Vendetta telecinetica Da bambino sapevo spostare o modificare oggetti e persone col pensiero. Erano i tempi dell'asilo, mi ricordo bene. Facevo fare le flessioni ai miei amichetti, gli facevo venire le convulsioni, facevo in modo che si sbavassero mentre mangiavano. Loro non capivano, io ridevo. I genitori erano preoccupati, credevano di avere in famiglia dei casi umani. Quei bambini subirono cure e trattamenti pischiatrici che non meritavano, per colpa mia, che ero un bambino e non mi rendevo conto delle conseguenze. Purtroppo, quei bambini non... beh, non è di questo che volevo parlare.
17.cbeta.asm Chissà che anche tu non abbia i miei stessi problemi. Se di notte squilla il telefono mi sveglio con le palpitazioni. Mi accorgo subito che è solo un telefono, ma le palpitazioni continuano per molti, troppi secondi, mi sembra che si gonfi la lingua. Fino a pochi giorni fa sentivo al mattino presto la sveglia di mia sorella. Il suono era quello del biiip biiip di un camion che fa retromarcia, stesso timbro e intervalli, a volume da stadio per giunta. Forse l'effetto volume alto era dato dall'improvviso passaggio da silenzio a rumore, senza preavviso. Appena mi sveglio sento meglio i rumori circostanti: il sibilo delle unghie che cresce, la sorda vibrazione della forza di gravità, lo sfregamento di antenne tre le formiche, lo scoppiettio liquido delle foglie in fotosintesi.
Hey, gli uccellini cantano Questa notte, verso le due e mezza, esco dal convegno degli asini in Villa Attimino. Per completezza, spendo due parole per descrivere il convegno degli asini (non mi è andata così bene ieri sera al centro commerciale: quando alla cassa ho proposto di spendere due parole per pagare un raccoglitore di fedine penali, la cassiera ha chiamato il mio medico di famiglia, il quale mi ha alzato la maglietta, quindi (la cassiera) mi ha depositato sul rullo, ha passato i miei muscoli addominali come codice a barre).
Ma non volevo farlo davvero Ieri sera dopo cena non sapevo proprio cosa fare. A dire il vero avrei voluto dedicarmi a un mucchio di cose: leggere un po', vedere persone, suonare, fare scherzi al telefono, rispondere ai messaggi di Emanuele Filiberto di Savoia, ascoltare i discorsi di quelli del piano di sopra sdraiandomi a terra con l'orecchio schiacciato al pavimento. Niente, ero troppo stanco. Per addormentarmi mi sono limitato a una passeggiatina serale tra le ombre del paese. E' consuetudine, infatti, che mi venga sonno mentre passeggio, e di punto in bianco casco sull'asfalto a dormire. Al mattino mi sveglio nel letto, merito di ignoti che gentilmente mi riportano a casa, mi mettono il pigiama e mi infilano sotto le lenzuola. Comunque, in statale, di fronte al cimitero, c'erano alcune prostitute a lavoro. Mi sono avvicinato. Due erano ben oltre i quarant'anni, grassocce, molto truccate, more, l'altra era africana, alta, slanciata, seno abbondante, davvero molto bella, portava dei pantaloncini inguinali e una corta magliettina rossa che scopriva metà seno fino al bordo dei capezzoli. Ci ho parlato un po', scoprendo che per un servizio completo chiedeva 150 euro. Mi sono allontanato, fermo ad aspettare sullo stesso marciapiede. Passa il tempo, non so dire quanto, forse mi sono anche addormentato in piedi, perché a un certo punto ho trovato di fronte una mercedes senza che la vedessi arrivare, e le tre donne non c'erano più. Guardo nell'auto. Un uomo si sporge verso il finestrino, un bell'uomo tra l'altro, sui cinquanta. Prima che dica qualcosa, proprio mentre sta per dirla, gli urlo "150 euro!". Mi guarda un po' sorpreso, sorride e mi fa cenno di entrare.
Il colore del cielo Quelli che vedo immobilizzati da un avvelenamento da smog psichico ad aspettare l'autobus, li riconosco ogni giorno in faccia. tutti incerati disertori delle armate dell’a buon’anima di Gengis Khan. invece chi cammina sul marciapiede è una novità ogni giorno. il marciapiede, negli strepitosi anni del Paleolitico, era una sogliola marrò, ormai estinta dall’ingordigia Findus, che appoggiata alla pianta del piede lo sbranava lentamente come fa la lebbra da luppolo nel mio stomaco. la marciapiede. tante piante dei piedi formano un sottobosco, riflesso sul piatto doccia, e non è bello, perché è lì che si insidiano i funghi. in città gli esseri umani in movimento cambiano ogni giorno, quelli fermi son sempre gli stessi, e pensano di ingannarmi cambiandosi i vestiti, le pettinature o l'umore rilasciato silenziosamente dalle loro deputate cavità, come i gatti sulle gambe di [inserire personaggio famoso, non allergico al pelo felino, preferito dal perditempo di turno]. I fermi vedono che quelli in movimento sono sempre gli stessi, come me che son sempre uguale a me stesso, e penso di ingannarmi svegliandomi ogni mattina un secondo più tardi rispetto al mattino precedente. quelli in movimento non sono mai gli stessi da quegli altri in movimento, cui appartengo io quando sono in movimento. in metropolitana sto sempre appoggiato al muro, giro la chitarra dall’altra parte, tenendo fuori la parte senza corde, e mi metto a suonare boccheggiando, la così detta canzone del pesce, e sto lì, distante il più possibile dalla linea gialla di resurrezione. il funzionario potrebbe trovarsi costretto ad avvisare di fare attenzione se mi vedesse sulla linea gialla, mi punterebbe con gli occhi, mi pupillerebbe, e all'uscita dalla stazione di destinazione, destini in azione inazione Dinasty, troverei un controllore pronto a sgamarmi senza biglietto. In verità vi dico: ho paura che qualcuno mi spinga sui binari un attimo prima che arrivi il treno. il macchinista pare un bambolo gonfiabile cianotico, siliconato di chinotto. Non si offendano, i macchinisti, è solo che mi sembrano così. se proprio qualcuno desidera lanciarmi sui binari, spero lo faccia urlando "BAU BAU BOBY", gettandomi addosso alla locomotiva, altrimenti non avrebbe senso, mi troverei sui binari da solo, un coglione per gli occhi, con vita salva perché anni fa spostarono l'alta tensione da terra ai cavi sospesi, aspetterei lo scontro con la locomotiva per inabissare la figura di merda, guardando negli occhi il bambolo. In città, da un paio d'anni, continua a presentarsi il sole, al mattino, in tutte le stagioni. il cielo brilla di azzurro, è favoloso, il mondo diventa splendente, riconosco distintamente ogni singola increspatura della materia, sento la rugosità degli oggetti, ogni atomo esplode senza accecare, la luce cresce di volume, come quando, per giocare, mi estraggo il pomo d’Adamo con il cavatappi. diventano sempre più rari i giorni nuvolosi, veramente coperti e rimboccati, con la pioggia continua, per ottanta ore, il fazzoletto sotto al cuscino, i piedi che escono dal letto troppo corto. si formano le nuvole, precipita la temperatura, ci si lamenta all'improvviso, come se le lunghe settimane di sole fossero durate un giorno o due, da non bastare, o vissute davvero per la lunghezza di un giorno o due, risucchiata nel culo del capo. poi, scommetto, ci sono quelli che nemmeno s'accorgono del cambiamento, che uscire dai seminterrati è un fastidio, i piedi li trascinano nei pub, il cervello continua in sottofondo a cercare problemi per scoprire soluzioni. Quando piove si cammina di più a testa bassa, si guardano i ciaf ciaf sui marciapiedi.
