T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


26 febbraio 2005

Disponibilità petizioni fino a esaurimento scorte

Ho trascorso la settimana in giro per Monza e Milano a raccogliere firme. Qualcuna si raccatta da terra, altre dai cestini, dai muri, anche dai vestiti. La stragrande maggioranza l'ho prelevata chiedendo cortesemente ai passanti.
Mi sono limitato a chiedere una firma su un foglio, con relativo nome e cognome scritto in stampatello di fianco. Non ho chiesto soldi o ingannato raccontando fandonie e buone intenzioni. Tutto quello che mi interessava era collezionare firme. Quasi tutti hanno accettato. Non c'è niente di male nello scrivere la propria firma su un pezzo di carta, senza alcun motivo particolare.
La gente è buona.
Ho raccolto centomila firme, cioè mi sono fermato volontariamente a centomila, poiché il conteggio lo dovevo effettuare a mente e dopo centomila non so contare a mano e devo usare la calcolatrice, e avevo già in mano la valigetta, le risme di fogli, le penne... ci mancava solo una calcolatrice.

Metto in vendita le petizioni raccolte, così suddivise:
- dieci firme, l'ideale per una petizione condominiale o all'interno di una cerchia parentale, anche una piccola impresa. 200 euro.
- cento firme, adatta per petizioni scolastiche, di quartiere o di altre aggregazioni umane come un treno di pendolari stressati. 1000 euro.
- mille firme, per ambienti universitari, aziende di medie dimensioni, frazioni di paese. 5000 euro.
- diecimila firme, per la manodopera delle multinazionali, e cittadinanza varia. 20 mila euro.
- cinquantamila firme, petizione per referendum popolari di importanza provinciale o per qualche improbabile iniziativa della così deta blog-o-sfera. 40 mila euro.
- centomila firme, petizione per referendum nazionali o di media importanza. Appropriata per tentare il salvataggio di persone scelte che rischiano torture, pena di morte o gravemente ammalate. 70 mila euro.

Chi è interessato mi invii una mail in privato con oggetto "Petizione si scrive con una zeta", specificando che tipo di pagamento effettuare. Fornirò tutte le informazioni necessarie. Ignorerò qualsiasi riferimento a fatti, animali, persone e cose esterni all'argomento in questione.



25 febbraio 2005

Presagi notturni

Mi sveglio in piena notte. Avverto la presenza di un intruso nel letto, sotto il mio corpo. Mi giro e lo tocco: è ghiacciato. Non riesco a spostarlo. Tento di mettermi seduto e vengo rispedito contro il materasso. All'improvviso la verità: è il mio braccio sinistro, s'è addormentato. Non è la prima volta. Questa però mi sembra diversa, mi sento preso da un'insolita angoscia. Sarà per colpa di un messaggio subliminale comunicato al tatto con pelle insensibile. Tutte mie impressioni. Sono un tipo suscettibile, mi cago sotto di cose che mi invento per cagarmi sotto come più mi piace. Fatto sta che son passati alcuni minuti, e il braccio è lì, pesante (non credevo fosse così pesante), freddo, insulso e vile. Non reagisco ai pizzicotti, affondo i denti nella poca carne e non esce niente, neanche un po' di dolore, o di colore. Lo tocco con la mano destra, sembra il braccio di qualcun'altro, di qualcun'altro morto.

"Caro Z, come stai? Credo che non potrò più suonare la batteria nel tuo gruppo. Stanotte ho segato il braccio sinistro, mi si era addormentato e non riuscivo a portarmi addosso tutto quel peso morto. Dovrò imparare a scrivere con la destra. Non scendo nei dettagli. Prima ho cominciato a tagliare con un coltello da cucina. E' andato tutto bene, salvo poi arrivare all'osso e non poter andare oltre. Sono stato costretto ad andare giù in garage, e usare la sega di mio padre, e ho fatto una fatica della madonna. Se non è un problema passerei volentieri alla chitarra, posso suonare con i denti. Male che vada userò le corde come filo interdentale, durante il concerto intendo. Fuori nevica, è bellissimo. Nasconderò il braccio sotto il manto di neve che si trasformerà in ghiaccio e che fra qualche giorno si scioglierà.
Ciao Z, anzi, va' a fanculo, sai tu perché."



