Oltre il mal di testa niente Le ombre si mescolavano, provenivano da non so dove, gridavano. Sgridavano. Non devi bere dalla bottiglia, non in mezzo agli invitati. Non importunare nessuno con i tuoi deliri. Resta in equilibrio! Non rovesciare altro per terra. Non cambiare musica. Lascia andare la bottiglia, molla quella bottiglia ho detto, mollala. Cosa stai facendo. Cercati un lavoro serio. Fa qualcosa di utile. Sei malato. Guarda cosa hai fatto. Smettila di dire porcate. Coglione.
La musica distorta si abbassava di un semitono al secondo, mentre la velocità della grancassa aumentava. E sopra, le grida, le ombre. Cosa ci facevo per terra? L'hai rotto, chi rompe mangia. Cosa ho rotto? Hai rotto lo specchio, chi rompe mangia, hai lanciato la bottiglia di vodka, l'hai svuotata tu. Non lo so. Lo sai invece, ecco qua. C'era un braccio, una mano sanguinante, stretta su una manciata di vetri, senza che potessi dire di vederla, avevo la sensazione che fosse così, quel braccio mi scaraventava il vetro in faccia, non una, ben tre volte. Sentivo la stessa mano che cercava di infilarmi il vetro in bocca, e ci riusciva, lo specchio rotto sulla lingua, in gola, quanti riflessi dello stesso urlo posso produrre? Ci provo?
Aprii gli occhi. L'orologio indicava le 5:13. Andai a bere dell'acqua, tornai a letto e ripresi sonno. Mi risvegliai alle 6:37. Ripresi sonno. Mi risvegliai di nuovo alle 7:41. Ripresi sonno. Alle 8:16 mi risvegliai e avevo dieci minuti per essere pronto. Corsi in bagno e ci rimasi tre minuti tre. Uscendo dal bagno mi bloccai sulla porta. C'era qualcosa, a parte la porta. Andai allo specchio. Mi guardai. Scoppiai a ridere. Com'è possibile? Aprii la finestra, guardai il cielo nuvoloso per un po'. Stavo perdendo il treno o stavo perdendo la ragione, non ricordo bene cosa, a volte le due perdite coincidono. Tornai allo specchio. Qualcosa era scoppiato da qualche parte e non erano più risate. Rimasi imbambolato a fissarmi, a toccarmi, a farmi scricchiolare le articolazioni. Faceva freddo, molto. Pensavo alle patate al forno, che buone. e dopo 10 anni è ora di cambiare l'auto. sai, ho un debole per i parrocchetti. Le favole non mi sono mai piaciute. ah, e c'è un pinocchio nello specchio.
Chi?
E' Pinocchio, hai presente? E' nello specchio. Non posso essere io, non sono così, no davvero.
Uscii dal bagno, mi presentai agli altri. Scoppiarono a ridere. Più mi guardavano - non credevano ai loro occhi, e più ridevano. Andai allo specchio, un altro specchio. Pinocchio. Sei Pinocchio! Sono Pinocchio.
Mi chiusi in camera. Chiamai l'ufficio, dissi che stavo molto male, non ci credevano, allora dissi che stavo per morire, e non ci credevano, dissi che ero morto, risposero che era giù successo altre volte. Ok, la buttai lì: sono diventato Pinocchio, e giù tutti a ridere. Lasciai perdere. Chiamai il dottore, glielo dissi apertamente: sono diventato Pinocchio, venga a visitarmi.
Nel pomeriggio s'era sparsa la voce. Forse era stato il dottore, a spargere la voce. Così che centinaia di persone erano radunate intorno a casa mia, e le loro voci avevano lo stesso timbro di quella del dottore. Il dottore sfiorava questo naso e non sapeva come prenderlo. E' pericoloso un naso così, potresti fare del male a qualcuno. Eppure rideva, il dottore, colui che conosceva il mio curriculum polmonare fin da bambino, ora vedeva una faccia di me che non aveva mai immaginato. Non che passasse del tempo a immaginarsi le persone con una faccia diversa.
Gli unici preoccupati erano i miei genitori. Mi guardavano ansiosi e ansimanti, in mano un bicchiere senza più l'ansa, gonfi di ansiolitici, aspettavano ansanti un risultato. Quando vidi arrivare il prete pensai fosse arrivato il momento dell'estrema unzione. Presi la mia bicicletta da dietro la porta e il prete oliò per bene la catena e gli ingranaggi del cambio e tutti scatenarono un applauso. Dopo questa profusione di attenzioni restammo soli io e Geppetto. Mi disse che per tornare come prima dovevo ucciderlo o aspettare che morisse. Ok. Ho lasciato passare cinque, dieci minuti, mezz'ora, non voleva morire, stava sempre lì seduto sul bordo del mio letto con aria pacifica. "Non mi viene", disse. Beh, fui costretto a usare il naso.