L'amore corroso Quando cammino scalzo sull'erba là fuori sento il solletico sotto i piedi causato dai microterremoti nati dallo spostamento dei lombrichi sottoterra nati dalla voglia di musica dei ventri materni e poi entro in casa, salgo sullo sgabello, ficco la testa nelle ramificazioni del lampadario, ti ordino di accenderlo e tu lo accendi, per farti vedere il gioco di ombre delle mia cavità facciali sempre più scavate dai tuoi morsi e succhiate e poi scendo, prelevo il martello rosso dal ripostiglio con gli attrezzi da distruzione, sai bene, lo vedi anche tu che il pavimento della nostra casa è sgrassato, privo di graffi, limpido, profumato e poi abbasso il martello su una piastrella, lo alzo e lo abbasso su un'altra, le piastrelle scoppiano in sequenza, il pavimento diventa il vuoto che nascondeva sotto e di cui nessuno sospettava, i tubi del riscaldamento marci, la ruggine sale nell'aria che diventa rossa e lattiginosa, nella nebbia riesco ancora a riconoscere i tuoi occhi, le pupille sono pupille, i capezzoli sono pupille, l'ombelico è pupilla, la tua fica è pupilla, affondo le mani nella tua marmellata oculare, ti spalmo sul pane e ti mangio.
Un colloquio di lavoro Squilla il telefono, rispondo. Una donna dice che l'azienda G***** vuole contattarmi per un colloquio. Le faccio notare che dall'azienda G***** mi sono licenziato da poco. Lei dice che non è al corrente e non può entrare nel merito delle relazioni aziendali, e ci devo pensare un po' su, rispondo, le faccio sapere entro facciamo ventiquattrore.
L'uomo cannone Joe Lavativo trascorre il lunedì in camera sua, seduto sulla poltroncina in scalpo, imbottita d'amianto per questioni private di coraggio, fissa per dieci ore senza interruzioni la spia verde accesa del monitor e come sottofondo musicale sceglie il tratto che va dai 5:20 ai 5:45 di Take a Pebble degli Emerson Lake & Palmer, perennemente in loop. L'impianto antifurto rileva 1917 battiti di palpebre come unico movimento all'interno della stanza. I vetri della finestra sono opacizzati dalla sua ombra in fuga. La sicurezza di avere trecento grammi di pongo alle erbe aromatiche nel cassetto nascosto del seggiolone di Luigi XVI - ora adattato a scrivania per studenti stonati - lo tiene in scacco sugli allori, nella bambagia, o per così dire in un letto di rose, si vanta di fare il michelaccio, ha la pappa scodellata, si gode il papato, sta in un ventre di vacca, come quei blandi centristi cittadini che stanno chiusi in casa e non godono la città sapendo di avere tutto a disposizione giù da basso nel caso sentissero la necessità di ricorrervi o se vedessero un intruso sconosciuto che entra di notte in casa loro per verniciare le pareti con la presunzione di essere silenzioso. "...sono in auto, non ho bevuto, né fumato, davvero, è presto, sono lucido, sto andando a raccogliere foglie secche per lo stropiccìo che mi occuperà l'astinenza invernale, quando ai bordi della strada vedo quei cartelli, lo giuro, cartelloni bianchi con scritto in gigante "TUTTO" oppure "NIENTE", uno dietro l'altro, ed io non so come comportarmi, TUTTO NIENTE, TUTTO NIENTE, per centinaia di metri, non so se mettere anche i fendinebbia e gli abbaglianti insieme a tergicristalli e climatizzatore, oppure se spegnere le luci di posizioni e addirittura il motore e aspettare qualcosa, TUTTO NIENTE, poi basta, i confini della strada tornano oscurati, le auto continuano a passare nella direzione opposta, dietro di me non c'è ancora nessuno..."
La donna cannone A Como, qualche anno fa, viveva Egidia Perotta, soprannominata da tutti la donna cannone. Ai forestieri che non l'avevano mai vista pareva che fosse un fenomeno da baraccone, al soldo di qualche circo locale, e già sentivano i botti e gli spari fin fuori dal territorio comunale. Poi venivano accompagnati nei luoghi dove viveva e loro rimanevano per ore a guardarla, un po' divertiti, ma anche inorriditi e incuriositi. Non è che i cittadini deridessero la donna cannone in quanto tale, ma era una forte attrattiva turistica, e mentre i forestieri l'ammiravano, tra uno sparo e l'altro, già che c'erano spendevano qualche spicciolo in aperitivi o giri sul traghetto, e questo faceva di Como la città più florida, ridente e spensierata del nord Italia, che anche i barboni potevano viverci agiatamente perché i soldi pareva di trovarli per terra.
E' inutile strappare i fiori D. uscì di casa un po' prima, due minuti potevano già definirsi un largo anticipo. Lentamente giunse in stazione che il treno era già stato annunciato. Si chiese se fosse il caso di perderlo. Vergognandosi di questa idea, la scacciò immediatamente, conscio che a prendere o lasciare non aveva nulla da perdere in ogni caso. Salì, scelse un punto con quattro sedili adiacenti vuoti, guardò velocemente che fossero puliti e si sedette vicino al finestrino.
La quasar La quasar è mia sorella. La quasar è la zia trasversale che pela i pomodori per la scorta stagionale di salsa. La quasar è l'eco dei saluti. La quasar attende in fondo alla via quando il momento è quello giusto per un buon brindisi. La quasar pulsa e ti chiama con la voce della donna della tua vita, e quando te la trovi di fronte, che ne senti l'odore, avverti la ferocia di quelle zaffate maleodoranti, scavate di angoscia, ansie e paranoie, è un convoglio meteoritico di stantuffi ed eruzioni di compromessi, tanti compromessi da immobilizzarti sulla cima del monolite finale, tanti compromessi nell'aria da farti sentire un prete. La quasar t'avvicini, la tocchi ed è la neuro, nella volata in cella perdi dalla tasca la carta d'identità, non ti riconosceranno più, non ti riconoscerai. La quasar ci entri e vieni inghiottito tredici anni in una corsa verso l'ingigantimento dell'io, che se dentro è aria scoppia come un palloncino. La quasar è l'ospizio. La quasar è il gorgo della fine, dove la coscienza cade senza conoscerne la profondità. La quasar è il cuore sospeso nel vuoto nero dopo la fine, secerne implorazioni viscose. La quasar in cancrena ti ingoia e vibra di vita quando credevi che qualcuno potesse aiutarti.