23 febbraio 2005

Stralci di ricetta quotidiana per la preparazione dello sgomento

Lo sgomento si è stabilito sulle facce degli abitanti del quartiere, i bambini osservano lo sgomento sui volti dei genitori e si sentono incolpati senza motivo. Stamane alle 8:30 un ragazzo è stato linciato in metropolitana. Il giovane aspettava il treno sul marciapiede in direzione per Gessate. Alcune persone che di professione fanno i testimoni, riunitisi lì per lavorare, hanno assistito in modo verosimile alla scena: un vecchietto colpisce il giovane alla tempia con la punta del bastone, il giovane diventa subito sgomento e si porta le mani alla testa, si accascia per terra e viene travolto dalla folla imbestialita.
"Teneva il volume di quelle dannate cuffie troppo alto, non capivo se il treno arrivava oppure no", è stata la risposta dello sgomento vecchietto ad alcune persone che di professione possono far rispettare la legge. La folla imbestialita invece non sapeva quale fosse il motivo, non ha espresso valide ragioni per l'aggressione, limitandosi ad un laconico "perché sì". La madre del giovane si è presentata sgomenta nel luogo della tragedia e si è scagliata contro la folla imbestialita: "lo hanno fatto per sfogarsi". Alla domanda "cosa sta provando in questo momento, signora?" posta da un impassibile giornalista che simulava sgomento, la madre ha detto: "una nuova marca di assorbenti". Un signore che di professione esprime opinioni, intervistato nel programma televisivo di un tizio che di professione presenta delle persone davanti a una telecamera, ha detto che se il frastuono causato dai treni nella metropolitana non fosse così alto, non ci sarebbe bisogno di tutta quella musica. Un anziano signore che da certuni è ritenuto il successore di san Pietro e il vicario di Cristo in terra, si è espresso dicendo che la metropolitana è una cosa fantastica, e non bisognerebbe deturparla riempiendola di corpi umani ogni mattina, per il bene dei corpi umani, sia ben inteso.
I testimoni professionisti si sono dispersi nei luoghi chiave della società in attesa di una buona serratura temporale.



23 febbraio 2005

Il treno deraglierà con ritardo imprecisato

Abbiamo passato la prima serata a scopare in cinque. Tre donne e due uomini. Non ho provato alcuna emozione. E' stato come andare al cinema dopo aver ammazzato qualcuno, così tanto per ammazzare il tempo prima di essere beccati. Avrei dovuto reagire quando io, sdraiato supino sul tappeto, mentre venivo cavalcato da una delle tre, il mio amico si è seduto sulla mia faccia e ha preteso che gli leccassi il buco del culo mentre intanto lui sputava sulla faccia di un'altra. L'ho fatto, farlo o non farlo non mi faceva alcuna differenza, e l'ho fatto. Ho smesso perché mi mancava il respiro. Mi sono levato di torno appena ho sentito che desideravo infilare le unghie della mano sinistra nelle loro carni e arare. Farlo o non farlo, a me, non faceva differenza. E' l'aggiunta di un evento che mi infastidiva. Sono convinto che ci sia un limite al numero massimo di fatti accumulabili. Oltrepassato quel limite c'è solo la morte. Mi sia data una scadenza che non sia quantificata in anni o mesi rimanenti di vita, ma in numero di eventi che posso compiere. Fare o non fare, nessuna differenza. Quando il pentagramma sul monitor scorre a 125bpm e aspetta che io prema un tasto per registrare quella nota. Ho passato una notte intera, non questa, a riempire di note quel pentagramma circolare finché non c'erano più vuoti da colmare e sembrava tutto finito. Non l'ho salvato, devo allenarmi a sparire senza lasciare in giro niente di salvato.
Al termine della scopata siamo usciti in balcone, nudi, a fumare. Al rientro sentiamo il calore e l'odore dei nostri sudori, e soprattutto si sentiva odor di merda, altro che l'odore del sesso. Che stronzata.
L'amico propone di scrutare duemila anni più avanti. Estrae dal mobiletto del bagno la grappa alla liquirizia e beviamo.

