E' Natale!
Fotogramma [5]
Fotogramma [4] A Fecchio, paese
tra le colline brianzole, un pedone è stato investito da un pirata,
riconosciuto per la bandiera nera issata sull'antenna, raffigurante un teschio
e due ossa incrociate. Il pedone comincia ad attraversare la strada con il
rosso, l'auto era ancora lontana. Nota la scarpa slacciata e comincia ad
allacciarla, che a lasciarla slacciata si può inciampare, cadere per terra e
riportare escoriazioni - non fosse per le escoriazioni passeremmo la giornata a
buttarci per terra eh? L'auto avanza senza rallentare, il pedone aumenta la
velocità delle dita, si ingarbuglia con il laccio, ricomincia. L'auto è a poche
decine di metri. Il pedone riesce ad allacciare la scarpa, già che c'è comincia
il doppio nodo. L'auto è a dieci metri, il pedone capisce che non ha tempo di
realizzare il doppio nodo, sperava che l'auto rallentasse, e con sua grande
sorpresa è costretto a tentare – invano - un balzo per uscire dalla traiettoria
d'impatto. La
polizia stradale ha dato ragione al pirata, poiché aveva il verde, ed è
naturale che qualsiasi cosa intralci il passaggio venga travolto senza pensarci
sopra due volte, ammesso che il pirata ci abbia pensato almeno una volta. Se al
posto del pedone ci fosse stata una scolaresca non avrebbe fatto differenza. Il
pedone non è unità effettiva, ma può rappresentare un'intera comunità di
cittadini che attraversano la strada. Il pedone rappresenta una moltitudine, un
insieme misto e variegato, i cui singoli elementi sono privi di identità agli
occhi del mondo. Un
fenomeno che sta prendendo piede proprio a Fecchio, rilevato dopo le numerose
segnalazioni di scomparsa del proprio piede, è l'ammutinamento all'interno di
un pedone numeroso. Molti nel gruppo abbandonano l'attraversamento della strada
per intraprendere la vita nomade dei pirati. Anche con il termine
"pirata" possiamo indicare un insieme numeroso, un'intera ciurma. Non solo. Molti cittadini confondono le strisce pedonali orizzontali
con quelle per il rallentamento delle automobili. Le percorrono andando
incontro alla morte, oppure quando le strisce finiscono si fermano in mezzo
alla strada intuendo appena appena il perché di tutto quanto, prima che tutto
quanto finisca per sempre.
Una cena oltre ogni limite Sabato sera abbiamo mangiato oltre ogni limite: tre primi
in tre secondi, con contorno, frutta, torta finale. Per far entrare tutto ho tagliato per venti centimetri la
pancia, in modo che lo stomaco potesse dilatarsi con libertà. Non fa male, a
parte il taglietto, doloroso come qualsiasi altro taglio profondo con coltello,
ma è sopportabile e il sangue si coagula in fretta. Ero svaccato sulla sedia, con lo stomaco all'aria e
accarezzato dalla mia vicina di posto ("uh che carino posso
toccarlo?"), e stava per arrivare il limoncello offerto dalla casa.
Nonostante lo stratagemma il cibo tendeva a sparpagliarsi per l'intero apparato
digerente, ostruendo completamente l'esofago fino all'epiglottide. Una
forchettata di spaghetti è traboccata fino in bocca, ho bloccato il respiro per
evitare intrusioni in trachea. Preso dal panico ho perso il controllo,
polpettine al pesto, boli di carne e tozzi di pane hanno seguito l'esempio
degli spaghetti. Mi sono fatto aiutare dagli amici che mi tenevano la bocca
serrata con le mani. Nel frattempo non respiravo. Infatti, dopo dieci minuti
sono morto e avevo ancora lo stomaco di fuori, che vergogna quando mi vedranno
i parenti.
Fare tanto per niente
Gli spargibiglie Stamattina
all'alba son passati gli spargibiglie. Settimana scorsa erano gli spargisangue,
oggi le biglie. Sono uscito di casa e son caduto di mento contro un panettone
di cemento. Le cazzo di biglie. Scivolavano tutti. Il primo pensiero è stato:
"ma ci son le biglie per terra!". L'ostinazione e l'indifferenza
hanno avuto la meglio e nonostante l'equilibrio fragile, le escoriazioni su
tutto il corpo e qualche morto, le destinazioni umane sono state raggiunte
anche oggi senza particolari ritardi, a parte un bambino in giacca e cravatta
che chiedeva a tutti dove doveva andare e tutti andavano e lui restava in
stazione a chiedere dove andare.