Cercando una disoccupazione Stamattina però ho preso il treno e sono andato a Milano per cercare un buona disoccupazione. La caccia mi ha trascinato fino a una zona sconosciuta di Quarto Oggiaro. In una via, dall'altra parte del filo spinato, dei ragazzi stavano giocando a pallone nel campetto di un oratorio. Due poliziotti erano a bordocampo. Mi sono fermato a guardare qualche minuto la partita. A un certo punto un giovanotto ha tirato la palla oltre il confine dell'oratorio, credo per sbaglio. Prima che la palla potesse uscire dal seminato uno dei poliziotti ha estratto la pistola e gli ha sparato. alla palla, intendo. Il pallone sgonfiato è caduto al suolo, come un pallone sgonfiato che cade al suolo. Mentre qualcuno recuperava una palla nuova dagli spogliatoi, ho avvicinato uno dei ragazzi alla rete.
Il rapimento di Semanzia Calisto Redaelli Il 15 settembre di tredici anni fa la nostra cara amica Semanzia Calisto Redaelli fu rapita dagli extraterrestri per colpa della sua ingenuità di bambina, accettando incuriosita un propulsore cinetico miniaturizzato da sconosciuti. L'altro ieri è stata rilasciata da sconosciuti presso il bosco incatramato di Sant'Anaga, senza addosso nessuna spiegazione. L'ultimo suo ricordo è quello della mano che afferra il propulsore. Semanzia ha un vuoto di tredici anni. Questa mancanza si denota anche sul corpo, rimasto identico a quello di tredici anni fa. I genitori di Semanzia, gli amici dell'epoca avvisati in base alle simpatie, alcuni carabinieri e un passante, si sono ritrovati nel piazzale del Battistero Galliani per dichiararsi tutti sbigottiti e poi hanno mangiato il panettone.
Vacanze a gogo Entriamo a Bologna dopo due ore di viaggio trascorse con la bocca perennemente spalancata e il respiro affannoso per scelta. Per questo oneroso impegno vascolare abbiamo deciso di rimandare al 2 giugno la protesta mondiale contro il pulviscolo atmosferico. Tutto il mondo dotato di media abbastanza veloci da unificare ogni popolo reciprocamente in tempo reale cercherà di trattenere il respiro dalle otto di mattina a mezzanotte.
Oltre a quelle cose, mi divertivo con azioni più banali: storcere posate, spostare posaceneri, scostare tende, rompere bicchieri, far esplodere mosche in volo, dondolare lampadari. Tutto col pensiero. Ero un bambino solitario che passava la maggior parte del tempo a dormire, poiché spostare qualcosa col pensiero richiedeva ingenti quantità di energia, me ne andavo subito in catalessi. Così in breve tempo smisi, diventai normale, mi costruii una vita sociale, a costo di ridere molto meno da solo con me stesso. Se oggi potessi usare il pensiero come un tempo, potrei farmi le seghe col pensiero, per esempio, e intanto suonare la chitarra. Spostare soldi sul mio conto col pensiero, per esempio. Ma così non è...
Torniamo indietro con gli anni. Avevo tredici anni quando fui vittima di un terribile incidente. Ero a scuola, all'intervallo. Tre miei compagni mi bloccano, non riesco più a muovermi. Ne arriva un altro e mi fa il solletico, non smette. Rido, rido tantissimo, fino a piangere. Ricordo i nervi del collo che si spezzavano nella foga. Stavo morendo dal ridere. Vomitai, mi cagai addosso, potevano uscirmi gli occhi dalla faccia. Poi, dopo alcuni minuti di solletico, improvvisamente non sentii più niente. Il corpo, dal collo in giù, non lo sentivo più, inesistente. Un appendice di carne e basta. Guardavo i miei compagni inebetito, boccheggiando. Mollarono la presa, mi rovesciai per terra, come svuotato. Ero paralizzato, il sistema nervoso si era spento per sempre. I miliardi di lire di risarcimento non bastarono a farmi passare la voglia di vendicarmi, oggi non ancora sopita, ancora per poco.
Grazie alle mie facoltà telecinetiche, però, ripresi il controllo del mio corpo. Imparai a spostarmi con la forza del pensiero. Come ho detto prima, questo mi affaticava molto. Fui costretto ad attingere l'energia necessaria dal futuro, il mio futuro. Questo significa che ogni giorno, da tutti i giorni di vita a mia disposizione devo toglierne due: quello in corso, e uno a caso nel futuro. La mia vita si è dimezzata, lo so, e so anche che morirò presto. Ma questo non conta. L'importante è che prima muoia l'ultimo di quei quattro stronzi, l'ultimo rimasto. Se sto facendo tutto questo è per ucciderlo, e per tutto questo intendo anche il blog, perché è grazie al blog che sono arrivato a lui, e se lo dico qui, davanti a tutti, senza paura di rovinare il mio piano, è perché ce l'ho in pugno. Figlio di puttana, forse avrai anche la faccia tosta di commentarmi, perché so che mi leggi, ho commentato quel tuo post del cazzo solo per attirarmi sul mio e farti leggere questo. Ti stai ricordando tutto eh? Hai capito chi sono, vero? E' inutile che scappi o che chiami aiuto. E' inutile. Sto arrivando, ho appena aperto il garage con la forza del pensiero.
28 giugno 2004
Non è bello svegliarsi con l'idea che un camion stia facendo retromarcia verso il tuo letto. A mia sorella piaceva quest'idea, decollava letteralmente, pronta per volare fino a sera. Io preferivo subirmi la visione di tutta la mia vita, e restare in attesa nel terrore che il camion mi investisse a tutta velocità. Il fatto è che quel camion non arrivava mai. Rivedevo la mia vita una, due, tre, quattro volte, riavvolgimento, play, riavvolgimento, play. Certo, quando il film arriva alla fine, il dispositivo di emergenza TiriamoLeSomme lo ripete dall'inizio, non ha le informazioni su quello che c'è dopo. Va in loop. Di solito basta una volta, ma il mio dispositivo non coglie le differenze tra sembianze e realtà. Ora che ci penso, vivo in una realtà i cui dettagli sembrano altre cose.
La sveglia sembra un camion in retromarcia, il rumore mattutino del frigorifero che si apre sembra un paio di labbra che si levano dal petto sulle quali erano incollate, le ciabatte che strisciano per terra sembrano una bocca che aspira effluvi sui muri, l'apertura della carta con dentro l'affettato sembra il muso di un topo che rovista nel fogliame secco. Altre volte i rumori sembrano quelli delle cose o persone che effettivamente li stanno causando. Il caffè sul fornello sembra il caffè sul fornello, i passi in allontanamento di una persona che non rivedrai mai più sembrano i passi in allontanamento di una persona che non rivedrai mai più, le gomme della mia auto che stridono sull'asfalto per restare invano nella curva...
Se in queste occasioni sono mal predisposto mi assale l'orrore che non ci sia un'altra continuità parallela, che non ci sia inganno, che debba convincermi senza il privilegio del dubbio o del cambiamento.
Così alcuni giorni fa ho scritto al computer, in linguaggio macchina per evitare fraintendimenti postumi, il programma finale 17.Cbeta.asm, caricabile nello strato superiore della tua corteccia se eviti di battere le palpebre per almeno 180 secondi. Questo programma inibisce il regolare rilascio di melatonina all'epifisi, anzi, obbliga l'epifisi a rilasciarne una precisa quantità, con un grado di assorbimento ben preciso, in modo che induca al sonno entro un certo orario e che ci si svegli in un altro ben determinato, sempre quello, senza possibilità di modificarlo successivamente (non sono ancora così esperto). Questo esperimento l'avevo già provato su di me per mesi con il programma 16.Cbeta.asm, spiegandomi così il perché mi metto a dormire, per esempio, mentre guido o mentre mi faccio la doccia, contro la mia volontà. Ho creato la versione 17 perché ci ho aggiunto una procedura nascosta, l'apparizione di Gesù Cristo che lava un' Alfa Sud bianca, così tanto per farmi due risate. Appare quando, fumando, si fa cadere la cenere, per sbaglio, nel bicchiere in cui si sta anche bevendo. Se il gesto è intenzionale non funziona.