Il treno è verticale, nel senso che i vagoni sono in orizzontale, posizionati uno sopra l'altro. Sale verso l'alto alla velocità di cento metri ogni tre secondi. Le finestre nella roccia scorrono uguali e lasciano intravedere frammenti di vita alla velocità di uno scarabocchio di luci. Queste immagini così tanto nitide rappresentano uomini e donne di duemila anni fa nel futuro, creature inesistenti. Le tubature esterne alla megastruttura pompano sangue. Nel cielo, due bulbi oculari, le lune del pianeta, ruotano nervosamente e lasciano pulsare le pupille. Il treno sale senza fermate intermedie, un'ora, dieci ore, cento ore, mille ore, ma non stiamo andando verso il 2046. Non stiamo andando da nessuna parte, e siamo sudati e non sappiamo dove fermare le mani le mani e crediamo di essere stanchi.



21 febbraio 2005

Cosa hai visto fino ad ora

Oggi ho vomitato gli enzimi per digerire la clorofilla. Il medico di famiglia aveva garantito la compatibilità intestinale. Il mio intestino non li ha riconosciuti e ha cercato di digerirli. Diversamente da un mese fa, quando ingoiando per sbaglio una ricevitoria del lotto, l'intestino l'ha riconosciuta come enzima, ho cominciato a sentire fame di monete, ne ho ingoiate a chili, le ho demolite, ne ho ricavato solo merda.

Z disegna spesso sentieri casuali con matite o penne su foglietti dove capita, è una sola linea che a un certo punto torna indietro parallela al tracciato appena disegnato e va avanti così finché non cambia direzione e si crea l'illusione di un labirinto o l'illusione che la mente si perda per un cazzo. Z si comporta così quando cammina a caso per le strade di Milano, si ferma in un punto, si siede, riprende, insegue vie parallele a quelle appena attraversate, si inginocchia sul marciapiede, scatta una foto, alza lo sguardo alle finestre, crede di essere spiato da anziani insonni, sente colpi sordi o il fruscio di una busta di plastica, si chiede perché non sente più il rumore del traffico in lontananza, ah no, eccolo, è ancora laggiù dietro il parco. Sono le due di notte, una donna cammina veloce a cento metri di distanza rasente al muro chissà se ha visto Z chissà se nella sua testa è balenata l'idea che potrebbe essere un maniaco, un aggressore, perché c'è chi di notte vede un altro simile in un chilometro quadrato di solitudine e all'improvviso ne ha paura, del suo simile o della solitudine, Z crede sia la stessa cosa, ma di giorno sono tutti coraggiosi di camminare gli uni sugli altri. Z scatta una foto al muro senza la donna, un taxi sbuca da un angolo.

Seduto nel bar guardo la gente entrare uscire senza alcun interesse reciproco, abbiamo occhi incavati che aspettano e basta e oggi ci siamo riempiti di piccoli impegni e appuntamenti per avere qualcosa da aspettare, un'immagine del bar trasformato in un macello di carni massacrate appese si sovrappone per mezzo secondo allo spettacolo dei solidi familiari e scompare. Un agente di Sirchia entra apparentemente senza intenzioni, si siede al bancone, legge un giornale, accende una sigaretta, la fuma. Il titolare lo invita a spegnere. Nessun problema, recita l'agente. Finita la sigaretta chiude il giornale e si denuncia, si guarda i documenti e si scrive una multa, si sequestra accendino e pacchetto infilandoseli in tasca e scappa altrove nella strada. Capogiro dei muri che cercano di ristabilire l'ordine posizionale di porte e finestre. Ho uno svenimento, la pressione a zero. Mi sembra che qualcuno abbia letto una sigaretta e fumato un giornale. Di cosa può parlare ogni respiro in una sigaretta, quanto è fumabile una carica di notizie e di storie di chi condivide il mio tempo altrove, sembra che debba per forza sapere e renderne conto a qualcuno, che io debba prendere consapevolezza di un grande fardello, ma chi può dire cosa voglio non voglio sapere più niente.

