terra.
Oggi, a distanza di vent'anni, sebbene i continenti della Terra siano una brulla distesa disabitata senza niente sopra, siamo emersi dal sottosuolo e stiamo ricostruendo la civiltà. La colonizzazione delle nostre terre è già in atto. La massa di sperma è andata via via spegnendosi nel corso degli anni, fino a farsi assorbire dal suolo e dall'aria. Siamo rimasti in pochi, abbiamo forza e risorse per impiantare le basi della nuova umanità, anche se noi e molte generazioni future saranno costrette a bere acqua e respirare aria i cui atomi sono indissolubilmente legati a quelli dei miei spermatozoi. E sì, è stato questo il prezzo da pagare per la libertà.
Ma noi grandi saggi questo non lo diremo mai ai nostri figli, non lo diremo mai.
23 aprile 2004
Se l'autista della betoniera non si fosse distratto per guardarmi male, forse a quest'ora la signora avrebbe raggiunto l'altro lato di corso Magenta.
Comunque, se le strisce pedonali non esistessero, tutta questa merda non si sarebbe verificata, non avrei sentito il bisogno di parlarne ed io avrei continuato inebetito a fissare per ore uno dei bracci dell'appendiabiti.
22 aprile 2004
Ho inoltre disinstallato tutti i pacchetti e le librerie del server unix centrale, ho disabilitato tutte le utenze alla rete e mi sono seduto alla mia postazione in attesa che arrivassero gli altri, spalmandomi le mani di colla Vinavil.
Ciascuno è entrato con dieci minuti di ritardo rispetto al suo orario personale. Sono andato dal dott. Pasotto a domandargli il perché del ritardo. Intanto che goduriosamente mi staccavo il Vinavil secco dalle mani mi raccontava che durante la notte la stazione della metropolitana è sprofonadta di duecento metri, costringendo i pendolari a salire in superficie arrampicandosi sui cordoni di lenzuola preparati all'alba da quelli della protezione civile. Poi ho detto: "sono arrivato qui per primo e non va un cazzo".
Infatti i computer non funzionavano, nessuno riusciva ad entrare nella rete. La prima ora è andata via chiacchierando, soprattutto della stazione della metropolitana. Poi ci sono stati i primi fastidi dovuti al dolce far niente. Per alcuni minuti le discussioni sono andate avanti, poi si fermavano quando un'opinione o un fatto venivano raccontati per intero e non c'era risposta dagli altri. Ben presto l'ufficio si è fatto silenzioso e tutti guardavano i muri o le scarpe inebetiti. Verso la terza ora ho notato il mio capo che camminava con la schiena al muro facendo il giro perimetrale di tutto l'appartamento. Un mio collega stava giocherellando con il distributore dell'acqua: riempiva i bicchieri fino al bordo e cercava di portarli alla bocca senza rovesciare acqua; non ci riusciva quindi svuotava il bicchiere sul pavimento e lo riempiva di nuovo, all'inifnito. Un'altra mia collega continuava ad alzare e abbassare la sedia su cui era seduta, un'altra la usava come dondolo. Il dott. Pasotto si trovava alla stampante e le faceva sputare un foglio di prova dietro l'altro con stampato tutto l'elenco dei font e alcuni caratteri ascii.
Verso la quarta ora quasi tutti i miei colleghi giravano su se stessi mantenendo un piede alzato, gli altri spostavano i quadri per vedere cosa c'era dietro o urlavano sillabe a casaccio fuori dalla finestra verso la strada o contro quelli del palazzo di fronte. Alla quinta ora inoltrata subivano degli attacchi epilettici in cui era evidente la pulsione della testa a fuggire dal corpo, proiettandosi verso il soffitto, e si vedevano le vene gonfie e i nervi tesi nel tentativo di trattenere tutto al suo posto. Alla sesta ora hanno toccato l'apice cercando di mordere il muro, e ci riuscivano. Con il pezzo di muro in bocca si rotolavano per terra felici; oppure partivano ridendo dal fondo del corridoio e si andavano a scontrare con il muro dall'altra parte, e quando succedeva cadeva per terra di schiena e la risata si trasformava in gorgoglio. Alla settima ora si sono fermati tutti quanti e hanno cominciato a muggire all'unisono a labbra serrate, con gli occhi vuoti puntati sulle punte delle scarpe. All'ottava ora hanno continuato a muggire, ma le palle degli occhi erano rivoltate e lunghe colonne di muco colavano dai loro nasi fino al pavimento.
Allo scoccare delle 18 si sono sbloccati. Scherzando cordialmente hanno preso giacche e cellulari, hanno lasciato l'ufficio salutandosi in fretta, sono scesi giù verso la metropolitana, verso le loro case, con l'aspetto e il portamento normale e di buona creanza quotidiana. Sono rimasto due ore da solo a rimettere a posto i server, le utenze e tutto il resto, affinché questo spettacolo non si ripeta più, per il bene del PIL italiano.