Ho fatto caricare a mia sorella il programma, e adesso rimane da risolvere il problema degli squilli del telefono durante il sonno. Ma a te cazzo te ne frega. E' una domanda.
27 giugno 2004
Il convegno degli asini si tiene ogni 26 giugno a Cantù (Co) nella sala convegni della Villa Attimino. Attorno ad una tavola sinusoidale si siedono i rappresentanti delle più importanti aziende di disposizione paletti alle iniziative di realizzazione personale (secondo il presidente Rachele Zà, "il contenimento della spinta realizzativa individuale garantisce una società priva di invidie e rancori, il margine mancante di realizzazione personale può essere colmato con dosi massicce di distrazioni, divertimenti e prodotti di consumo -cellulari, fuoristrada, ipod, abiti e scarpe firmati, mtv- che affermino l'ego sociale attraverso il rapporto di compravendita, così che coloro cui mancano naturali predisposizioni ad elevarsi spontaneamente, possano illudersi di poterlo fare, e tutti vivono felici e rispettosi reciprocamente", testuali parole espresse in un'intervista su Retecapri). Ieri sera erano presenti, oltre a me, nove cani bastardini, con la loro tazzina di whiskey alla crema gentilmente offerta dagli sponsor (uno su tutti: Citibank). Elenco brevemente gli argomenti all'ordine del giorno:
- l'età massima per circolare in bicicletta con le rotelle
- l'aumento della soglia di rottura dei paletti di cui sopra
- stabilire uno standard ISO a cui le fabbriche di secchielli e palette, insieme all'utenza da spiaggia, devono attenersi per la creazione di anonimi castelli di sabbia che non inducano gli Stati dell'Unione privi di spiagge a provare invidia per gli Stati con sbocchi sul mare
- conversione del tessuto adiposo in materia cerebrale
- capire perché il convegno si chiama "degli Asini"
Quali siano state le conclusioni cui siamo giunti non è affare di cui parlare con comuni mortali, chi vivrà si accorgerà di cosa cambierà (questo in caso di successo parziale; se il successo sarà totale non se ne accorgerà nessuno).
Ok. Dicevo, esco dal convegno e vado al parcheggio. Apro tutti i tombini e metto i coperchi nel bagagliaio della mia auto perché è uno scherzo che mi piace fare in tutti i luoghi dove parcheggio. Per puro caso incontro una mia compagna di scuola elementare, che non vedevo da almeno quindici anni. Ci raccontiamo della nostra vita, senza scendere troppo nei particolari. Noto che sulla faccia ha tre nasi, cinque occhi e un terzo orecchio sulla fronte. Gli occhi sono provvisti di denti al posto delle ciglia. Sulle dita ha dei piccoli nasi invece delle unghie. Per parlare tiene la bocca spalancata e la voce esce come per magia. Subito dopo esserci salutati con la promessa di organizzare una reunion di classe all'ospizio dove è depositata la nostra cara maestra, l'abbraccio e le succhio a lungo il naso, entriamo nella mia auto, nei sedili posteriori perché c'è più spazio, metto la sicura alle portiere e facciamo l'amore. Durante il suo orgasmo le esce un trenino elettrico dal culo che fa un casino d'inferno e sbatte dovunque, tanto che devo aprire la portiera, far uscire il trenino che scompare in un tombino. Ci rivestiamo e usciamo dall'auto. Metto di nuovo la sicura alle portiere e le chiudo, lo faccio ogni volta che le chiudo per lasciare l'auto incustodita da qualche parte, poiché non c'è la chiusura centralizzata, quindi mi viene spontaneo farlo per abitudine. Mi accorgo subito che le chiavi sono rimaste nel cruscotto. Alcune persone si affacciano allarmate alle finestre delle case circostanti e la mia amante occasionale assume la postura da urlo di Munch quando il mio porcodio si sparge assordante per tutta la valle. Lo shock mi fa vomitare un po' di crema al whiskey. Medito velocemente sul da farsi. Infilo le dita nella fessura tra la portiera del conducente e il tetto, faccio leva col ginocchio poco sopra la maniglia e tiro la portiera verso di me. Si piega, tanto quanto basta per afferrarla meglio e ripetere l'operazione. La lamiera scricchiola, la vernice si scrosta in prossimità della piega vicino alla maniglia. Riesco a infilare il braccio e togliere la sicura. L'auto è aperta, senza tanti allarmismi. Saluto e me ne vado.
A metà strada mi viene un'idea: rubare un'auto utilizzando la tecnica di poco prima. Per sicurezza mi rivolgo ad una dello stesso modello ed età della mia, il cui antifurto sia solo una subdola levetta sotto il volante per il blocco benzina. Ne vedo una e mi fermo. Chiudo la mia auto, assicurandomi che non ci sia nessuno, tornerò a prenderla quando avrò venduto quella rubata, che in cinque minuti apro e sono dentro. Mi fanno male le mani. Provo ad accenderla, logicamente le chiavi non vanno, ma questa notte ci ho messo alcuni minuti a capirlo, non mi so spiegare ancora il perché. Abbandono l'idea di smontare e provare coi fili perché dovrei farlo prima sulla mia auto per evitare di danneggiare cose che non m'appartengono, evito di farlo subito perché è quasi l'alba e gli zombie stanno tornando al cimitero, torno nella mia auto e vado a casa a tutta velocità. Strada facendo mi addormento, al mio posto un altro si sarebbe schiantato, io invece mi ridesto che sono parcheggiato di fronte casa. Esco, respiro l'aria fresca del mattino. Hey, gli uccellini cantano.
25 giugno 2004
Percorriamo in silenzio qualche chilometro di statale, mi offre una sigaretta, rifiuto. Ogni tanto si volta e sorride. Svolta a destra in un sentiero di campagna e dopo un po' ferma l'auto. Siamo al buio in un luogo a me sconosciuto. Ecco, e adesso cosa devo fare? Mi sento ridicolo, a maggior ragione perché sono uscito di casa in ciabatte, e ho paura. Comincia a strofinarmi la mano sui pantaloni.
"Sei forse timido, oltre che muto?", dice. Ha una voce catarrosa. L'alito impregna l'interno dell'abitacolo, odore di sigaro.
"Comincio io, se vuoi...", aggiunge.