16 dicembre 2004
Fissare lo sfondo del desktop per ore interminabili Il desktop aveva come sfondo l'inizio di una vietta pedonale del centro, con i suoi tre panettoni di cemento in fila, gialli, dolci e massicci, abbinati ai toni grigi della strada e dei muri. La foto l'avevo scattata io. Ho centinaia di foto di panettoni di cemento. Mi ci faccio le seghe, coi panettoni di cemento. Molti riesco a rubarli e li tengo sparsi per casa, tranne uno tutto blu, l'unico blu mai trovato, che uso come sgabellino in bagno. Ho ampliato la cantina (da 10 mq a 340) per depositare i panettoni. Arrotondo lo stipendio vendendoli su ebay. Prima facevo la stessa cosa con il nulla. Accumulavo ore e ore di nulla, dovunque mi capitasse di stare, e per il nulla in eccesso ci pensava ebay. Ci sono persone che non sanno fare nulla, allora lo comprano su ebay. Con i soldi si possono acquistare grandi cose, il nulla in particolare. O i panettoni di cemento.
Idee di sangue Sono appena tornata da Tripoli. Mi mancava l'Italia, mi mancava la Brianza, con le feste rionali in onore diella longobarda Teodolinda e la passione per i danè. Appena arrivata sul pianerottolo ho incontrato il mio vicino. Ha detto che dovrò fare straordinari per un anno, perché c'è da pagare la facciata di tutto il condominio. 400 milioni delle vecchie lire, ha detto. "Figa di merda", ho risposto, mi sono strizzata le tette e lui ha visto, ha fatto "uh!", e vedendo che non reagivo ha guardato imbarazzato il pavimento e sono andata in casa. Poi sono uscita ancora. Ho guardato nella cassetta della posta. Oltre alla cartolina che mi sono spedita da Tripoli, con la foto dell'attaccapanni in mezzo al deserto, ho trovato il volantino pubblicitario di cui sotto. Mi ha lasciato interdetta, non sono riuscita a dire alcunché, non ci sono mai riuscita, mi dispiace. W i vermi. IDEE DI SANGUE le offre un’ampia scelta fra 35 oggetti Incominci subito: Molto piacevole è la lama: IDEE DI SANGUE le regala la SCURE come speciale benvenuto. IDEE DI SANGUE selezionerà per lei Per lei quindi sarà facile
Amnesie [3] Non è che sia del tutto positivo raggiungere la totale consapevolezza di sè. E' da qualche giorno che sento il disgustoso risucchio degli enzimi a lavoro, o la colonna di globuli rossi sfrecciare nelle arterie come se fossi lì, minuscolo come loro ai bordi di un'autostrada, è pazzesco, per non parlare del frastuono assordante di una cellula in mitosi, sembra una petroliera in allungamento fino a spezzarsi. E' terribile e succede in continuazione. Una volta che la raggiungi, questa cazzo di consapevolezza, è difficile levarsela di torno. Si ha la responsabilità di ogni funzione vitale, dal lavoro dei mitocondri al pulsare del cuore, passando per la crescita dei capelli, il cui rumore, devo dirlo, è veramente ridicolo, sembra quello della maionese in uscita dal tubetto schiacciato. Non pensi più di avere una mente a capo del tuo corpo. Sei tu la mente. Anche ora che scrivo devo badare a miliardi di cose. Di positivo c'è che per esempio puoi bloccare la crescita della barba o ricorrere alle riserve adipose per far crescere i capelli più in fretta. Posso impedire la formazione di muco nel naso; posso bloccare il processo digestivo, il cibo passa per l'intestino e lo cago uguale a come l'ho mangiato, così posso mangiarlo un'altra volta e tenermi a dieta; posso accumulare l'aria intestinale per settimane e farla uscire all'improvviso senza una ragione valida che non sia una mia intrinseca stupidità di fondo; posso obbligare le cellule cutanee a effettuare la fotosintesi clorofilliana; posso allungare le orecchie; posso provocarmi un orgasmo in qualsiasi momento finché ho abbastanza calorie; posso farmi crescere un'altra muta di denti; possa decidere di farmi crescere la coda. Il fatto è che ci sono troppe cose da fare, e alcune mi sfuggono anche se riempio l'ufficio o la casa di foglietti con i lavoretti in sospeso. Come quando a una riunione di lavoro ho trattenuto il respiro per ascoltare meglio la colossale stronzata di quel momento, e mi sono dimenticato di riprenderlo in tempi brevi e non riuscivo più a far pulsare il cuore e se il cuore sta fermo non posso fare più un cazzo di niente, ma questa la racconterò la prossima volta, domani o dopodomani se mi ricordo tutto quello che devo fare nel frattempo. ciao eh
Amnesie [2] L'altro giorno mi dimentico di svegliarmi. La sveglia non serve a niente se uno dimentica la sua funzione. La sveglia serve a farti svegliare se sai già che dovresti farlo. Io me lo sono dimenticato. Perché comunque in quei casi la senti bene la sveglia. E' come un suono incindentale, senza accezioni, scaturito da un evento indipendente dalle tue decisioni. Come il cinguettìo là fuori o i rumori provenienti dal piano di sopra, che quando li sento nel sonno si accendono in automatico le aree cerebrali del "checazzomenefrega". E' mia madre a svegliarmi. Dice che si è molto spaventata. Sono le sette di mattina e ho dormito trentadue ore filate. Sembravo morto. Mi alza le palpebre e la vedo, dico: "buongiorno mamma".