21 aprile 2004
Allora porto indietro il nastro, preferisco farlo. Potrei portarlo indietro fino a vedere tozzi artigiani che costruiscono sandali per i soldati etruschi o capi tribù primitivi che tentano di preservare la prole da un lupo marsupiale usando un tizzone ardente. Già visto, tutto. Non ci sono limiti.
Lo porto indietro solo fino a stamattina. Quando l'alba si è presentata poco dopo le 7. La tapparella filtrava la luce, in un modo diverso da ieri, perché ieri il cielo era leggermente coperto, mentre stamane il sole riempiva di tuorli d'uovo il muro di fronte alla finestra, tuorli accesi pieni di fuoco, sembrava che qualcuno li avesse disegnati apposta, o che avesse imbrattato il muro di zabaione usando formine a forma di albicocca, solo un testa di cazzo potrebbe fare una cosa simile, sprecare così tanto zabaione, anche se lo spettacolo non sarebbe affatto male, io lo farei, ma ciò non vuol dire considerarmi una testa di cazzo, lo sarei per altri motivi, ma non questo.
E ho dormito solo tre ore questa notte, eppure mi sono svegliato lucido, senza nebbia, senza croste negli occhi, senza membra addormentate. Son saltato fuori dal letto, e mi son suonato la chitarra, quella classica, che la Diavola Bianca è troppo sboccata e provocante per essere amplificata alle 7 del mattino. Ci ho suonato un ritmo country con questa progressione di accordi: Do, Sol, La5#, Fa e il ritornello faceva Mi-, La- e Sol7 andando a finire su tutta un'altra scala, i tempi non me li ricordo, ma le note scopavano magnificamente.
In treno stamattina mi sono messo a leggere il Visconte Dimezzato. Il Pasto Nudo non l'ho ancora finito, a un certo punto ho pensato che Calvino fosse molto meno segaiolo di Burroughs, e l'ha avuta vinta, ma tornerò su quel Pasto Nudo, torneranno i tempi che saranno adatti per quelle letture, lo so per esperienza.
Quando è arrivato il controllore a chiedermi il biglietto, ho gettato il Visconte Dimezzato contro il sedile vuoto di fronte, sembravo Lessie che indignata con il muso scaraventava via la sua ciotola riempita con biscotti sbavati da Rintintin. Mi sono alzato in piedi. Ho alzato il coperchietto metallico del posacenere. Ho tirato fuori il mio dispettoso pene, l'ho infilato nel posacenere e ho chiuso con forza boiesca il coperchio, tutto ciò soltanto per gustarmi la faccia che avrebbe fatto il controllore, solo per questo, ma non sono riuscito a vederla a causa dell'accecante dolore urlante, una conseguenza che nella foga espressiva del momento non avevo considerato.
20 aprile 2004
Solo pochi possono davvero capire. Io credo che gli aiuti altrui siano troppo spesso delle stradine asfaltate percorse senza voltarsi indietro per tenersi la coscienza a posto. Non chiedo comprensione, né parole di conforto, né prosciutto cotto condito erroneamente con i pistacchi per la mortadella. Conosco già tutte le parole di conforto, tutte. So già cosa verrebbe detto. So già che mi consolerebbero. Funziona, garantito. Ma allora ci penso da me, non scomodo nessuno. La coscienza tenetevela sporca.
Di punto in bianco, senza apparente motivo per incauti osservatori esterni, qualora non leggessero le interessanti proposte sciorinate dai depliant di villeggiatura, smetto di digitare e mi alzo dalla sedia. In piedi, guardo i bordi del display a cristalli liquidi sapendo di dover fare qualcosa, sapendo di non essere invisibile. No, non mi scappa la cacca questa volta. Il computer, il calendario, la scrivania. Ma cosa sono? Mi dirigo a passi lenti verso l'uscita, non guardo proprio in basso, punto gli angoli di ogni oggetto ai limiti del tragitto. I baricentri mi sfuggono. Esco, percorro il corridoio in penombra. Non è una catacomba ad uso dell'inquisizione, non è il tunnel della mia cantina che prosegue fino all'uterina stanza dei vini, non è il passaggio di salvataggio di una galleria autostradale. E' un corridoio in penombra e basta, il soffitto è coperto da un lenzuolo galleggiante di fumo Marlboro Light, i quadri sui muri non sono mai storti. Quali quadri? Le entrate agli uffici scorrono, il treno: avete presente, quando parte, ma anche quando arriva, in metropolitana, i vetri scorrono, per ogni frazione di secondo memorizzate volti, pettinature, giacche a tinta unita e pallori, e voi non l'avevate chiesto. Certe volte state camminando di domenica pomeriggio in un viale pedonale del centro di Milano, c'è poca gente, due o tre voci lontane rimbalzano da un edificio all'altro, seguite da un motorino in un altro quartiere. Senza averlo chiesto ricompare un volto, uno solo, un colore, una forma, un qualcosa visto un istante mentre i vetri scorrevano, non ha nome, ritorna in profondità, non lo vedrete mai più. I sassi e le merde di cane scorrono via. L'albero spoglio è un salice senza foglie che cresce nell'aiuola in fondo al viale.