Per senso del dovere, lo lascio agire come più gli pare. In fondo si tratta di 150 euro. Sbottona i pantaloni, mi infila la mano nelle mutande e me lo prende in mano. Sento la sua stretta mentre respira forte col naso. Passa un paio di minuti a farmi seghe, ma proprio non riesco a farmelo andare in erezione, come dire, non mi eccita, mi ricorda perfino il preside della scuola media. Si ferma, lo guardo negli occhi, ridacchia, dice "aaah, voi giovani..." e me lo prende in bocca. Lì così, in mezzo ai suoi pompini, mi viene sonno, e penso che non dovrei lavorare per dedicarmi con più attenzione a queste attività notturne. Caccio con schifo l'idea, convincendomi che è meglio stare tutto il giorno a lavorare. Sopraffatto dal sonno, mi lascio andare sul sedile. Chiudo gli occhi, dimentico tutto. Ad occhi chiusi posso credere di avere attorno la mia stanza. Mi tappo le orecchie per non sentire gli schiocchi delle sue labbra, i liquidi strofinii della sua lingua, i risucchi di bava. Potrei vomitargli sulla testa. Mi abbandono totalmente alla sua bocca, cercando un riposante sollievo nell'oblio che mi circonda ogni notte fino all'alba.
Mi sveglio che è giorno. All'inizio non capisco, mi sembra di aver sognato tutto. La mercedes, le tre prostitute, l'odore di sigari. Sono da solo in aperta campagna, per terra, sul sentiero erboso. Mi alzo, cammino verso la strada. Cerco in tasca un fazzoletto per soffiarmi il naso, trovo tre banconote da cinquanta euro.
24 giugno 2004
24 giugno 2004
17 giugno 2004
Indago sui motivi del colloquio. Ripensamento? Trappola? Botte? L'ufficio è una copertura per loschi affari? Trascorro la notte insonne a bere brodo di cicoria, bevo e demolisco cicoria per tutta la notte fino al mattino successivo, ho ancora frammenti incastrati tra i denti e brodo seccato sul mento quando entro nell'ufficio del capo, illuminato dal sole come se non fossimo veramente in città, reminescenze d'asilo nido e campagna.
Vuole assumermi, lui, lo stesso capo che mi aveva licenziato, lo stesso che tollerava le fellatio della mia collega, che riusciva ad allacciarsi la cravatta con la forza del pensiero, lui, che alle pause pranzo mi trascinava nei pub per soli broker a vederli pomiciare, a mangiare panini con nomi come l' "Adam Smith", il "Tremonti", il "Malthus", l' "Enron", lo stesso capo che adesso mi propone una tariffa giornaliera di addirittura cinquantamila euro, come se non m'avesse mai licenziato prima. Un singolare caso di omonimia, dice, quando dagli archivi legge il mio nome su una lettera di licenziamento. Eppure i miei sono gli stessi occhi misurati per mesi dal suo eco-scandaglio. Accetto per la curiosità di scoprire cosa succederà dopo. Mi presenta ai nuovi colleghi, nuovi si fa per dire. Strette di mano, sorrisi tra l'imbarazzato e il divertito. Come quel primo giorno. Ci scambiamo battute semplici e simpatiche per farci cordialmente più spazio, ancora lontane da quelle oscene e crudeli di quegli ultimi tempi. Mi forniscono un computer, ed è lo stesso che avevo prima. Riconosco la mia cara compagna di stanza, sorride appena solo quando le stringo la mano, le labbra guizzano un attimo, sibila un ciao, e il viso torna calmo, confinato, in armonia con la sua persona, tana di segreti solo immaginabili, questo perché sarebbe solo il primo giorno.
Eccomi, un'altra volta in ufficio. Esploro documentazione aziendale fingendo interesse, in attesa di nuove attività, guardo la collega che scrive sulla tastiera, ricambia con occhiate indecifrabili. Tutto come in principio. Arriva una richiesta d'aiuto da parte di una ragazza, vado alla sua postazione. Non riesce a svuotare il cestino di Windows. Il cestino è pieno, trecentomegabyte di file, settimane, forse mesi di eliminazioni. Pulsante destro, svuota cestino. Non lo svuota. Suggerisco di cestinare il cestino. Clicco sul cestino, lo trascino un pochino, poi alzo il mouse di scatto e rilascio il pulsante, lo rimetto veloce sul tappetino e clicco di nuovo. Niente di fatto, credevo funzionasse. La ragazza mi dice di creare un collegamento al cestino. Fatto, e poi? Cestinalo, dice. Trascino il collegamento al cestino nel cestino e il computer va in crash. Sgomento. Carichiamo il sistema e ripetiamo l'operazione diverse volte, e sempre si verifica il crash. Tutto l'ufficio si raduna intorno a noi spaventato. Un collega afferra il cestino di plastica ai piedi della scrivania e lo appoggia al bordo del monitor. Davvero uno scafato. Trascino il cestino sul desktop verso il cestino di plastica, vengo bloccato dal bordo dello schermo. Dai, insisti! Ci riprovo due, tre, quattro volte, niente da fare, il cestino di Windows resta intrappolato nel desktop. Ripristino tutti i trecentomegabyte di file alle loro posizioni originarie, come se non fossero mai stati cancellati, è l'unica maniera di svuotare il cestino senza far perdere ore all'azienda in risoluzione problemi, dico, e funziona. La ragazza mi ringrazia, com'è che non ci avevo pensato prima! dice, e ride. Vuole offrirmi un caffè, no grazie, ho da fare, e torno alla mia postazione. Anche il mio pc va in crash se provo a cestinare il collegamento al cestino, potrebbe essere un bug di Windows, ma due computer sono ancora pochi per essere un valido campione.
Apro il mouse, prendo la pallina e me la infilo in bocca. Mi aiuta a pensare. La donna delle pulizie viene qui ogni sera dopo la chiusura, svuota i cestini nel sacco nero. Scatole della pizza, tovaglioli, lattine, involucri di plastica, si disperdono in montagne di rifiuti là fuori, senza più nome, cose morte, l'immondizia vaga, confusa, repellente. Svuotiamo cestini per riempirne altri. Cosa svuotiamo? Svuoto il cestino di Windows, invisibili condoglianze corrono nei circuiti logici, il mosaico binario si rimescola, dove c'è 1 ora c'è 0 e ho svuotato il cestino, gli elettroni morti ingombrano il ricordo dei momenti odierni, così è più facile dimenticare la velocità con la quale scorrono i giorni a Milano.
14 giugno 2004
Entro, fa scricchiolare le ginocchia, la pelle incartata si stropiccia, la gola incatramata emana sbuffi caldi densi che lasciano intravedere una spessa patina verde sui denti erosi dallo strofinìo di mocassini altrui, tutto questo per faticare, scendere le scale, arrivare in cucina e tuffare il cazzo nel vasetto di gorgonzola con mascarpone per poi dire "e con ciò?".
"Guarda come ti stai riducendo", dico.
"Guarda come si sta riducendo", risponde, indicando un punto vago della parete, voleva indicare nel vasetto di formaggio.
Ho una bottiglia di birra in mano, un' onesta 33cl di fattura tedesca acquistata grazie alle televendite, Joe Lavativo l'afferra al collo, non riesce a portarla alla bocca, gli sviene il braccio, vengono le dita della mano, scoppiano le unghie, eiaculano pus a schizzi sulla mia maglietta, è la sua bocca a portarsi alla bottiglia, oppongo resistenza, Joe perde la presa, in quel gesto la birra schiuma all'esterno e si riversa sul pavimento poroso.
"Attento! Noooooo!"