Z: la razza umana non è fotogenica. Z apprezza oggetti e dettagli inanimati, possibilmente privi di volontà, compreso se stesso.

Decine di lampioni e coni di luce grigia o color piscia segnano la strada nel buio, rallento in prossimità di puttane le osservo incrociamo gli sguardi e scoppio a ridere loro in faccia nell'auto da solo con musica altissima e accelero subito, ancora lampioni, vetrine di negozi vuoti illuminati a giorno su manichini senza testa con abiti all'ultima moda popolare, dov'è la testa è su di sopra negli appartamenti di chi sta dormendo nelle loro teste sognano la vita di un manichino impalato in una vetrina, ancora puttane una traccia dopo l'altra questo disco non vuole finire, curve a gomito, divieti d'accesso senza spiegazione, semafori lampeggianti, qualche coppia di fari in senso contrario, nessuno a piedi, portoni d'ingresso in penombra, fontanelle fuori uso, panchine lerce, tombini, dossi mai visti in tempo, un baracchino gremito di nottambuli e turnisti ci passo vicino lentamente quasi tutti cercano la mia faccia nell'abitacolo ma sono accecati dai fanali proseguo.

In prossimità dell'alba Z cerca un luogo dove vomitare senza disturbare, cominciano a delinearsi i contorni dei palazzi, si accende qualche fessura nei muri, si notano meglio le crepe, il primo tram attraversa il viale alla guida c'è un manichino se la confusione di Z non lo tradisce proprio adesso, ancora un po' e presto ci sarà una grande vetrina da ammirare, niente sconti in esposizione.



19 febbraio 2005

Balbuzie

Ho cominciato a manifestare i primi disturbi da un paio di mesi, all'inizio solo con gli estranei, cioè no, con gente che vedevo per la prima volta, anche in foto, nei sogni o nella corteccia di un cedro. Però dopo essersi spogliati e toccati un po' la comunicazione filava spedita. Poi il problema si è allargato a macchia d'olio con gli amici e a macchia di leopardo con me, durante i mattutini monologhi davanti allo specchio, ed è difficile lavare via quel genere di unto, anche se mia madre crede che i detersivi non siano tutti uguali. Cosa tiene ben salda una credenza se non quattro cinque chiodi ben piantati nel muro?
Prima di completare una parola ripeto una sillaba cento, duecento volte, senza prendere fiato. A volte, prima di entrare in tabaccheria, ripasso a memoria quello che devo dire, cercando di trovare la forza di non sbagliare. Entro e mi blocco all'inizio della 'b' di buongiorno. E' lì bello pronto che sto per dirlo, e invece no, non esce. Sorrido al tabaccaio ed esco senza riuscire a dire arrivederci. Succede a lavoro, nei supermercati, durante le ovazioni in pubblico, sempre con lo stesso tabaccaio. Non posso più realizzare scherzi decenti al telefono.
Purtroppo il disturbo si estende a macchia di sugo su tutte le altre funzioni corporee. Così mi ritrovo a balbettare con le mani, coi piedi, con le palpebre, con il cazzo. Chi ha il mio problema capisce cosa significa sputtanare il meccanismo di accensione dell'auto; uscire dal marciapiede per attraversare la strada; lavorare al computer, cliccare, farsi una doccia, cagare, scopare. Mi balbetta il sonno, posso trascorrere tutta la notte in balìa del sonno che incede senza riuscire ad avvolgermi, microrisvegli e microfasi rem che si passano la palla decine di volte in un secondo, potrei produrre elettrecità sfruttando questo meccanismo di alternanza.
Ho paura che il fenomeno si allarghi a macchia di gelato agli organi vitali. Il mio specialista, laureato in scienza dello speciale e particolaritologia, consiglia di mangiare soltanto gelato preparato con ingredienti naturali. Gli ho detto che qualsiasi ingrediente è naturale perché comunque esiste in natura, che questa dell'artificiale è una cazzata (a lui però ho detto "stupidaggine"), che non esiste niente di artificiale, anche la margarina è naturale, anche la cocacola, è solo la natura mescolata in altri modi. Mi ha risposto che è artificiale perché senza l'uomo non sarebbe esistita, allora gli ho ribadito che c'era anche prima, ma in un'altra forma a noi invisibile, per esempio è probabile che gli atomi che compongono il prossimo piatto di pastasciutta che mangerà sua moglie, diventeranno una miliardesima parte del figlio che lei tiene in grembo e che sua moglie quindi si mangerà suo figlio, e mi ha risposto che non ha moglie e si è alzato dalla sedia di cristallo e mi ha schiaffeggiato, offeso dal fatto che ho pensato fosse sposato, mi ha cacciato fuori dallo studio irritato, irritato era lo studio. basta così.