Conquisto l'uscita del corridoio, ora sono invisibile. Mi perdo nella folla del mercato marciante al ritmo di guardare senza toccare e provare per credere. Scivolo più giù, dove entro dove esco ogni giorno, la roulette di vetri, i sedili sfondati del treno. Pensavo: è impossibile che non capiti mai agli sconosciuti di sognare il mio volto di notte, per una volta sola, dopo averlo incrociato sul marciapiede, oltre un vetro, al supermercato, allo svincolo dell'autostrada. Quanti incubi sopportano i casellanti autostradali? Chi ha il mio volto?
A casa, apro la porta, entro in sala, uno schianto, per terra ci sono migliaia di pezzettini di vetro colorato taglienti e triangolari scaleni che stanno terminando di depositarsi, non è possibile che nell'arco di un mattino quelle tre persone si siano trasformate in icone religiose di vetro incastonate nella porta d'ingresso. Vado in cucina, apro il frigo, ci entro, mi chiudo dentro, separato in bistecche di pollo, come se lo fossi sempre stato, separato e incastrato tra i vari ripiani e cassetti, nel cassetto della frutta ci andava la frutta.
19 aprile 2004
A volte si rimane increduli ai casi della vita e si smette di avere fede in se stessi: due delle suore lì presenti le avevo conosciute l'anno prima sul set di un film porno. Io ero quello che portava gli asciugamani e che preparava i clisteri nel caso fossero previsti rapporti anali. Mi sono avvicinato alle due suore facendo il gesto di porger loro l'asciugamano, si sono messe a ridere sguaiate come le dame a cottimo dei saloon del lontano ovest, e mi hanno fatto sedere tra loro. Tra i preti c'erano tre uomini di colore, presumibilmente senegalesi. Stavano litigando su chi di loro tre avesse i denti più bianchi. Uno di loro si accorge che li stavo fissando e mi ha chiesto un parere. Gli ho detto che per poter giudicare si sarebbero dovuti estirpare i denti e metterli in un mucchietto lì sul tavolo tra la caraffa di sangrìa e un chili con carne. Sarà che avevano respirato i fetidi miasmi alcolici provenienti dai palati delle suore al mio fianco, fatto sta che se li son strappati veramente, e gli altri preti erano così ubriachi che sghignazzavano pensando che fosse tutta un'illusione. Mi hanno chiesto di giudicare e io gli ho risposto che non c'era più bisogno di farlo, e che in quel modo avevano trovato la Verità. Mi hanno guardato un po' storto, rivolgendomi eloquenti gesti di affanculo, e si sono rimessi i denti come se fossero costruzioni Lego.
Mentre accadeva ciò, un paio di altri preti si sono svitati il cranio e hanno messo i cervelli in un tovagliolo di carta. Poi hanno chiamato Sombrero Man. Gli hanno fatto portare due tequila e le hanno svuotate direttamente in gola e si sono scambiati i cervelli. Erano lì che si guardavano increduli come se vedessero un treno della metropolitana che si dimentica di fermarsi in stazione. Ho fatto finta di non guardare, svuotando la mia ciotola di fagioli roventi. Una delle due suore mi ha guardato maliziosamente, ho tirato due colpi di tosse di circostanza, incendiando mezza tovaglia. Si sono messi a ridere tutti quanti, anche il Sombrero Man che passava di lì, e le suore si sono accese la sigaretta sulla mia lingua.
A un certo punto uno dei preti ha tirato fuori una busta e le due suore hanno urlato gaudienti. In pratica era una festa di compleanno, le due suore erano le festeggiate, nella busta c'erano i regali. Quando però i regali sono stati scartati dagli invitati al posto delle suore, queste sono rimaste pietrificate, e tutto l'alcool che avevano ingerito è colato via inzuppando le loro vesti. Anche io ne ho scartato uno per non essere da meno. Gli invitati se ne sono andati via con i loro regali e ci hanno lasciato da soli nel locale, io con le due suore. Siamo rimasti cinque minuti in silenzio a svuotare i fondi delle bottiglie. Poi siamo andati io e le due suore ad accoppiarci in cucina mentre i cuochi e i loro aiutanti pulivano il pentolame. Sarebbe stato bello filmarci con il sottofondo metallico del pentolame, con una cascata di piatti che scivolano dalle mani di un aiutante apprendista imbranato e si rompono quando arriva il culmine. Alla fine della copula le ho lasciate a riposarsi sulle piastrelle unte della cucina, ho appoggiato lì vicino il regalo che avevo scartato e me ne sono andato. Mentre pagavo la mia parte di conto è comparso il solito cameriere e gli ho ribadito il concetto che, davvero, con quel cappello sembrava un coglione.
17 aprile 2004
Mi porge una provetta. Questa è per le urine, dice, possiamo già farlo subito, se non hai particolari problemi puoi fare il test sulle feci subito dopo, ci sarebbe bisogno anche di un'analisi del tuo sperma, ma quella si può fare domani.
Mi tolgo le mutande, così facciamo prima, le dico io.
Va bene, che problema c'è, risponde.
16 aprile 2004
"Vogliamo solo un po' di cancelleria! Gli evidenziatori! Un raccoglitore degno di questo nome! Le squadrette!"