Il pavimento poroso, non so perché abbiano deciso di averlo poroso, la prima cosa che penso è che ce li abbia costretti l'assessore alle Motivazioni Fasulle Mascherate Da Necessità, forse è vivo, emana sudore, poiché l'Europa suda, non è cosa da poco mantenere l'attività tettonica, è necessario che in alcuni luoghi stabiliti dal Signore Che Fuma possa avvenire la sudorazione, il pavimento è un tessuto carnoso animale, somigliante più alla pelle delle piante carnivore, ingoia silenzioso qualsiasi sostanza commestibile all'uomo che vi si depositi addosso, ma l'alcool non è commestibile, è solo accettabile, dev'esserci un problema.
Mi tuffo per terra, obbligo l'ufficio marketing dei Bauhaus e l'amministratore delegato della Pepperino Jeans a strofinare per assorbire prima che lo faccia il pavimento. Joe Lavativo intona la canzone che ci porterà al successo presso i centri sociali di Milano, "il gallo e le galline vanno ochette a visitar! carissime cugine sono qui per desinar! e poi non mi ricordo più..."
Squilla il telefono. Quando squilla il telefono a Joe Lavativo scende la bava dalla bocca, e cerca qualcuno che dall'alto gli lanci un quarto di manzo in faccia, come succedeva quando praticava le tecniche di recupero mentale per i troppo deteriorati da un'intensa meditazione reiki (un'altra tecnica era quella di infilare nel braccio sinistro una flebo con diametro 5 cm collegata a una botte di J&B, e all'altro braccio una flebo della stessa misura collegata a una cisterna di sangue, e via col travaso, mentre dei microfoni ad alta fedeltà innestati sotto pelle registravano il suono dei fluidi travasati, ma a Joe Lavativo questo non era toccato, a causa di un'allergia cronica all'alta fedeltà).
Mentre Joe barcolla ottusangolo con occhi pecorini e nella mente vede le pareti diventare lastre sanguinolente di manzo irraggiungibile, rispondo al telefono.
"Pronto?"
"Ciao Joe, sono zia Agata"
"Ciao, come stai?"
"Benone, e tu?"
"Mai visto niente di simile"
"Ma senti, com'è il tempo lì?"
"Sta un po' rallentando, l'effetto del bing bang comincia a scemare"
"Come scusa?"
"Tranquilla, è tutto a posto: sereno variabile. Va bene così?"
"Sì sì! grazie!"
"E da te?"
"Perché?"
"Non posso chiedere?"
"Non dirmi che lavori anche tu per il RISMIM"
"Può darsi, che roba è?"
"Rivalsa Italiani Sul Monopolio Informativo Meteosat. Vogliamo dimostrare attraverso sondaggi mirati che la forza lavoro umana può eguagliare la precisione dei satelliti nella rilevazione delle condizioni meteorologiche su tutto il territorio nazionale. Stiamo diventando sempre di più. Ti interessa?"
"Dici un sacco di stronzate, zia"
Naturalmente non voglio mancarle di rispetto, anzi credo fermamente nelle intenzioni del RISMIM, ma ciò che accade in questo momento mi costringe a interrompere la telefonata nel modo più rispettoso possibile. Abbasso la cornetta e mi scaravento su Joe. Ciò che prima, tenuto conto delle dovute riserve, era un corpo umano autonomo e divertente da usare, ora è un involtino di un metro e settanta disteso per terra che se avesse una pancia sarebbe in posizione supina. L'involucro protettivo è una sottile membrana leggermente trasparente, appena la sfiori si stropiccia. Da un'estremità un enorme mosaico di biglietti del tram è arrotolato e piegato più volte, dall'altra parte spuntano a ciuffi foglie di tabacco e palline di pongo di varia misura. Lo trascino in giardino. Dalla cucina prelevo l'imbuto, ne appoggio la testa all'estremità dell'involtino con i biglietti arrotolati, gli do fuoco dall'altra parte, e lentamente mi fumo Joe Lavativo.
Come prima di morire, sapendo che succede o che può succedere, può capitare che un certo numero di eventi vissuti ritornino in mente all'improvviso, nitidi, precisi, tutto nell'arco di pochi secondi e anche meno, sono io che prima di terminare Joe rivivo lentamente i momenti più significativi della sua vita, il suo corpo si scioglie verso la notte, ogni particella che valga la pena di tramandare all'umanità viene assorbita dai miei polmoni, il resto, la ridondanza, offusca la Luna...
07 giugno 2004
Egidia Perotta era una donna come le altre. Sbrigava le sue faccende domestiche, faceva la spesa, chiacchierava con le amiche o prendeva un caffè con il prete quando passava a ritirare l'offerta pasquale. Solo ogni tanto al dì, forse con troppa frequenza, era costretta a interrompere qualsiasi cosa stesse facendo e recarsi in piazza, allo stadio o in qualsiasi altro spazio molto aperto per partorire. E i presenti vedevano questa donna, sempre in posizione sdraiata, con la nuca praticamente a terra, gambe e braccia ridotti a moncherini, che si spostava strisciando da una parte all'altra della città, e aveva questo enorme cannone vaginale di due metri che dall'addome si proiettava verso l'alto. I più anziani ricordano che maturò in quel modo a partire dalla pubertà, e che da quando fu signorina non faceva che sparare bambini ogni giorno.
Così come ci sono neonati che possono nascere in acqua, e nuotare un pochino, trovandosi a proprio agio, finché qualcuno non li prende in braccio, quelli partoriti da Egidia venivano proiettati in alto per decine di metri, agitavano forsennati le braccine come fossero alette, e volavano come angioletti, come se l'avessero sempre fatto, a volte atterravano dolcemente e cominciavano a piangere e qualcuno andava a raccoglierli, altre volte volavano sempre più su, e sparivano nel cielo ridendo come ridono i neonati, e chissà dove andavano a finire.
Così la Egidia si portava addosso questo fardello, con indifferenza e orgoglio, come fosse naturale quanto andare al bagno o bere un bicchiere d'acqua a tavola. Nonostante la sua deformità, viveva normalmente, e nessuno le faceva pesare il fatto di essere così. Anzi, i più piccoli ci giocavano, con quel morbido monolite di carne, si arrampicavano, si nascondevano dentro quando i genitori li volevano picchiare per qualche monelleria, e lei li assecondava affettuosa. Trenta, quaranta neonati sparati ogni giorno, nella città di Como echeggiavano i colpi del suo cannone. Poi con l'età diminuì la frequenza dei parti, a cinquant'anni riusciva a partorire solo una volta al giorno, e nel giro di un paio d'anni smise del tutto. Trascorse una vecchiaia tranquilla, mantenuta e accudita da migliaia di figli e nipoti, e morì all'invidiabile età di 104 anni. Fu imbalsamata ed è tuttora esposta presso la sala biliardo del tabaccaio Giovannino Mon Amour, con una targhetta didascalica e un libro da consultare sul quale c'è la sua biografia corredata di fotografie.
Se siete interessati, presso il Circolo "i Poggi" di Mariano Comense (Co), è presente la sede dell'associazione Egidia Perotta per la raccolta fondi, atta a finanziare la ricerca dei neonati scomparsi in volo subito dopo il parto. Tutte le sere fino all'una di notte, il martedì poi c'è l'Happy Hour.