Amnesie [1] Mi succede non spesso, quindi qualche volta, raramente o sempre, di uscirmene dalla mia stanza per andare in cucina a prendere qualcosa, e una volta arrivato in cucina non mi ricordo cosa. Peggio ancora, mi ritrovo in cucina senza ricordare il perché e senza ricordare dove devo tornare. Quindi mi invento qualcosa da fare per non restare sospeso nel mio vuoto. Mi succedeva non raramente, cioé qualche volta, spesso o sempre, anche ai tempi della scuola. Ero nella mia stanza a studiare, mi alzavo per andare a cagare e in bagno me ne dimenticavo, così mi mettevo a cagare tanto per riempire il vuoto, ed era un caso che mi fossi mosso per farlo davvero, e subito dopo dovevo inventarmi qualcos'altro perché non ricordavo che dovevo tornare a studiare, allora mi lavavo le mani, e così via.
Frode al vuoto [4] Allungo il braccio verso il sole e accendo una sigaretta stupida. No! Un'immensa e svergognata lingua di vapore acqueo scende dal cielo, si allunga da quella nuvola lassù per fiocinarmi fin dentro il mio culo quaggiù, e trafigge lacera esofago e budella, fa schioccare le vertebre e cuoce il cervello. Non so chi abbia avuto questa idea e non lo voglio conoscere. E' il settimo giorno, dio sta godendosi il meritato sonno, quando alle sette del mattino citofonano a casa sua i testimoni di geova per un'intervista. irritato si alza dal letto e li impicca ai rami del suo albero di fiducia. torna a dormire. alle otto in punto il suo vicino di casa comincia a picconare il muro per ricavare un letto elevatoio e va avanti, avanti, finché non è mezzogiorno, quando un camion tranquillamente parcheggiato sotto la sua finestra si ribalta all'improvviso. perso completamente il sonno, dio trascorre il resto del pomeriggio alla finestra condensando di noia i vetri, osserva il suo faticoso operato e dopo il tramonto parte verso una meta ignota - incomprensibile, lasciando la responsabilità del creato ai giovani abitanti. C'è Noè che sorride e stende i panni puliti al ponte dell'arca in pieno diluvio universale, nemmeno si trattasse del capitano Mac Whirr in persona, mi guarda fisso negli occhi e sorride, proprio a me, come se dovessi scattargli una fotografia. fottiti Noè, ma non trovo le dita medie, sono infilati in cavità non mie. Ecco, c'è Mosè che si lancia in un' imbarazzante gara di rutti con il popolo eletto. Mi frizzano le unghie. grido le cinque vocali e prolungo l'urlo sulla u, non posso fermami ho l'amazzonia a farmi da polmone. ho l'impressione che debbano esplodermi gli occhi. il corpo è una pasta di muscoli cardiaci, ogni cellula pulsa all'unisono in un crescendo di massa sanguigna, eiaculo una lingua di fuoco azzurro, e non posso fermarmi. dietro di me, molto oltre la schiena, ha origine una voce blaterante inni boscaioli per ottusi tagliatori di legna che non hanno coscienza del settimo giorno, vedo chiaramente un bosco mezzo sventrato e tanto sudore sprecato, bicipiti masturbati nell'isteria, foglie secche incastrate in folte barbe stantie, camiciozze a quadrettoni, e quella voce, un grave oissa e corde vocali raschiate da un sovraccarico di urla da sprono. mi accascio sul letto, salive e cuscino, lenzuola e sudori, odori di umori sbocciati. mi guarda, ustionata negli occhi e nel ventre, vede in me ciò che ho visto io, non ho più la forza di abbassare le palpebre e dormire, bruciano, per favore chiudimi gli occhi sculacciami offrimi l'illusione di essere ancora intero, chiudimi gli occhi non voglio essiccarmi.