Il sole impestava l'aria di angoscia e prosciugava le lingue dei cani. La piazzetta era calda. Le pozzanghere bollivano già. Scesero i bersaglieri con i fusilli. Li buttarono nelle pozzanghere.
"Lasciate cuocere per qualche minuto!", urlarono. Poi intonarono la marcia nuziale immettendosi in una via laterale.
"Sono stufo di queste cerimonie", disse MisterX.
"Siamo tutti stufi!", aggiunse MissK.
"Mi sento stufa anche io", disse MissA, infilandosi il tubo del gas in bocca. MissA prese a ronzare, e il suo corpo si trasformò in un tizzone incandescente, da cui tutti si allontanarono.
"Eh, come se il caldo non bastasse", disse qualcuno. Volarono bestemmie. La folla pulsava.
- i pennarelli! abbiamo le penne senza tappi! -
"Papà, perché di fianco alla scritta Stabilo Boss c'è disegnato un cigno?", chiese MisterU.
- le nostre gomme sono consumate del tutto! -
"Stabilo Boss è il santo protettore dei cigni", rispose MisterO.
"Oooh".
I mitra spianati, sospesi nel vuoto; corpi da guerra in un elicottero; gli occhi sulla piazza, dall'alto: gente con la testa fra le nuvole.
- ci servono penne a sfera, non penne al sugo! -
Le braccia alzate, i pugni serrati; i volti deformi, la schiena sudata; gente con i piedi per terra. Tra questi un sinonimo e un contrario smanettavano con una bottiglia di valpolicella. "Avrei l'intuizione di schiudere il fiasco. Sei padrone di uno svella zaffi?", chiese il sinonimo.
- ci servono i temperini per lavorare! - "erup olidnerp ,ìS", disse il contrario.
"Non ne ravviso alcuno", rispose il sinonimo.
"iuq oh'l ec aM", disse il contrario, con le mani in tasca e lo sguardo indifferente ma felice.
Il sinonimo guardò attentamente il contrario, ragionò sulla reazione da intraprendere, quindi s'inalberò: "Allora, verro Onnipotente, ti proponi di concedermi questa verga di svella zaffi?", chiese il sinonimo.
"auq occE", disse il contrario, impassibile, con lo sguardov entusiasta perso tra la folla.
- tirate fuori gli evidenziatori! -
"L'hai bramato tu!", urlò il sinonimo, infuocato dall'ira. Scagliò la bottiglia sulla testa del contrario, che si accasciò al suolo con i capelli inzuppati di vino e sangue, pezzi di vetro infilati nella cute e nonostante questo il contrario rideva e incitava il sinonimo a colpire di nuovo.
"L'attuale momento è mirabolante", disse stupefatto il sinonimo, vedendo il contrario per nulla piegato dal dolore. In quel mentre giunsero i bersaglieri con gli scodelloni in mano e li riempirono di fusilli.
"Prelevate i fusilli!", disse il comandante.
"L'abbiamo già fatto!"
"Prelevate i fusilli!"
Dall'elicottero sulla piazza partì una scarica che zittì per sempre il comandante. I bersaglieri rimasero immobili con i fusilli in braccio, senza un ordine preciso a cui attenersi.
"Ma così si raffreddano!", tuonò MissJ.
"Non ci fornite i portapenne e in più mandate a male i fusilli!", si sgolò MisterX.
La folla adirata si era aperta là dove il contrario si rotolava per terra ridendo. Il sinonimo non sapeva come reagire e si guardava intorno con il collo della bottiglia in mano.
"Sta conducendo una creanza da scriteriato.", disse il sinonimo.
Giunse un carabiniere.
- gli sbianchetti sono tutti secchi! -
"Cosa è sucesso? Che cosa?", domandò il carabiniere.
"Mi sono fatto ghermire dalle membra dell'ira.", rispose il sinonimo.
"L'ira? Qual è il nascondiglio?"
"In piazza della magnolia, nell'ipogeo del museo egizio."
"Cos'hai visto?"
"Ordigni esplosivi a mano, secchie di tritolo, archibugi e schermature antigas."
"Lei è in arresto!", urlò il carabiniere.
A quelle parole la folla si immobilizzò. Tutti gli occhi erano puntati sul carabieniere, qualcuno guardava il contrario che imbrattato di rosso urlava incazzato che voleva i suoi compassi.
"Ehi", disse qualcuno, "perché vuole arrestarlo?"
"Già, perché?"
"Che ha fatto di male? Solo perché parla come un minchione?"
I corpi si strinsero attorno ai tre personaggi. L'elicotterò atterrò in mezzo alla piazza gremita di folla, qualcuno fu schiacciato. Scesero alcuni militari armati di mitragliatrice.
"Quest'uomo è dell'ira", urlò il carabiniere, "sa dove si trova il loro nascondiglio. Noi ne eravamo già al corrente. Se l'ira avesse rapito qualcuno non gli avrebbe mai rivelato le proprie coordinate."
"Ehi! I bersaglieri si stanno mangiando i fusilli!", urlò MissP.