Ma Eddie Vedder? A momenti arriva?
Dobbiamo suonare alle 22 nella sede dell'Arci. Nel manifesto di invito avevamo scritto "special guest Eddie Vedder dei Pearl Jam" per non suonare davanti a una sala vuota per l'ennesima volta. Ci presentiamo alle 21 e 30, ma è troppo presto, e ci accontentiamo di suonare il citofono. Il titolare dice di non badare al suono del citofono perché ancora non ha fatto il soundcheck. Chiediamo a che ora dovrebbe suonare il citofono. Dopo di voi, risponde il citofono. Appena mettiamo piede nel locale una ragazza ci chiede quando arriverà Eddie Vedder. Completiamo il passo nel locale mettendoci mano, gambe, testa. Lasciamo i toraci all'appendino vivente fuori dall'uscio. "A momenti arriva", rispondiamo cantando a cappella. La ragazza si chiama Sistina, ma tutti la chiamiamo cappella perché siamo stupidi, anche se uno di noi tende al cretinismo.
La casa tonnata Salendo le scale fui inebriato da un leggero sentore di tonno. Staranno cucinando manicaretti a tema, pensai, sperando che S avesse del tonno in scatola da scroccare. S mi aprì e fui invaso da una vera e propria zaffata improvvisa. - No! Ecco! Stammi lontano! Tieni la tua vagina lontano dal mio naso! Stronza!
bobbodobebbesgran grangrasgran "Bentrovati amici telespettatori. Avremo l'onore di assistere al nuovo spettacolo che la rete Bubuset ha aggiunto al palinsesto della prima serata. Extreme Ordinary Life ci farà vivere in prima persona i momenti che hanno reso sublime l'umanità. Gli abbonati potranno connettere la spina del decoder alla presa cervicale, e ritrovarsi di fianco agli impiegati incastrati all'ultimo piano del World Trade Center nei minuti precedenti il crollo, farsi schizzare in faccia le carni degli avventori di una discoteca sventrata da un'esplosione, affondare insieme al Titanic, strisciare tra gli escrementi dei soldati in una trincea nel bel mezzo di una battaglia della prima guerra mond" Ho azzerato il volume per rispondere al telefono.
La normdsfhsduyfgh237 vcffrrtbrà
Mi alzo dal letto, corro in bagno davanti allo specchio e caccio un urlo, me stesso riflesso si caga addosso dalla paura e torna a letto. Per un po' resto senza riflesso. Aspetto che torni, perché tanto ritorna. Tiro due colpi allo specchio, lo scuoto un pochino, ecco che il riflesso compare timido e fa il suo dovere. Una volta sola non tornò affatto e stava nascosto sotto il lavandino, chiamai mia sorella per farle provare lo specchio e con lei funzionava, però vedeva riflessa me al posto suo, allora mi appostai davanti allo specchio al posto suo per fasarmi correttamente con il mio riflesso, poi ci è andata mia sorella ed è comparsa lei e tutto è tornato a funzionare.
Benzina alle stelle
La notizia che ha fatto più scalpore, molto più dell'energia liberata dal corpo del Papa e più delle elezioni, è la benzina alle stelle. Gli scienziati, alcuni intellettuali, perfino qualche cittadino che si fa domande leggendo i giornali, si sono chiesti due cose: come faremo ora che la benzina è alle stelle, e chi l'ha portata lassù.
Spera che una pallina non smetta mai di rimbalzare
Trascorrevo i pomeriggi giocando con il muro e una pallina da tennis all'interno di una stanza che non aveva finestre, con una porta apribile solo dall'esterno e chiusa a chiave dall'interno. Oltre il muro c'era la strada, centinaia di esseri umani percorrevano tragitti intenzionali. Non c'era mai silenzio, il sottofondo era la cacofonia di voci, risate, lamenti, colpi di tosse, sospiri e affanni, rumore di tacchi, di pneumatici sulle pozzanghere, di motori su di giri e sirene di ambulanze. Mi chiedevo cosa inventarmi per lasciare traccia della mia esistenza. Quando trovavo un'alternativa la realizzavo immediatamente: parallelamente a quattro ore filate potevano passare venti o trent'anni, travasati in un flusso mentale entro il quale incidevo qualsiasi traccia. Poco male che al ritorno ci fosse solo il muro e la pallina.