Frode al vuoto [3] Non mi cola più il naso. Il muco è lì, bloccato dentro, come una slavina in fermo immagine. Non riesco a respirare. Apro la bocca, ci provo, mi lascio colpire dall'aria e accade che il palato trasuda sangue, ne ingoio a litri. No beh, a litri no. Ho i bulbi oculari paralizzati. Chiudo d'istinto le palpebre, gli ultimi dispetti di un sonno tradito che non vuole arrendersi, e mi tocca riaprirle con le dita. Chiederei al tabaccaio che sta alzando la saracinesca se mi prestasse un attimo quel suo arnese. Credo di avere le orecchie accartocciate, non le tocco, ho paura che si stacchino, come già mi è successo una volta col glande una mattina di tanti anni fa. Sento che il cuore non riesce a pompare il sangue fino alle mani. Forse anche fino al cervello, non riesco a credere che questa percezione sia vera. Ho paura di essermi svegliato interrompendo il corso normale di un incubo. Potrei aver scoperto qualcosa di nuovo, che dormire poco fa sognare di più ad occhi aperti, in particolare gli incubi che non hanno avuto il tempo di concludersi. Ma qui non mi sembra concludersi alcunché. Devo cagare, forse vomitare. Forse devo cagare, so soltanto che ricevo il bisogno di liberarmi in forma di conati. Nessuno può aiutarmi, sono solo, nessuno può prendersi il fardello del mio corpo. Mi adagio sull'asfalto ghiacciato, io e il catrame siamo la stessa cosa. Ma non potevo avere freddo come tutte le persone normali?
Frode al vuoto [2] Cammino in corso Garibaldi e passo davanti al fruttivendolo. Le merce è esposta sul marciapiede, a mezzo metro dai parcheggi. Un uomo sale su un furgone, lo accende, da gas. Una nuvola diesel si abbatte sulle mele verdi e nel mio naso. Trattengo il respiro. Il fruttivendolo è in negozio alle prese con la cassa. Non mi fermo, allungo il braccio, immergo la mano in un cestello, non mi giro, non ho controllato se ci fosse qualcuno dietro. Cammino, sono già lontano. In mano ho tre fragole, rosse e spente. Caccio in bocca la prima. Mi sento in colpa perché le mangio senza prima lavarle.
Frode al vuoto [1] Una mia collega, depositata qualche monitor più in là, si permette di parlare da sola, sovrappensiero, e all'improvviso, nella calma fertile di un ufficio che produce senza intoppi, nel sole riservato di tardo autunno, tra le pareti grigie, quelle con il calendario degli scout, con l'orologio come unica certezza affidata alle sue pile, tra rancori e ingenue speranze, lei, da laggiù, pronuncia tali parole: "tutta quella sborra addosso mi fa senso". Non c'è dubbio, così ha detto. L'ho sentita bene. Non cerco sguardi altrui, mi vergogno per lei. Voglio guardarla in faccia.
Non lo so Ieri sera mi sono recato al centro commerciale per acquistare la mia scorta quotidiana di cinquanta litri di birra. Può sembrare che ne beva davvero cinquanta litri, ahah! No, quarantotto li uso per farmi il bagno. Ero lì che decidevo se prendere la solita Franziskaner o cambiare e prendere per esempio la rossa doppia malto. A un certo punto esce una voce di donna dagli altoparlanti: "Treno regionale 2084 per Domodossola delle ore 18:50 è in partenza dal binario 2". Dopo qualche secondo: "Treno regionale 1980 proveniente da Bergamo è in arrivo al binario 19".
Soltanto un grande spavento A me il caffè di prima mattina riempie di merda le mutande e parte dei pantaloni. Quando qualcuno mi costringe a berlo, mentre sorseggio mi metto quasi a piangere pensando all'imminente disastro. Succede nelle riunioni con il cliente. A me piace prendere il caffè, però non posso berlo. Quando sono col cliente, a fine riunione si va tutti a bere caffè anche se ci stiamo un po' sul cazzo. Offre il cliente. Le prime volte prendevo il bicchierino e poi lo tenevo in mano, così, senza bere. Alcuni facevano finta di niente, evitavano di inviarmi a riunioni successive; altri ridevano pensando che volessi fare lo spiritoso, salvo poi sfottermi alle spalle, per poi rendermi partecipe ad altre riunioni e presentarmi ai loro colleghi, ansiosi di conocere il sottoscritto e di offrirmi il caffè. Diventavo lo zimbello di infinite catene di sant'antonio. Questo ha minato molto la mia reputazione aziendale. Non mi hanno ancora licenziato perché sono in grado di portare a termine complessi progetti a costo quasi nullo, mio malgrado.