Giunsero i soldati.
"Ora basta", dissero.
Scaricarono tutto il pallottolume. Intanto l'elicottero riprese quota. Il rumore delle pale teneva il tempo alle scariche di mitra. Arrivarono razzi e granate dall'alto. La piazza fu rivolta sottosopra e le particelle d'asfalto si mescolarono a quelle di carne.
"Missione compiuta, attendiamo ordini, passo", disse il pilota.
Anche questa volta la situazione era tornata sotto controllo.
"Prossima destinazione piazzale Foppapedretti. C'è da placare una manifestazione contro la privatizzazione dell'aria. Fate un salto qui da noi che vi rimpinziamo di soldati. Passo e chiudo", disse una voce in cuffia. L'elicottero ombreggiò veloce sui tetti dei palazzi, ma dalla piazza nessuno lo vide allontanarsi.
16 aprile 2004
"Ma è solo una formalità". Le formalità sono il guscio di una comunicazione che non c'è. Basta con queste formalità, eliminamole queste barriere"
"Hai sniffato sodo? Stai svalvolando? E poi se per esempio piovesse mi dispiacerebbe".
"Per chi, per me?"
"Sì certo".
Oh, sei molto sensibile, ma ti informo che a me piace la pioggia, sia quando esco che quando sto a casa e anche di notte, sai, addormentarmi con l'acqua che batte sulla grondaia... "
"
neppure".
"Ehi torna qui, dove vai?"
"Ma vai a cagare và. Sei solo un coglione".
"Taci stronzo"
15 aprile 2004
Graziella portò la mano alla bocca per leccare la coppetta, spalmò a vuoto la lingua, tenendo gli occhi semichiusi a causa del sole in faccia che non c'era. Ma non c'era nemmeno la coppetta. Sussultò quando si accorse di essere sdraiata su un letto con una infermiera accanto e il soffitto bianco che le premeva addosso. Un attimo prima stava leccando la coppetta con Lory Montreal, subito dopo era cambiato tutto. L'infermiera saettò come un grillo quando Graziella urlò di dolore per la vampata di bruciore al volto.
Il comandante le disse che al ritorno sulla Terra non avrebbe ricordato niente di questo incontro fino al momento giusto. Il tempo trascorso nella nave non sarebbe mai esistito per lei, fino a quel momento. Per gli altri, sulla Terra, il tempo sarebbe trascorso senza di lei fino al momento del suo ritorno. Vide che stava per svenire e interferì con le sue frequenze cerebrali aumentando la soglia di stupore.
Tra lei e il comandante si materializzò una lastra luminosa di proiezione. Emanava fotogrammi di scene tratte casualmente dalla vita quotidiana degli esseri umani. Il comandante parlò in merito a quei filmati. Il suo discorso spaziò dall'allevamento culturale di massa alla deificazione dello sport, passando per l'alienazione industriale, la malleabilità della personalità e la capacità di mentire a sè stessi.
"Sareste tutti da prendere a sberle dalla mattina alla sera", disse il comandante alla fine del filmato, "ma farlo a tutti è impossibile, ho già l'agenda piena di impegni da qui ai prossimi vent'anni. Hastur!"
Mentre chiamava il suo collega, aumentò ulteriormente la soglia di stupore di Graziella. Da una porta laterale entrò una creatura molto simile al comandante, anzi, identica, se non fosse stato per le mani orribilmente sproporzionate. La navicella stabilizzò la sua orbita per seguire un punto dell'oceano che in quel momento veniva illuminato dalla luce del sole nascente. Hastur protese le braccia verso Graziella, avvolta nell'ombra provocata dalle gigantesche mani.
"Quando sarà il momento, questo trattamento sarà da esempio per tutti gli altri", disse il comandante, aumentando anche la soglia di dolore della ragazza.
Hastur rovesciò il primo schiaffo.
Siccome quello che accadde dopo non è ancora successo perché accadrà fra una decina d'anni, e siccome Hemingway diceva che non bisognava mai scrivere di quello che non si conosce, nel mio caso di quello che non ho ancora vissuto, non so più che cazzo scrivere.
15 aprile 2004
Ho cominciato a leggere il Pasto Nudo facendo sottolineare alla signorina Minù i nomi delle droghe per ricordarli meglio e svangarli a dovere nel caso che in ufficio ci si metta a discutere di cosa è meglio o peggio dei funghi sacri messicani. Minù è la mia matitina mangiucchiuata che tempero coi denti.
Dopo venti minuti sento una punta fresca all'uscita della narice. Tocco, è umido. Il muco comincia a scedere. Smetto di leggere e alzo la testa, ma tengo il libro aperto per non destare sospetti. La posizione sfavorevole e il lieve pelame dei baffi rallentano, seppur di poco, la fastidiosa discesa. Purtroppo sono costretto ad abbassare la testa, in modo da appoggiarla alla mano destra e con le dita impedire ai vicini la visione del muco che mi cola.
Passano altri dieci minuti. Il treno arriva al capolinea. Credo e spero che nessuno si sia accorto del mio imbarazzante disagio. Ho le dita impregnate di muco. Il vagone si svuota e ne approfitto per strofinarmi le labbra e il naso sulla manica del golfino.