05 giugno 2004
Il treno partì scricchiolando tutto. D. osservò due donne sul marciapiede, sempre le stesse da anni, e per la prima volta si chiese se lavoravano in quel paesino o se tornavano dal turno di notte. In treno c'erano facce viste per anni, i cui sguardi si incrociavano spesso, senza che scambiassero parole, e forse per anni, dietro quegli occhi, si manifestava il desiderio tacito di conoscersi, anche solo per scoprire le proprie destinazioni. Quel mattino D. era lì, semplicemente per esserci, e ora che non sapeva cosa dire di sè, che non riusciva a farsi idea di un motivo per essere sul treno, bruciava dalla voglia di conoscere tutti.
Questi pensieri si dileguarono presto all'ombra della sua mente, per non disturbarla troppo. Nella velocità del treno, D. prestò attenzione alle cose che scorrevano fuori dal finestrino, muovendo nervosamente gli occhi per seguirle, fino a farsi venire un giramento di testa, forse per mancanza di esercizio. Per anni, infatti, si limitò a tenere gli occhi fermi su un punto qualsiasi di quella cascata di colori, pensando sempre alle stesse cose ogni mattina, i volti delle persone che condividevano con lui le giornate si alternavano come un flusso di diapositive, senza rendersene conto arrivava a Milano e quella nuvola di immagini evaporava nell'eco del treno in galleria, fino al mattino successivo.
Il treno rallentò per entrare in una stazione, e D. notò un campo pieno di puntini rossi e bianchi, che cominciava proprio lì a un metro dal vagone, tagliava un fazzoletto dentro un bosco al margine di un'autostrada. Non ci aveva mai fatto caso. Erano papaveri, immersi in un prato insieme ad altri fiori bianchi o gialli. Pareva un quadro dai colori pastello. Voltò la testa per continuare a guardarlo mentre il treno andava. Nel frattempo il vagone si era riempito di gente. Un ragazzo tutto pieno, che pareva non avesse rientranze o cavità, era seduto di fronte a D., guardava fuori dal finestrino, ma se si accorgeva di esser fissato rivolgeva delle occhiatacce. Una donna gli stava di fianco, con gli occhi fissi sul sedile di fronte, la borsa in grembo perché non riusciva a depositarla sul vano in alto, forse si vergognava di farlo.
Giunse alla stazione di Greco Pirelli e D. si accorse che i papaveri crescevano a ciuffi dovunque, spuntavano anche dai sassi tra una traversina e l'altra. C'erano mai stati papaveri prima d'ora? Non fa niente, pensò. Il treno ripartì. Provò sorpresa quando guardò un vagone fermo in stazione e sulla lamiera vi lesse, nera a caratteri enormi, la scritta "UCCIDETE". Qualcuno di sconosciuto e indefinito lanciò dunque un ordine al mondo intero o semplicemente si rivolgeva solo a D. con estrema cordialità, e dopo un istante la scritta apparve come "CUCCETTE", infine scomparve alla vista insieme alle cose che il treno scartava. Ma la momentanea visione di quell'imperativo indusse D. a riflettere su quale profondità della sua memoria si trovassero le ragioni di un tale disguido, e sperò che si trattasse di un evento isolato, finché non mise il piede sul marciapiede dell'ultima stazione.
Si incamminò in città guardandosi la faccia riflessa sulle vetrine. Tratteneva il respiro quando attendeva il verde ai semafori, per non sentire il bruciore dello smog. Camminava percorrendo la solita strada, incontrando facce già viste e notando gesti altrui e conosciuti. Le strade brulicavano di corpi, voci e rumori, migliaia di vite si sfioravano e riempivano gli stessi spazi, anche senza che D. partecipasse a quella dinamica, come aveva fatto per anni, e questo lo faceva sentire privilegiato.
Entrò in una vietta laterale e si sedette al tavolino di un bar appena fuori dall'entrata. Ordinò un caffè, cosa che fino a quel momento non aveva mai fatto, soprattutto perché di solito erano gli altri ad offrirglielo, e lui lo rifiutava quasi sempre.
Qualche tavolino più in là era seduta una donna. Doveva avere non più di trentacinque anni, ed era molto bella. Leggeva il Sole24ore e ogni minuto afferrava il cellulare sul tavolo e controllava il display. La fissò finché questa alzò gli occhi direttamente sui suoi e ne fuggì aprofittando del fatto che arrivò il cameriere per guardare il caffè e ringraziare. Non versò lo zucchero, non gli sembrava naturale. Tra un sorso amaro e l'altro gettava occhiate ai passanti. Non si capacitava del fatto che chiunque si sarebbe potuto fermare, lì dov'era, e guardarsi i piedi o la borsa, guardarlo e magari ridergli in faccia con complicità, ignorando il conseguente ritardo o perfino l'assenza dal lavoro. Invece continuavano ad affluire e defluire, instancabilmente, senza mai tradirsi, rifiutando l'idea di escludersi, anche solo per provare, come se avessero paura di rimanere indietro nel seguire chissà quale avventura. Forse, tanto per fare un esempio, il piacere di infilarsi in una vasca d'acqua prima di cena o il secondo spettacolo di un nuovo colossal cinematografico erano sufficienti a giustificare la necessità di riempire in quel modo la giornata, e a gingillarsi nell'attesa facendo innumerevoli cose a seconda delle proprie conoscenze o predisposizioni. Forse era il semplice bisogno di tenersi occupati. Ma sarebbe dunque servita una buona ragione, che motivasse un semplice tenersi occupati, che non è mica cosa da poco lasciarsi alle spalle centinaia di giorni per provare l'orgoglio di dire "sono occupato". Un padre di famiglia, per esempio, potrebbe ben dire di esserlo per il futuro dei suoi figli, un nobile sacrificio che tenga occupata la sua mente ogni giorno, e lo faccia tornare a casa la sera con la mente levigata e addormentata, avida di consolazioni e certezze di normalità, per tramandare lo stesso impegno, il suo stesso destino ai figli, anche solo per il gusto di trovarseli occupati, e felici di esserlo per lo stesso motivo del padre.
Queste cose pensava D., nel frattempo svuotò la tazzina. Decise che poteva considerarsi parte del gioco al prezzo di una buona ragione, che non si consumasse nel tempo come era successo in precedenza, lasciandolo da solo a bere un caffè. Si alzò e camminò verso la donna che in quel gesto prese a guardarlo senza alcun particolare interesse, con la seria intenzione di fecondarla.
04 giugno 2004
03 giugno 2004
"E' già cominciata la stagione dell'oratorio?", ho chiesto.
"No, è in corso il campionato"
"Ah, quale?"
"Oggi gioca la squadra dei milanesi che portano la camicia dentro contro quella dei milanesi che la portano fuori"
"Potrei giocare anche io?"
"Vieni domani, manca un giocatore nella squadra dei milanesi che gli cascano i pantaloni"
"Ma a me non cascano, guarda, ho la cintura"
"E grazie al cazzo. Levala"
Ho sfilato la cintura e i pantaloni sono caduti come sacchi vuoti. I due poliziotti si sono messi a ridere sguaiati. Ho infilato la cintura e me ne sono andato, con un vaffanculo serrato nel petto. Non è facile mandare affanculo qualcuno che ha i coltelli dalla parte del manico. Cioè, è facile, ma poi?
Una quasar pulsante in fondo alla via mi ha dato un buon motivo per camminare nella sua direzione.