09 febbraio 2005

Cercando qualcosa o qualcuno [2]

Mi stupisco di come, talvolta, gli atti considerati più stupidi o banali portano in realtà a risvolti spettacolari e inaspettati, di quelli che donano splendore a un paio di pantaloni consumati, o così credono alcuni.
Nella fattispecie, inserisco la chiavetta nella macchinetta del caffè e scelgo la cioccolata. Attendo. Prendo il bicchiere pieno e lo svuoto nella fessura per le monetine. La macchinetta prepara un bicchiere e lo riempie di monetine. Prendo un'altra cioccolata e ripeto l'operazione. Ho due bicchieri di moneta. Vado avanti finché non rimangono più soldi nella macchinetta. Torno in ufficio e spiego ai colleghi l'accaduto, mostrando loro tredici bicchieri pieni di monetine. Non ci credono. Li trascino alla macchinetta. Carico una chiave e prendo una cioccolata. Svuoto la cioccolata nella fessura e viene preparato un bicchiere con dentro la moneta inserita. Questa cosa li esalta, battono le mani eccitati, mi fanno i complimenti. Ci provano con il distributore di lattine, svuotano una coca nella fessura per le monetine ed escono tutti i soldi contenuti nel distributore. Si dividono il bottino parlando delle scoperte più curiose capitate nelle loro vite, mentre io, un po' annoiato, faccio finta di praticare pulizia orale con un immaginario filo interdentale. Torniamo in ufficio con il sorriso, mentre faccio finta di soffrire i postumi di una mastoplastica. Con il passare dei minuti ci immergiamo nelle piccole missioni quotidiane, diminuisce la frequenza di ammiccamento, dimentichiamo velocemente gli eventi non previsti dal progetto in corso. A fine giornata non è rimasto niente di ciò che è accaduto. Qualche parola per riempire la cena. Il giorno dopo è una reincarnazione, sarà difficile accettare ciò che è successo il giorno prima, e i ricordi saranno pura fantasia, palesati iniziando così: "pensa un po' se...".
Uscendo dal palazzo nuoto nel traffico cittadino generato da chi vuole uscire dalla città. Aspettando un verde faccio finta di praticare pulizia polmonare con un immaginario filo intercostale, e i passanti ridono, sono tutti scemi.