Quando è inverno mi va un po' meglio perché posso tenere alzata la sciarpa e chissenefrega.
13 aprile 2004
Avevo sì e no dieci anni, quando un pomeriggio vidi dal mio balcone il signor Ruffini che con una scopa distruggeva il nido di una famiglia di rondini, costruito a pochi metri dal suo balcone. I pulcini precipitarono nel cortile dieci metri più sotto, e là restarono, immobili, a confondersi con i sassi. Corsi da mia madre piangendo. Mi spiegò che quelle rondini sporcavano il muro con i loro escrementi, e al signor Ruffini non piaceva. I genitori di quei pulcini trascorsero tutto il giorno, fino a tramonto inoltrato, svolazzando intorno al punto dove c'era il nido distrutto. Il giorno dopo le rondini non si videro, né comparvero le estati successive.
Quella vicenda emerge di tanto in tanto riempiendomi il cuore di gran pena e rabbia, in tutti questi anni mi sono messo a pensarci nelle occasioni più disparate, senza che ci fosse qualcosa di sensato che mi inducesse a farlo. Il pensiero tornò per l'ennesima volta quando alzai lo sguardo dove c'era stato il nido. Il muro era pulito.
Ci sedemmo in cucina e mi offrì un caffè.
Non parlò molto di sè, come se non gli fosse accaduto nulla. Fui io a raccontare molto, narrando delle mie peripezie scolastiche e lavorative, informandolo della mia famiglia e di tante stupidaggini. A un certo punto gli accennai del nido di rondini. All'inizio non si ricordò, finché non descrissi il modo in cui lo distrusse e il motivo, allora si accese tutto, s'impuntò sul fatto che quelle rondini sporcavano, dicendo che altri condòmini non gradivano il muro macchiato dal tetto fino al cortile. Si prese la briga di "liberare un po' da quella porcheria", e lo disse ridacchiando, con l'aria di uno che aveva compiuto un'azione virtuosa, degno di ammirazione, meritevole di onore e rispetto condominiale e divino.
Lo guardai severo, sperando che percepisse il rimprovero. Dissi che non era bello ciò che aveva fatto, che ci rimasi molto male, tanto da risentirne mio malgrado negli anni successivi, che prima o poi avrebbe dovuto pagare per quel gesto, e aggiunsi: "Sono qui per ucciderla".
Aprii la valigia e disposi sul tavolo tutti gli arnesi in essa contenuti. Un machete, un crick, un martello, un seghetto, un trapano, una pistola sparachiodi e un ferro da stiro.
Restammo alcuni secondi a guardarci e a guardare la tavola apparecchiata.
"Ero indeciso su cosa usare, se pensare all'originalità del mezzo o tener conto soltanto del sicuro successo immediato. Purtroppo ho dovuto escludere la mazzetta, era troppo ingombrante. Lei cosa mi consiglia?".
Afferrai la pistola sparachiodi e ne piantai un paio sul tavolo, facendo sussultare il signor Ruffini. Ora mi guardava sgomento, anzi, più incredulo che sgomento. Collegai il ferro da stiro ad una presa perché si scaldasse.
"Nel caso, è lì pronto, eh?", dissi.
Mi levai la giacca e la appoggiai allo schienale della sedia.
"Magari cominciamo con questo", dissi, agitando il martello a pochi centimetri dal suo naso. Fu patetico il suo tentativo di strapparmelo di mano, trattenni una risata solo perché sono una persona educata.
Provai una pesante sensazione di impotenza e cupa rassegnazione. Da un lato ero contento, dall'altro me ne dispiacevo. Era come quei litigi che iniziavano per far valere la ragione di una delle parti, ma si concludevano con la vittoria di chi lanciava l'insulto più tagliente, senza che alcuno ricordasse le ragioni in ballo. Avrei tanto desiderato riavvolgere il nastro e rassicurare il signor Ruffini che non gli sarebbe accaduto niente, che era tutto a posto. Avrei riposto tutto in valigia sorridendo, e me ne sarei andato con la promessa di un cesto di ciliege alla visita successiva. Pensate pure quello che volete, rinchiudetemi a vita, torturatemi. Volevo solo spaventarlo, credetemi, solo spaventarlo.
09 aprile 2004
In realtà non andò veramente così. C'è una distanza imponderabile tra la realtà ideale e quella nominale. Le cose del giorno dopo non sono mai come quelle pensate il giorno prima. Possono andare anche peggio, per esempio potrebbe non accadere nulla.
Per quanto riguarda il pastore, le cose andarono molto diversamente...
Il pastore non riusciva a dormire. Si alzò dal letto e nel buio pestò le dita del piede contro lo stipite della porta. Cercò l'interruttore della luce, ma si ricordò che ancora non era stato inventato. Non ricordava dove aveva riposto la candela. Pazienza. Riuscì ad uscire di casa e andò all'ovile, cominciò a contare le pecore. Gli venne sonno, stava quasi addormentandosi sul recinto. Durante il traggito dall'ovile alla casa si ridestò un poco. A letto perse il sonno del tutto.