Rarefazione [1]
Un responsabile non lo troverai mai, nemmeno per caso o senza volerlo cercare. Ti siedi sull'erba e ti chiedi cosa ti appartiene di quanto sta intorno. Nel frattempo hai schiacciato una merda di cane, ma non lo sai. Decidi che quello là è demanio pubblico, laggiù è proprietà privata, altrove è terra di nessuno fino alla prossima indebita conquista. O non è così semplice o non c'è alcuna risposta, e una domanda simile diventa espressione di idiotismo. Fai finta che non se ne accorga nessuno. Ti convinci che tutti passino il tempo a porsi domande idiote.
Stereophrenia [3]
I più anziani ricordano di quando avevano la pelle, alcuni perfino la testa umana. Si cominciò proprio con la testa: una mattina, milioni di persone si ritrovarono con una testa di formica. Dal pianeta Terra giunse un coro di " e vabbè". I pochi che non avevano subito la metamorfosi furono uccisi, accusati di mostruosità naturale, non ebbero nemmeno il tempo di fondare un partito. Con il passare degli anni la pelle si trasformò in esoscheletro. Il resto del corpo è rimasto intatto, l'andatura è ancora bipede, il pollice è opponibile. Ma tutto il corpo è coperto di chitina e pigmentazioni variopinte. Negli ultimi anni si sono registrati migliaia di casi, tutt'ora in aumento, di esseri umani che nascono larve come tutti gli altri, ma presto il loro corpo assume la struttura tipica delle formiche: corpo suddiviso in capo, torace e addome, catena gangliare, respirazione per diffusione corporea, cuore tubolare, sei zampe, esoscheletro completo. In età adulta sono a tutti gli effetti delle formiche, lunghe fino a due metri. Non hanno la possibilità pratica di integrarsi nella società umana. Attualmente abitano i sotterranei metropolitani e si cibano con i rifiuti dell'umanità. Ormai sono alcuni decenni che si nasce trasfigurati nelle formiche o in parti di esse. Trent'anni fa è nata una larva con un refuso genetico: aveva la testa di un neonato. Nonostante questo non è stata soppressa per vedere come sarebbe cresciuta. Oggi è una felice formica con testa umana, abita in un laboratorio sotterraneo ed è curata da un valido team di studiosi. L'hanno battezzata Stereophrenia. La maggior parte dell'iconografia religiosa cristiana è stata distrutta durante gli anni dell'igiene artistica perché ritenuta iconoclasta. Soltanto da un decennio è stata attuata una politica di conversione delle figure umane. Per esempio il cristo in croce ha la testa di formica. Se a un essere umano viene staccata la testa di formica, questa può continuare a vivere da sola, oppure può essere riattaccata in un altro corpo. L'unione di una testa viva su un corpo già morto provoca pazzia. L'unione di più teste vive insieme, tramite cordoni esoscheletrici coltivati apposta, sono severamente vietati dall'organizzazione mondiale della sanità, e causano pazzia senza possibilità di guarigione.