09 febbraio 2005

Cercando qualcosa o qualcuno [1]

Mi sveglio e mi chiedo che mi son svegliato a fare? ci penso su cinque minuti e ricordo che devo andare a lavoro eggià il dottore mi ha rifilato delle supposte frizzanti che dovrebbero indurmi ad entrare nell'abitudine qualsiasi abitudine "e devi prenderle nel culo non hai scelta" ha detto, perché secondo lui ho problemi d'abitudine in effetti ogni mattina mi sveglio e rifletto un attimo se è il caso o no di fare qualcosa e questo problema l'ha notato quando sono andato a farmi visitare per l'influenza cerebrale uguale a quella intestinale unica differenza che vomito pensieri e idee sconvenienti, e sono entrato nel suo studio senza salutarlo e questo l'ha insospettito ma a me ha insospettito il fatto che ci siamo guardati per dieci minuti in silenzio perché lui aspettava che lo salutassi, e ne abbiamo parlato un po' e ha detto che devo prendere queste supposte per prevenire una crisi esistenziale cioè una sorta di rifiuto dell'esistenza e gli ho risposto che anche rifiutarsi di esistere sarebbe una forma di esistenza e non si scappa, ho aggiunto chiudendo a chiave la porta, e lui ha detto di no perché il rifiuto che intendeva era conseguente alla scomparsa della forza di volontà e allora gli ho detto che sarebbe come un suicidio e lui s'è inalberato e ha detto di no, che per il suicidio serve una forza di volontà tendente a infinito e per questo, ha continuato, devi assumere le supposte che ti ho detto perché così si attiva l'abitudine e che tu abbia o no volontà non fa niente e allora gli ho risposto che non avevo abbastanza forza di volontà per prendere nel culo quelle supposte e lui mi ha risposto cazzi tuoi.



02 febbraio 2005

Del perché non posso lavorare nel settore primario

Molti pensano che se alzassi una pila di mattoni mi si romperebbero le braccine. Questa impressione è alimentata dal fatto che quando salto resto per alcuni secondi sospeso in aria, poi come una piuma scendo lentamente, spesso nel luogo diverso da quello in cui ho saltato, per via del vento o per colpa del portafoglio particolarmente pesante.
Insomma non so se mi romperei le braccia. L'unica ragione per cui non provo ad alzare una pila di mattoni è che questa gente, i molti di cui sopra, potrebbero trovar confermata la propria impressione, e questo mi secca, nonostante i consueti due litri d'acqua al giorno.
Una cosa che non ho raccontato a nessuno riguarda il mio rapporto con l'agricoltura o piccoli orti retrocasalinghi, proprio per il fatto che riguarda l'agricoltura o piccoli orti retrocasalinghi.
Prima di entrare in campo informatico, ho lavorato in svariati campi, quasi tutti coltivati a granturco, mais o foraggio (trifoglio ed erba cipollina). Mi sono accorto che quando zappavo la terra scavavo sempre più giù, sempre di più, fino a scavarmi la fossa. Non potevo farne a meno. Dopo essermi scavato la fossa mi ci sdraiavo dentro, chiudevo gli occhi e aspettavo, aspettavo non so nemmeno cosa. Dopo il tramonto veniva qualcuno a cercarmi e mi trovava addormentato, se era il padrone mi prendeva a badilate fino a spaccarmi la testa, poi mi copriva di terra. Altrimenti (se non era il padrone) no
.

Ecco, i più attenti si saranno accorti che in queste ultime due frasi ho usato il costrutto "If then else", molto utilizzato nella programmazione informatica per eseguire operazioni a partire dal valore che può assumere una condizione. Potevo ricorrere alle funzioni, e fare qualcosa di questo tipo:

function BadilateInTesta (parametro X: "colui che veniva a cercarmi dopo il tramonto") {
se X = "padrone":
allora:
1 - finché testa non è spaccata: { X tira badilate su di essa }
2 - X mi copre di terra
altrimenti:
1 - non succede niente.
fine del "se".
} fine function

Il post sarebbe stato scritto così:

Molti pensano che se alzassi una pila di mattoni mi si romperebbero le braccine. Questa impressione è alimentata dal fatto che quando salto resto per alcuni secondi sospeso in aria, poi come una piuma scendo lentamente, spesso nel luogo diverso da quello in cui ho saltato, per via del vento o per colpa del portafoglio particolarmente pesante.
Insomma non so se mi romperei le braccia. L'unica ragione per cui non provo ad alzare una pila di mattoni è che questa gente, i molti di cui sopra, potrebbero trovar confermata la propria impressione, e questo mi secca, nonostante i consueti due litri d'acqua al giorno.
Una cosa che non ho raccontato a nessuno riguarda il mio rapporto con l'agricoltura o piccoli orti retrocasalinghi, proprio per il fatto che riguarda l'agricoltura o piccoli orti retrocasalinghi.
Prima di entrare in campo informatico, ho lavorato in svariati campi, quasi tutti coltivati a granturco, mais o foraggio (trifoglio ed erba cipollina). Mi sono accorto che quando zappavo la terra scavavo sempre più giù, sempre di più, fino a scavarmi la fossa. Non potevo farne a meno. Dopo essermi scavato la fossa mi ci sdraiavo dentro, chiudevo gli occhi e aspettavo, aspettavo non so nemmeno cosa. Dopo il tramonto veniva qualcuno a cercarmi e mi trovava addormentato, BadilateInTesta.

Notare il richiamo della funzione alla fine, che non cambia l'esecuzione dell'algoritmo. Ogni volta che si incontra BadilateInTesta bisogna mentalmente sostituire ciò: "se era il padrone mi prendeva a badilate fino a spaccarmi la testa, poi mi copriva di terra. Altrimenti (se non era il padrone) no."

In questo caso però è poco utile perché tanto viene richiamata una sola volta. A tal proposito costruiamo un post opportuno che dia senso al nostro operato.
Eccolo qui (sostituire mentalmente dove opportuno):

Insomma non so BadilateInTesta. L'unica ragione per cui non provo ad alzare una pila di mattoni è che BadilateInTesta. Una cosa che non ho raccontato a nessuno riguarda il mio rapporto con l'agricoltura o piccoli orti retrocasalinghi, proprio per il fatto che BadilateInTesta.
Prima di entrare in campo informatico, ho lavorato in svariati campi, quasi tutti coltivati a granturco, mais o BadilateInTesta. Mi sono accorto che BadilateInTesta, sempre di più, fino a scavarmi la fossa. Non potevo farne a meno. Dopo essermi scavato la fossa mi ci sdraiavo dentro, chiudevo gli occhi e aspettavo, aspettavo BadilateInTesta. Dopo il tramonto veniva qualcuno a cercarmi e mi trovava addormentato, BadilateInTesta.

Ora il discorso ha acquistato un senso.



02 febbraio 2005

C'è del telefono per cena [3]

Dobbiamo arrivare al punto, disse il verbo agli altri componenti della subordinata. Iniziavano tutte così le favole che Gioppino mi raccontava prima di addormentarmi. Le favole non mi sono mai piaciute, le trovavo noiose, mi facevano addormentare e mi risvegliavo il giorno dopo, in piena mattina. Andavo a cercare Gioppino in cucina, lo sorprendevo alle prese, o per meglio dire alle presine, mentre preparava una cioccolata calda mescolando il latte con la lunga lingua biforcuta. Gli chiedevo se poi fosse riuscito ad arrivare al punto. No, diceva, sto continuando a lasciare punti di sospensione ogni sera, ti addormenti sempre. In effetti quel periodo durò un po' troppo, finché un giorno non scoprii che potevo scoparmi Cappuccetto Rosso.