Si rialzò. Pestò le dita contro lo stipite della porta. Si ricordò che l'interruttore non era stato ancora inventato. Andò all'ovile e cominciò a contare le pecore. Ai primi colpi di sonno corse in casa. Una volta sotto le lenzuola il sonno svanì.
Si rialzò dal letto e pestò le dita contro lo stipite della porta. Tornò all'ovile e contò quasi tutte le sue pecore. Prese sonno e restò lì quasi fino ad addormentarsi. Totalmente rincoglionito dal sonno si trascinò nel fango, camminò a gattoni fino al letto, si immerse nelle lenzuola e dopo un quarto d'ora si ridestò completamente.
Corse fuori dal letto schiantando il piede contro lo stipite della porta, e contò le pecore dell'ovile. Il sonno lo agguantò un'altra volta, decise che avrebbe dormito all'ovile. Purtroppo arrivò l'alba. Gli uccellini gironzolavano già in cerca di cibo. Il sole colorova il colle e la casa. Aprì il recinto, fece uscire le pecore una ad una e
07 aprile 2004
Mi riprendo al volo: un migliaio di vermetti azzurri si attorcigliano e si divorano l'uno con l'altro sulla mia tastiera in un rito orgiastico che merita tutto il rispetto dei presidenti repubblicani di tutto il mondo. Il mio capo ha il naso a forma di punto interrogativo, mi osserva con una scarpa in mano, due o tre di quegli esserini pendono pericolosamente dall'orlo della scarpa.
"C'erano questi dentro la mia scarpa", dice, indicando i vermi.
Faccio fatica a realizzare che mi sono ripreso, che questa è la realtà di tutti i giorni, che il mio capo ha davvero rovesciato quei vermi sulla mia tastiera. Sì, è questa la realtà.
"Com'è potuto accadere?", domando.
"Non lo so, non ne ho idea. Sono gli stessi vermi che infestano le carogne dei merli in giardino. Una volta c'era un merlo tra l'erba, disteso, immobile. L'ho girato con un bastoncino e li ho visti. E' arrivato un dischetto volante a pochi metri sopra il merlo, una colonna di luce si è accesa e il dischetto ha risucchiato il merlo. Però i vermi li ha lasciati lì, e oggi sono diventati grandi, si sono laureati, stanno pensando se affidarsi alle assicurazioni previdenziali private o se frantumarsi l'apparato digerente tramite birre rosse doppio malto".
"Lei è pazzo, se ne vada!"
"Ripetilo se hai coraggio"
"Lei è pazzo, se ne vada!"
"Ok"
Il Capo esce dalla stanza, con la scarpa in mano e il piede sinistro divorato.
Rifletto sul sogno di poco prima. Purtroppo ho spesso di questi leggeri pruriti sensoriali. In metro mi succede di vedere i passeggeri perdere la solidità, piegarsi su stessi come pongo rammollito. I sedili si sciolgono, diventano un'unica cosa con il pavimento, le pareti del vagone si srotolano, la luce diventa intermittente. La galleria sprofonda, il treno si inclina. Io e i grumi di pongo ci rovesciamo tutti verso l'angolo più basso. Scendiamo a folle velocità. Giunge un assordante rumore di attrito metallico, distante, poi più forte e vicino, quando è imminente torna tutto alla normalità, uomini e donne in piedi nel frastuono rassicurante delle rotaie.
Infilo in bocca un vermicello. Non è male. Uno tira l'altro, presto la tastiera è pulita, io son satollo e ho risparmiato un buono pasto.
Resto immobile per un'ora fissando il desktop del computer. Il Capo si rovescia nella stanza. E' perfetto, lucido e smagliante, scarpe brillanti, saltella e piroetta e grida.
Guardo fuori dalla finestra. Ci troviamo circondati da immensi agglomerati di materia pulsante, luminosa, brillante di colori vivaci eppure oscura. Non saprei definirla... ci sono dei così enormi che si avvicinano e altri che si distaccano. Quando si distaccano rilasciano una mucosa rossastra che viene assorbita da altri cosi più sotto, e altra mucosa scende dai cosi più sopra.
"Che cazzo succede!", urlo.
"Stiamo assistendo al processo di mitosi dei miei coglioni. Ci troviamo immersi nella polpa carnosa del mio testicolo sinistro. Quelle che vedi sono le cellule che lo compongono. Se tutto andrà bene saremo traslocati in uno dei nuovi testicoli prima di questa sera, appena in tempo per collaudarli"
"Cioè?"
"Più tardi mi aiuterai a sellare uno spermatozoo scelto. Si chiama Ignazio, l'ho conosciuto stamane durante la presentazione della nuova linea di tombini per la città. Lo cavalcheremo quando verrà il suo turno. Ho già montato i ganci alla base del secondo piano seminterrato. Al momento giusto tutto l'edificio uscirà insieme allo spermatozoo. E tu lo ingoierai."
Ammiro impressionato lo spettacolo della mitosi.
"Quanto sarà grande lo spermatozoo?", chiedo.