Dunque ero in ufficio, e fissavo il desktop con i tre panettoni, quando sentii una mano sulla spalla.
"Alzati e cammina", disse la voce.
Ci pensai, caso mai fosse davvero il caso di farlo. Alzarsi, e poi? camminare, e dove?
"Non sono sicuro di fare una cosa simile".
"Ripeto, alzati e cammina"
Mi voltai completamente e lo vidi. Era di carnagione olivastra, sporco, unto, barba folta e capelli ricci, piedi scalzi. Indossava una veste lurida, bucata in più punti.
"Forse non ci conosciamo", dissi, "mi chiamo Amedeo Minghi"
Falsai di proposito il mio nome con il primo che mi venne in mente. Lo faccio sempre quando mi presento a qualcuno che non conosco, perché non mi va che mi si spediscano volantini pubblicitari a casa. Per ovvie ragioni evito di dare false generalità quando mi presento a qualcuno che conosco già. Di tanto in tanto sento la necessità di ripresentarmi, è una sorta di refresh necessario.
"Piacere di conoscerti Amedeo, sono Gesù Cristo"
Mi alzai.
"Dove vado?", chiesi.
Gesù fece un gesto vago con le mani, l'imbarazzo della scelta. Feci il giro delle scrivanie.
"Cammina, su, cammina", mi esortava. Tanto per cambiare, aprii la porta e uscii nel corridoio. Presi l'ascensore, scesi al piano terra, continuai a camminare fino al portone d'ingresso, uscii nel cortile. Guardai in alto. Gesù scrutava dalla finestra, con le mani mi incitava a camminare. Sì. Vagai a caso per i parcheggi, andai alla fermata dell'autobus e girai intorno al cartello dell'atm per alcuni minuti. Arrivò l'autobus e salii. Guardai in direzione del palazzetto, la finestra. Gesù non c'era più, e l'autobus si dirigeva verso casa. Si dirigeva, nel verso senso della parola. Non ho visto nessuno alla guida del mezzo.
Una volta a casa ho avuto il presentimento di non aver visto nessun Gesù Cristo. E' successo altre volte di vedermi immerso in determinate circostanze che vivevo io soltanto. E' probabile che i miei colleghi mi abbiano visto parlare a una persona inesistente o al muro, e che giravo tra le scrivanie per poi uscire e prendere l'autobus. Dico questo perché due settimane fa ero in ufficio che scrivevo delle cose e alla scrivania di fianco ho notato un vecchietto mezzo straccione che solerte intagliava un pezzo di legno. Scusi ma lei chi è, gli ho detto, e questo mi fa tutto emozionato: "mi chiamo Geppetto, e tu?". Roba da non crederci, ci sono rimasto secco. Geppetto! Stavo anche per rispondergli, solo che si tranciò mezzo dito con il seghetto, e mi sentii in colpa per questo, per averlo distratto. Il sangue non era tanto, però macchiava tutto, e Geppetto piagnucolava piegato sulla scrivania. Ho chiesto aiuto, ma l'ufficio era vuoto. Mi sono fatto prendere dal panico, son sceso giù, ho preso l'autobus e sono andato a casa. Il giorno dopo i miei colleghi mi han detto di avermi visto schizzare all'improvviso e gridare chiedendo aiuto, e scappare via, fuori. Mi sono molto vergognato per questo, ed è triste sapere che non c'è nessuno a cui raccontare che in realtà ho visto Geppetto ferito e dolorante. Non so se mi spiego.
15 dicembre 2004
...IDEE DI SANGUE
il primo Club in Italia che offre il piacere di fare del male
e la soddisfazione di riuscirci.
Da oggi il vero protagonista è lei con
IDEE DI SANGUE.
tutti rivolti a un solo obiettivo: fare di lei IL BOIA.
Sarà lei a mutare la realtà
tramite oggetti che tagliano, fendono, squartano.
Sarà lei e soltanto lei ad assaporare
la soddisfazione di UCCIDERE.
SCELGA LE 3 MANNAIE CHE PREFERISCE A SOLI 49.99 EURO
con un regalo in più!
GRATIS questa SCURE per SCHERZI DA PRETE!
Per il suo design estremamente pulito ed elegante
per le linee medioevaleggianti ed essenziali
questa scure può essere collocata
sia in bilico sulla scrivania di uno studio
sia su un tavolino del soggiorno.
una simpatica scultrice di fendenti
annuncia che è tempo di morire.