03 giugno 2004
Semanzia ha dichiarato di fronte alle telecamera che le sarebbe piaciuto chiedere ai cameraman di fare la cameraman per un giorno se non si fosse vergognata di chiederlo. Due stuntman sono stati usati per apparire negli studi televisivi al posto dei genitori, perché questi erano e sono ancora poco telegenici, nonostante la madre abbia tirato fuori dal cassetto l'album di famiglia con quelle foto del battesimo dove da anni tutti i parenti dicono che è venuta davvero bene.
Ieri siamo andati alla festa nel bosco incatramato per osannare il ritorno di Semanzia. Per rispettare il volere dei veri genitori abbiamo evitato di dire parolacce, però abbiamo mangiato panini imbottiti di salsiccia e cipolle. Nel corso del pomeriggio abbiamo mangiato senza vergognarci, e bevuto Nero d'Avola, Latte di Suocera e detersivi vari. Ci siamo sparati due pasticche a testa per suonare alla chitarra l'intera discografia di Guccini. Prima di guidare per tornare a casa ci siamo sparati in vena il brodo di pollo rimasto imbevuto dalla grigliata e poi tatni saluti.
Sono andato a letto alle venti e trenta e stamattina quando è suonata la sveglia mi sono accorto che invece potevo restarmene a letto a disoccupare. Le mie lacrime hanno bagnato il cuscino.
01 giugno 2004
Entriamo nella piazza di santo Stefano, perché ci sembra l'unica zona veramente libera del centro. Decine di ragazzi sono seduti ai margini. Parcheggiamo, felici di aver trovato un posto che non sia davanti ad un portone. Tutti ci osservano, quindi decidiamo di passeggiare.
Bologna è una città blindata. Carri armati sono dislocati nei luogi strategici. Un B52 passa ogni tanto per sganciare bombe là dove il traffico è bloccato da più di cinque minuti. I poliziotti praticano fellatio ai carabinieri nel buio serale sotto i portici. I cani della polizia inseguono giovani spacciatori in erba presso le caratteristiche vie dell'università. Portici dovunque. Scopriamo che per abbellire una qualsiasi città brianzola basterebbe riempirla di portici e decidiamo di dirlo in via ufficiosa qui, per dare a tutti voi la possibilità di cambiare la vita dei brianzoli poiché io ho fatto voto di restare disoccupato a vita. "Tutta l'Italia come la Brianza", disse il mio amico Silvio, ma prima ci mettiamo i portici.
Vado in avanscoperta per sorprendere i cani della polizia prima che loro sorprendano noi. Quando in fondo ce n'è uno torniamo indietro e cambiamo strada. Non siamo riusciti a esplorare uno o due vie fondamentali per il nutrimento della nostra corteccia. Come per magia spuntiamo in piazza santo Stefano e sono già passate tre ore. Pullula di giovani, seduti ovunque, anche nell'area dove siamo passati con l'auto. A Bologna, a parte il fatto che sembra ci siano soltanto giovani, i bolognesi non ci vivono, poichè vivono tutti nel quartiere emiliano di Stoccarda, almeno il venerdì sera. La nostra auto è ancora lì, sola, nello spazioso parcheggio. Dietro di essa, in fila indiana, sono parcheggiate tre auto della polizia. Lì intorno ci sono ben sei poliziotti. Non capiamo bene cosa succede, ma avvertiamo uno strano prurito vicino alle tempie (mi sono informato con gli altri, nel silenzio della notte trascorsa a rabbrividire dalla paura, ed era lo stesso prurito).
Chiediamo a una ragazza il perché di quella presenza. Dice che in quella piazza la polizia si assicura che nessuno faccia baldoria. Le spieghiamo che la macchina parcheggiata è la nostra. Resta un po' sorpresa e si mette a ridere, dice che forse ci hanno messo la multa perché questa è zona pedonale. La polizia? No, dice, i vigili, la polizia non fa multe. Dice che possiamo salire in macchina e andarcene, anche se rischiamo di investire qualcuno. Bene. Andiamo alla macchina. Non ci sono multe. Mettiamo in moto. Tutti i poliziotti ci stanno guardando, ma siamo sicuri che è per colpa del pessimo stato della macchina. Scendo un attimo per controllare che il nastro adesivo tenga ben saldo il parafango posteriore alla carrozzeria, tiro un calcio al fanale anteriore destro ma continua a restare spento. Risalgo e andiamo. La piazza è dotata di due uscite: quella da dove siamo entrati e un'altra. Entriamo nell'altra. Dopo una curva c'è un'auto della polizia ferma di traverso. Facciamo retromarcia e manovra di inversione in piena piazza e ce ne andiamo sgommando sotto gli occhi della polizia che poverina non può fare niente perché non sono mica vigili.
Il giorno dopo siamo a Ravenna. Marina di Ravenna. Anche qui problemi a parcheggiare. Faccio scendere gli altri dicendo loro ci penso io. Entro in uno dei tanti ranch balneari con l'auto. Passo di fianco alle docce, al bar, e parcheggio in spiaggia. Nemmeno il tempo di scendere e arriva il custode a dire che non possiamo parcheggiare qui se non paghiamo l'adeguata quota. No, non paghiamo l'adeguata quota. Allora parcheggiate là, nello spazio tra i due lidi, dove ci sono quei ragazzi senza ombrellone, dice. Ok capo.
Per difenderci dai crudeli raggi del sole spalmiamo la crema per la protezione solare su tutta l'auto, e ci infiliamo dentro. Fa caldo, ma niente scottature. Poi, per sfuggire dalla noia da relax da spiaggia, Joe Lavativo mette in moto e si lancia verso il mare con tutta la macchina. Per diverse centinaia di chilometri non riusciamo a scendere in profondità perché l'Adriatico è stato tarato su quella metà di italiani che non sanno nuotare e che per pura coincidenza amano le discoteche litoranee. Arriviamo in Croazia e una famiglia di slavi si offre per farsi trasportare in Italia a mille euro a testa. Genitori e bambino. Il bambino glielo facciamo a cinquecento. Torniamo dunque in Italia e appena siamo sulla spiaggia spunta un custode di non so quale lido a dirci che non possiamo sbarcare lì ma nello spazio di nessuno tra un lido e l'altro. Allora torniamo indietro di qualche metro, facciamo il giro e sbarchiamo, tanto per soddisfare quel coglione con la scenetta dei virtuosi delle regole. Il papà tira fuori i soldi e ci congediamo.
Usciamo dalla spiaggia e mentre cerchiamo un posto dove mangiare discutiamo di vegetariani e ci facciamo reciprocamente notare che con tutto il mangime utilizzato per nutrire vacche e porci potremmo sfamare un intero continente di denutriti, allora invece di mangiare manzo e salame dovremmo divorare gli attuali denutriti futuri capi di copiosi allevamenti, dice Paletta Supersonic, e no, rispondo io, non è che diamo il mangime a quegli altri per mangiare loro, col mangime li sfamiamo e basta. E le vacche di adesso, come le sfamiamo? Sono troppe, non muoiono? Sì, morirebbero, e ordiniamo una pizza con le lacrime lì lì per uscire. Non l'ho detto apertamente perché avevo la bocca piena di pizza e quando l'ho ingoiata me ne ero dimenticato, ma secondo me basterebbe costruire una enorme astronave, buttarci dentro bovini, suini, ovini e pollame e spedirli a pascolare su un pianeta lontano.