"Cinquanta volte un uomo, in quest'ordine di grandezza"
"Ma che è 'sto frastuono?"
Il Capo apre la finestra.
Credo che nessuno sia mai riuscito a sentire il vero suono delle cellule in mitosi. In condizioni normali non possiamo sentirlo, se non in quel sibilo che si sente talvolta nel silenzio più assoluto. Ma non è niente in confronto a questo. Sembra di sentire una gara di autoscontri al rallentatore, con gigantesche petroliere al posto delle macchinine, il suono lancinante delle lamiere che si scontrano e si attorcigliano. Ho come un deja vu. Ecco cos'era il paesaggio visto per un attimo quando il sole riuscì a passare attraverso lo sciame di quei diavoli. Centinaia di petroliere devastate, cadute dal cielo addosso ai palazzi. Non è possibile.
Gli tiro una ginocchiata alle sue palle. Dalla finestra irrompe una luce accecante. Devo coprirmi gli occhi, mi bruciano le mani, brucia tutto quanto.
La collega mi osserva a un soffio dal mio naso. Focalizzo i suoi occhi.
"Finalmente, ti sei ripreso! Sono due ore che guardi fisso il monitor!"
Allunga la mano alla scrivania, prende un post-it.
"Leggi, c'è da finire questa attività", dice.
Prendo il foglietto in mano e leggo. Lei è lì che m'aspetta.
"E allora?", chiedo.
"Sarebbe da completare entro stasera. Pensi di faaaaaaaaaaaaaaaaaaa..."
Resta immobile dicendo 'a'. La scuoto un po'. Perde l'equilibrio, tento di afferrarla, crolla per terra, muta. Poi riprende a dire 'a'.
Esco dalla stanza. Per i corridoi si sente la cacofonia di più vocali cantate insieme. Negli uffici sono tutti fermi nelle posizioni più disparate, bloccati mentre facevano qualcosa o mentre parlavano. Esco dall'edificio, cammino per strada. Città immobile, vocalizzata. In panetteria sono tutti fermi in piedi, qualcuno indica del pane, anche loro si sono incantanti nel pronunciare una vocale.
Mi metto a piangere. Tutto questo non è possibile, non esiste.
Aiuto.
02 aprile 2004
Stamattina a uno dei semafori che tagliano corso Garibaldi c'era una giovane donna vestita come una dei Visitors, con il suo bimbo nel passeggino. Il semaforo era appena diventato rosso, ma non tutto il semaforo, soltanto la prima luce in alto, e la strada era momentaneamente deserta. Probabilmente la mammina voleva starsene ferma a pensare ai fatti suoi, oppure aveva paura che le auto comparissero in massa nel momento in cui il passeggino entrava in carreggiata, come succedeva all'investigatore della pantera rosa, ma a me non frega un cazzo di cosa voglion fare le mammine agli incroci, soprattutto se hanno stivaletti a punta e i pantaloni dentro gli stivaletti.
Allora mi sono lasciato andare. Ho velocemente sillabato una ciclopica infamia a dio. Ho strattonato la mammina e ho afferrato il passeggino sghignazzando. Il bimbo mi ha subito sorriso. Lentamente ho attraversato la strada con il passeggino. La mammina mi guardava dall'altra parte della strada, mi implorava di tornare indietro, poi si rimangiava tutto perché il semaforo era rosso. Io la stavo gentilmente aspettando, le dicevo di non preoccupparsi, e la invitavo ad attraversare con calma tanto non passava nessuno.
La scenetta è durata pochi secondi, lei già piangeva, come se le avessi rapito il bimbo, anche se la rassicuravo dicendole che lo avrebbe potuto riabbracciare subito. Quando il semaforo è diventato verde, la mammina si è subito catapultata verso il mio lato, ma un bolide ha attraversato col rosso dalla sua parte, tanto veloce che il suono è poi giunto alcuni minuti dopo, ed ha investito la mammina.
Aprofittando del verde, ho depositato il passeggino col bimbo sopra il corpo inerte della mammina, per dare l'impressione che in qualche modo si fosse investita con il passeggino. Il bimbo continuava a sorridere. Il semaforo è diventato ancora rosso, ma non passava nessuno, così ho attrversato l'incrocio e mi sono diretto a lavoro con qualche incertezza sul buon esito dello scherzo.
Strada facendo mi sono messo l'auricolare. Sebbene non avessi con me il cellulare e l'auricolare fosse scollegato da qualsiasi tipo di dispositivo, mi sono messo a parlare da solo per dare l'impressione che ci fosse un interlocutore. Da quando esistono gli auricolari posso usarli e parlare tranquillamente da solo senza più essere guardato male da mezza città.
All'arrivo in ufficio ha cominciato a uscirmi il sangue dal naso. E' una cosa che mi capita spesso quando ho delle incertezze. Sono corso nel bagno delle donne e ho fatto gocciolare un bel po' di sangue nel gabinetto, finché non ha cominciato a girarmi la testa. Mi sono rialzato e con la testa alzata ho aspettato che l'emorragia si arrestasse, per poi uscire defilato e senza tirare l'acqua.