Stereophrenia [2]
Non è facile accettare la convivenza con insetti mascherati da esseri umani. Nemmeno accettare se stessi, soprattutto quando sai che dentro il tuo corpo vibrano le ragioni di una formica operaia e soldato. Oggi mi sono guardato allo specchio. Non ho fatto caso alle mandibole seghettate in lento movimento da risveglio, a quel liquido disgustoso che mi sono sbrodolato addosso provocando la lisi dei tessuti sul petto, agli occhi scuri senza riflesso che sembravano inghiottire la luce, alle antenne pelose mosse da un vento nervoso invisibile. Ho visto tutto questo e non ci ho fatto caso. Può essere naturale e assodato circolare con la testa di formica. Per me, su me stesso, lo è, eppure faccio ancora fatica ad accettarlo. Li ho visti salire sul treno in file disordinate. Ogni mattina questo gesto mi ricorda le immagini degli ebrei costretti a salire sui vagoni merci verso i campi di concentramento. So che non è così, eppure quel fotogramma sbiadito si presenta quotidianamente. Chissà se qualcuno si chiede a cosa penso mentre lo guardo salire. Avevano tutti la testa di formica. Corpi umani con testa di formica. Non si sono ancora abituati a non parlare. Ogni volta che ci provano si sbrodolano. Hanno una bolla di acido perennemente attaccata alla bocca, tra le due mandibole. Parlano e scoppia, sono comici. Ogni tanto provano a parlarsi e si schizzano addosso i loro succhi acidi. Chissà se ci ridono sopra. Quando è arrivato il controllore mi ha chiesto il biglietto. Non è che l'ha detto esplicitamente, perché la bolla gli è scoppiata e quel succo acido mi è caduto sul capo. L'ho recepito dalle vibrazioni sulle mie antenne. Non trovando subito il biglietto gli ho detto scusi tramite le antenne, ma per abitudine ho aperto l'apparato boccale. L'acido è caduto sul sedile davanti, per fortuna non c'era seduto nessuno. In un parcheggio dietro la stazione hanno trovato un cadavere, circondato da altre persone che si nutrivano della sua testa. Uno di loro ha detto che quell'uomo aveva ancora la testa di uomo, e che non era bello da guardare. In città accadono cose apparentemente strane, se non fosse che ci abbiamo preso l'abitudine da decenni. E' cambiato qualche dettaglio. Qualcuno ha abbandonato una larva in un cassonetto, era nata da poche ore.
Stereophrenia [1]
Di notte sogno una vespa nera in casa mia. E' grande quanto un braccio, pulsa e luccica. Gli oggetti sui quali si posa vibrano, gli armadi ne amplificano il ronzìo. Ne approfitto per accordare la chitarra su quella frequenza. Suono e la vespa si ferma sul soffitto, rizza le antenne come in ascolto. Gli insetti non mi fanno paura, perché sono piccoli e posso controllarli. Ma questo è un caso particolare. E' orrore puro. Non riesco a svegliarmi eppure nel sogno so di volerlo fare, voglio emergere da quella sensazione. Gli insetti si avvicinano più di qualsiasi altra cosa a delle macchine, a complessi robotici, perfetti, precisi, funzionali, mortali. Basta ingrandirli per trasformarli in un incubo umano, una vespa che sfiora il metro di lunghezza, una presenza concreta e invadente, carnale, velenosa. Penso a come sarebbe se le strappassi antenne, zampe, forse a queste dimensioni posso sentirla urlare. Potrei cavarle gli occhi, sembrano fissare ogni cosa. Una vespa così grande non punge soltanto, morde. Ti cammina sulla schiena nuda, indifferente alle tue urla, e a possibili vendette della vittima. Ti cerca pensieri dolci incastrati nei capelli. Non gliene frega un cazzo di vivere o morire, è un insetto, la sua fuga dalla morte è una sembianza nella mia testa. Una pallottola può squarciarla come un gelato, spargere in un lampo pezzi di corazza e carne imenottera sulle pareti, sangue bianco sospeso nell'aria che cade lentamente verso il pavimento. In treno un uomo si siede accanto a me. Sto ascoltando della musica in cuffia, non sento nient'altro. L'uomo mi tocca, mi volto, sorride, tende la mano, si presenta, le sue labbra si muovono, ci stringiamo le mani, non posso sentirlo. Mi parla, gesticola, indica fuori dal finestrino, ride, non posso sentirlo. Si avvicina, avvicina la bocca al mio orecchio, si copre con la mano, bisbiglia qualcosa, non posso sentirlo. Il viaggio termina, si alza, resto seduto, aspetto che scendano tutti, si allontana, si volta prima di scendere, mi guarda, la sua bocca si muove, non posso sentirlo, sorride, scende. Mi sarebbe basta fermare la musica, non l'ho fatto. In ultima analisi, non è obbligatoria, né doverosa, l'esigenza di un senso. Non è imbarazzante l'assenza di senso. E' accomodante la parvenza di un senso. Non è una metafora se dico che ho visto dieci suini, maiali veri, verri, in palestra, alzare pesi, suini che fanno palestra, per ingrossare senza ingrassare, ingrassamento consapevole e volontario del suino. Non è una metafora, è quello che ho visto. Il primo passo verso la conquista del mondo da parte dei porci. L'agnello di dio toglie il peccato del mondo. Il porco di dio ce lo mette. Avanti così fino alla fine del mondo.