IDEE DI SANGUE le assicura un mondo di soddisfazioni.
Lei pagherà le mannaie SOLO dopo averle ricevute e PROVATE
entro 10 giorni lei potrà restituire qualsiasi mannaia
anche sporca se essa non la soddisfa.
sempre e solo mannaie di alta QUALITA’ MORTALE
utili ma anche belle da tenere in cucina o in bagno.
mannaie, scuri, accette: tutti gli strumenti
che IDEE DI SANGUE le presenta sono i più raffinati
dolorosi e blasfemi che esistano in commercio.
raggiungere i risultati che la soddisfano
e avere la sicurezza di portare a termine
i suoi più esecrabili progetti.
13 dicembre 2004
13 dicembre 2004
"oh, stai bene?", mi chiede.
"Aspetta, devo controllare"
Non ricordo come si controlla lo stato di salute.
"Mi guardi se sto bene?", chiedo.
Mi guarda stupita.
"Ok, chiamo il dottore", dice, e se ne va.
Nel frattempo mi scappa la pipì. Sento una pressione giù in basso, anzi, è proprio un dolore, forte. Credo che debba far qualcosa, andare da qualche parte. Ho proprio questa impressione. Cosa faccio? Osservo la stanza, senza ricavare alcun senso. C'è un motivo del perché la stanza? No, a me pare solo una stanza, è una stanza in quanto tale e basta, niente cause. Mi lascio andare, mi piscio addosso, sto subito meglio. Entra mia madre.
"Ho chiamato il do.. ma COS'E'!"
"Eh?"
"Cos'hai combinato!"
"Mi scappava la pipì..."
"Va' in bagno!"
"E perché?"
"Cambiati!"
"Come si fa"
"Cambiati non fare lo scemo!"
"Non so, non so fare niente"
"Cazzo.."
Mi cambia lei.
"Adesso arriva il dottore..", dice.
Mi lancia le mutande pulite, i pantaloni, la maglietta.
"Come mai? Viene a farci visita? Cioè, chessò, vuol fare colazione con noi?", domando.
"Smettila"
Mia madre esce. Vado in bagno.
"Mamma!"
Entra mia madre.
"Sì?"
"Che cosa devo fare?"
"LAVATI!"
"Come si fa"
Suona il citofono. Mia madre fa per uscire.
"Non andare"
"Cosa c'è"
"Non lo so, resta qui con me"
"Davide, cosa c'è"
Suona ancora. Mia madre esce. Resto immobile un po' di secondi. Li sento salutarsi, la porta che si chiude. Esco anch'io. Entro in sala, c'è un signore.
"Buongiorno, è lei il dottore?"
"Ma copriti!", grida mia madre.
"Come si fa"
"Dottore, lo scusi, non.. non sta bene"
Mia madre tenta di trascinarmi in camera. Vedo che il signore porta con sè una borsa.
"Aspetta. Ma lei", indico la borsa, "la usa per lavorare?"
Il signore guarda la borsa, poi guarda mia madre e sorride. La borsa.
La borsa! Il lavoro!
"Cristo!"
Corro in camera, poi in bagno, mi lavo, torno in camera, mi vesto. Vado in sala. Ci sono mia madre e il dottore.
"Dottore, io STO BENISSIMO! che giorno è oggi?"
Prendo la giacca e lo zaino.
"Forse è meglio se oggi resti a casa"
"Ora che ricordo cosa devo fare vuoi trattenermi a casa?"
"Fatti visitare"
"Ma visitare cosa!? NO! LASCIAMI STARE DEVO ANDARE A LAVORARE!"
"ok".
13 dicembre 2004
Oggi, nel bar della stazione, ho fatto la fila alla cassa per venti minuti. Al mio turno non ricordavo cosa dovevo comprare. Il barista era un po' scocciato. Stava per chiedere al signore dietro di me...
"No no no, aspetti", dico io.
"Sì, allora?", risponde il barista.
Ci penso un altro secondo... "Prendo tutto!", dico, e non volevo essere spiritoso, e nemmeno volevo comprare tutto, cioè forse sì, inconsciamente, così nel tutto avrei con calma cercato ciò che mi serviva, e forse avrei trovato qualcos'altro di utile.
Il barista si è spinto oltre il bancone, ha allungato il braccio e mi ha spostato, "prego?", ha detto al signore dopo di me. Mentre andavo via stavo quasi dimenticandomi di dover andare a lavoro, però mi son ricordato cosa dovevo comprare. Ho rifatto la fila e al mio turno sono scoppiato a ridere, perché mi ricordavo bene cosa comprare, e non credevo davvero di ricordarmene.