Ricordo questo passo autobiografico, tratto dalle memorie di Z. La signora mi aspetta sulla soglia, mi afferra un braccio e mi trascina fino in cucina. Accende l'affettatrice e mi guarda implorante.
"Dài, fatti affettare", dice.
"E poi? Mi mangia?"
"Perché no"
"Non sono un maiale"
"Sei già un salame, vieni qua che ti tolgo il budello"
"Si è levato mentre ero in vasca"
"Confermi che sei un salame"
"Non esageriamo"
"Cosa sei?"
"Non saprei... nessuno? uno zero?"
"Al massimo sei un numero negativo, lo zero non esiste"
"Lo zero è un'idea"
"Sei una buona idea"
"Andrebbe realizzata questa idea"
"Dovresti scriverti un progettino"
"Sono mancino, mi sporco d'inchiostro"
"Ti sporchi mentre ti disegni?"
"Ci ho provato, sì, mi sporco"
"E che importa?"
"Sono un disegno incompleto"
"Ma no, magari uno schizzo"
"Più appropriato uno scarabocchio"
"Uno sputo"
"Uno sputo in un fazzoletto di carta in fondo a una tasca"
"Chi di noi due sta parlando?"
"Non lo so, non lo capisco più"
"Torniamo indietro a vedere"
"E al presente chi ci bada?"
"L'affettatrice!"
"Senza farmi a fette non riuscirei a tornare un po' indietro"
"Mica tanto, tagliati un dito"
"Quanto vale un dito?"
"Un minuto e mezzo"
"E la vita?"
"Tutta una vita"
"Potrei rifar tutto da capo?"
"Sì, ma ricomincerebbe qualcun'altro, si chiama flessibilità"
"E io?"
"Tu resti un'idea"
"Vorrei essere un fatto"
"Non succedi in alcun modo, sei come il prurito di un'intenzione"
"La gente si gratta in continuazione"
"Noi ci faremo a fettine"
"Mi accontento di un presente"
"Qui ci son due presenti"
"Hai mai fatto l'appello dei tempi?"
"Sì, tutti presenti"
"E' asfissiante, ne basterebbe uno"
"In uno dei due c'è del telefono per cena"
"Ma che significa?"
"Non farmi ridere"
"Adesso metto un punto"
"E dopo?"
"Dopo saremmo seduti su una panchina a guardare la gente che va da un punto all'altro"
"E allora mettilo"
"Lo metto qui, guarda".



01 febbraio 2005

C'è del telefono per cena [2]

Uscendo dalla vasca mi accorgo di aver perso in tutto il corpo lo strato superiore di pelle. Posso dire di avere un buon colorito. Effetto del brodo gastrico preparato dalla vicina di casa per le ossa di suo marito. Cosa se ne farà di uno scheletro spolpato io non lo so. Se le chiedessi perché le fa spolpare mi risponderebbe: così, per farle spolpare. Effettivamente riconosco contingenze e necessità solo nella mia testa. Ricordo per un secondo i vapori di candeggina che feci molti anni fa. Era sera, e stavo con la testa sotto una tovaglia, respirando da un pentolone pieno d'acqua e candegina bollente. Forse mi addormentai, perché persi cognizione del tempo e molto dopo mi accorsi di aver la testa ammollo. Credo che aprii gli occhi all'improvviso, tirando su la testa di scatto per il bruciore. Per quante ore rimasi immerso nella pentola non lo so. Sul tavolo batteva il sole e attorno erano presenti tutti i miei parenti più stretti tranne uno che all'epoca era obeso, e stavano in piedi, con le mani giunte dietro la schiena. Sembrava che non avessi più segreti da nascondere. Ogni volta che mi prodigo in atti osceni o criminali che a loro non racconterei mai penso che prima o poi lo verranno a sapere, magari dopo la loro morte, magari il giorno del giudizio consiste in questo: tutti i tuoi cari scoprono che mentivi, vengono a sapere di tutte le coglionate che hai fatto, o che ti facevi le seghe di nascosto o che ti fumavi le canne, o che rubavi cicche al supermerket dietro casa o che staccavi il telefono da una cabina pubblica o che depositavi traversine di cemento sui binari o che facevi scherzi al telefono ai tuoi zii o che piangevi dentro un cuscino o che meditavi l'esplosione di una scuola dalla quale per giunta ti tenevi cinquanta chilometri lontano proprio durante il sacro orario delle lezioni, con la testa rallentata appoggiata al tronco di una betulla, guardando la chioma lucente trasformarsi in sfumature di grigio sempre più in contrasto, e ti chiedevi se invece non potevi dedicarti a una forma più elegante di cazzeggio. No. E la signora cosa sta combinando?



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