Nei minuti successivi mi sono dimenticato quale oggetto avevo appena comprato, ma sono sicuro di averlo usato. Stasera ripasso dal bar e chiedo al tipo se si ricorda cosa ho comprato, perché non vorrei ricomprarlo anche domani.
11 dicembre 2004
Ma perché non posso anche io avere un orgasmo più umano come quello delle persone normali?
10 dicembre 2004
10 dicembre 2004
10 dicembre 2004
Alzo la testa, la vedo, ci guardiamo dritti negli occhi. Lei, impaurita e imbarazzata, le labbra che vorrebbero parlare, un "m'è scappato", e io, che retoricamente le chiederei "carissima, a cosa stavi pensando?", lei che rilascia i muscoli facciali, si rilassa, e sta per rispondere, ma non sono stato io l'unico a sentirla, no no. E' osservata, se ne accorge. Finisce lì. L'influenza stagionale è lo sfogo dei sovrappensieri latenti, qualcosa proveniente da lontano, dai luoghi più remoti dell'intestino, e fa rumore. Borbotta, scuote, vuole scappare, ogni tanto ce la fa ed ecco il boato, il terremoto. Oggi è successo a lei, altre volte è successo a me. L'anno scorso ero sovrappensiero, e così, senza rendermene conto, per metà affidato all'idea di aprire la finestra mi sono diretto nella sua direzione con la facilità di un soldato che passeggia nelle trincee nemiche imbottite di cadaveri. L'ho aperta, la finestra, e mi sono buttato di sotto, di testa, dal quarto piano, ed è successo un fatto strano: ho visto le pietre ingrandirsi, ma la qualità della visione rimaneva la stessa, come su un monitor digitale. A un centimetro dal suolo ho visto dei pixel grandi così, come se il cervello avesse scattato una foto ricordo dell'ultimo panorama ricevuto prima di rendersi inutile. A che serve un cervello durante un volo del genere?
Una volta in treno ho sentito la storia di un equipaggio di nave, i marinai non sapevano dove buttare l'ancora, e pensare che se ne stavano preoccupando in pieno oceano, dove il fondo è a qualche chilometro di profondità. A lungo andare sono rimasti imbambolati a pensare al fatto che dovevano trovare una presa sul fondale, anche quando ormai erano a pochi metri dalla costa, finché la nave s'è arenata su una spiaggia e quelli han gettato l'ancora in mezzo alla sabbia. Decine di pappagalli appollaiati sugli alberi intorno si sono alzati in volo ridendo. Insomma, tutto così, sovrappensiero. Ogni volta che penso a questa storia, dovunque io mi trovi, mi scappa da bestemmiare a voce alta, e molti ci han fatto l'abitudine, tanto che immaginare sua eccellenza come etereo senza qualità apparirebbe blasfemo.
06 dicembre 2004
"Si avvisa la gentile clientela che il treno regionale 2800 per Como-Chiasso delle ore 18:40 partirà con un ritardo di venti minuti"
Ci guardiamo tutti in faccia. E che significa?
"Treno regionale 2408 proveniente da Novara arriverà con 5 minuti di ritardo"
Boh. Riempio i miei carrelli con le birre e vado alla cassa.
"Si avvisa la gentile clientela che il treno regionale 2800 per Como-Chiasso delle ore 18:40 partirà con un ritardo di venti minuti".
Comincio a depositare le bottiglie sul rullo e la cassiera mi fa:
"Ma cosa sta facendo?"
"Come cosa sto facendo?"
"Noi qui vendiamo solo biglietti"
"Biglietti?"
"Non ho tempo da perdere, levi questa roba per favore"
Vado alle altre casse e vedo la gente che riceve lo stesso mio trattamento. Pare che adesso si vendano solo biglietti.
"Si avvisa la gentile clientela che il treno regionale 2800 per Como Chiasso delle ore 18:40 partirà con un ritardo di trenta minuti. Treno regionale 2700 per Bergamo delle ore 18:48 è in partenza dal binario 18"
L'atmosfera si scalda e c'è chi vuole menare le cassiere. Arriva un gruppo di uomini in giacca e cravatta, "è il direttore", dice una cassiera. Non capisco cosa intende per direttore, ma non fa niente. Un uomo al centro del gruppo passa di cassa in cassa e spiega il problema. Dice che c'è stato un problema tecnico - che tipo di problema tecnico? - è troppo complicato da spiegare - noi dobbiamo solo andare a casa a mangiare - sì certo allora dovete andare a pagare la spesa presso la biglietteria della stazione ferroviaria più vicina - ma è assurdo - lo so che è assurdo ma a volte si verificano di questi sfasamenti e non ci possiamo fare niente se non aspettare che passino.
Ho capito. Ma poi si presenta un altro problema. Cerchiamo di uscire con la spesa e ci dicono che non possiamo farlo senza pagarla - come facciamo a pagarla se dobbiamo farlo in stazione - non fate la spesa allora - scusate avete detto voi che bisogna pagarla in stazione - sì ma nessuno è autorizzato ad andare in stazione cioè uscire da qui senza pagare la spesa - anche questo è assurdo ce ne vogliamo rendere conto? - lo so ma come le ripeto non possiamo farci niente e io faccio solo il mio lavoro.
Mollo tutto ed esco. Così per curiosità vado in stazione. Alla biglietteria c'è un vetro sfondato, tutti incazzati che vogliono comprare i biglietti. I dipendenti trenitalia dicevano che bisognava depositare la merce sul ripiano di marmo e la gente ha pensato ad una presa per il culo. Hanno rotto i vetri e si sono presi i biglietti da soli, senza pagarli. Ora che ci faccio caso gli altoparlanti trasmettono musica a volume esagerato. Mi viene un'idea. Torno al centro commerciale, prendo una scatoletta di tonno, la imbosco nella giacca ed esco. Vado in stazione, mi presento in biglietteria facendomi strada nella ressa e dico: compro questo. Il bigliettaio afferra il tonno, si guarda intorno e dice che non sa dove far leggere il codice
- c'è scritto il prezzo le posso dare direttamente il contante
- no no devo comunque digitare il codice
- scusi ma come fate allora a far pagare la merce se vi mancano gli strumenti di lavoro
- non lo so
- lei è un bigliettaio?
- prego? sono un cassiere
- da tanto?
- da 12 anni
- e in 12 anni non ha mai avuto la strumentazione adeguata?
- non lo so
- come facevano a fare la spesa questi poveri cristi?
- non lo so
- come la compro io questa scatoletta?
- non lo so.
01 dicembre 2004
Da un po' di mesi a questa parte riesco anche a berlo, il caffè, e mi reco dal cliente con pantaloni che, seppur eleganti, presentano un cavallo il più basso possibile e vita molto larga, in modo da celare per bene il pannolino. L'odore no, quello non si può celare, ma almeno posso andare in bagno, levare il pannolino, sciacquarmi e tornare pulito. Inoltre posso bere il caffè come tutte le persone normali, con quella sensazione di volare leggeri, con la vita appesa a un paracadute già aperto, tipica di chi fa uso di pannolini e assorbenti ergonomici.
Stamattina sono entrato al bar perché mi andava di prendere un caffè. Entro, ne chiedo uno lungo, vado a pagare. Mentre la cassiera mi porge il resto il barista dice "ecco il suo caffè", e appoggia la tazzina sul bancone. Infilo il portafogli in tasca, cammino verso l'uscita, saluto cassiera e barista, ed esco gettando uno sguardo al buon caffè fumante.
Mi accendo una sigaretta. Dopo qualche minuto sento un gran calore in testa. Ebbene, il vento o chi per esso deve avermi trasportato un po' di tabacco bruciante sui capelli. Mi guardo su una vetrina. Effettivamente sembra che abbia una brace in testa, quella tipica dei barbecue. Emetto un gridolino di spavento. I passanti mi guardano. Stupidamente mi metto a correre alla ricerca di una pozzanghera. La corrente causata dalla corsa alimenta la brace, ben presto ho la testa in fiamme. Mi picchio forte sul muro nel tentativo di spegnerla, niente da fare. Mi butto per terra. Grido, imploro aiuto. Non vedo niente, mi brucia la faccia, le fiamme si estendono fin sul collo. Qualcuno mi prende alle spalle e con forza mi picchia la testa più volte sul marciapiede, ce la strofina sopra. "Non sono una sigaretta, testa di cazzo", volevo rispondere, ma avevo i denti a pezzi, non so se per l'incendio o per i tonfi sul marciapiede, e ne è uscito tutto un gorgoglio indecifrabile. Qualcuno mi ha avvolto in un giaccone, in pochi secondi il fuoco si è spento per mancanza di ossigeno, quindi stavo anche per soffocare. Mi sono rialzato. Al tatto non sentivo le dita sulla faccia, per le dita era come toccare la testa di qualcun'altro. Era carbonizzata. Lì al momento ho detto che stavo bene, lo shock subito mi inibiva il dolore. Poi dopo, in ufficio, ho dovuto lavorare con addosso un bruciore allucinante.
Ragazzi, che colpo.