E' Natale. Mi piace il Natale perché c'è da festeggiare. Mi piace festeggiare quando è Natale.
Mi sono alzato all'alba e ho fatto l'albero, appendendomi palle colorate dovunque e sulla testa mi sono messo il lampadario del soggiorno. Nel lavandino del bagno ho montato il presepe, all'interno della saponetta ho scavato la grotta. Ho domandato un giorno di ferie e sono uscito a fare shopping prima di sentire la risposta. Uscendo dai negozi ho augurato buon Natale alle commesse, è tradizione, si usa così. A casa ho incartato i regali. Ho scoperto che l'intera famiglia ha avuto la mia stessa idea perché dopo cena a sorpresa abbiamo tirato fuori i regali tutti insieme. A mezzanotte ci siamo augurati buon Natale e siamo andati a letto. Il presepe l'ho lasciato montato perché per un po' di giorni festeggeremo il Natale e ci scambieremo i regali. Io pensavo fino a metà luglio, poi volevo festeggiare i morti per qualche settimana, devo mettermi d'accordo in famiglia. Non vorrei che di punto in bianco una mattina d'agosto saltasse fuori che festeggiamo Pasqua, anche se la cosa potrebbe essere divertente.
Intanto buon Natale.
28 aprile 2005
Ieri sera ho preso a schiaffi un passante per vederlo piangere, invece si è inalberato, ha alzato il braccio per schiantarmi la mano in faccia. L'ho schivato e son scappato, mi correva dietro e ciò non mi faceva sentire a mio agio, mi sono fatto sorpassare e in pochi minuti mi ha seminato, così ora dovrei anche aspettarmi dei frutti, da questa esperienza.
Se ricevessi uno schiaffo piangerei subito dicendo di non aver fatto apposta non so cosa, qualsiasi cosa. Troverei certamente un buon motivo per meritare schiaffi, li accetterei senza protestare. Invece è deplorevole che la gente per strada s'incazzi se viene presa a schiaffi, come se non ci fosse alcun motivo, come se fossero intoccabili con la coscienza pulita, facce di cazzo.
A proposito, al mattino mi sveglio sempre con il cazzo duro, lo prendo a pugni ma non torna normale se non dopo diverse ore, quando sono già in ufficio. Ho chiesto il parere del dottore, che mi ha rassicurato dicendomi che succede a tutti, anche a lui. Ha detto che dipende dal campo magnetico terrestre.
Parlandone con i colleghi è emerso che più o meno nel giro di qualche ora anche a loro torna alle dimensioni normali. Ho raccontato la storia del campo magnetico e m'han preso per il culo, ma nessuno, nessuno è in grado di spiegare.
La scorsa notte sono rimasto sveglio. Verso le cinque del mattino l'ho visto crescere contro la mia volontà e non ho potuto fare niente per fermarlo.
28 aprile 2005
26 aprile 2005
25 aprile 2005
Le casalinghe medio alte con i piedi immersi in vaschette piene di tiramisù innaffiaviano i vasi con splendidi fiori di cancro in balconi milanesi appesi ai muri sospesi su un baratro urbano e avevano foruncoli grossi e pungenti sul culo e i loro mariti sborravano nei vasi per fare crescere quei fiori facendosi le seghe eccitati dalle ombre degli abbaini sui tetti al tramonto, dal groviglio di fili della luce, antenne, parabole, piccioni, pollini. Centinaia di metri più sotto regnava la notte del fondale metropolitano illuminata solo a mezzogiorno quando uscivano le formiche e i pesci nuotavano nell'aria e questo causava mal di testa ai più perché ci credevano e invece era solo un riflesso del mondo subacqueo. Nell'ombra un po' blu i bambini si perdevano o venivano rapiti ancor prima di poter scappare e salvarsi. Dio ha fatto causa al comune perchè tombini e dossi gli hanno sminchiato l'assetto e fatto sballottare troppo i coglioni nelle mutande. Il nonno di Alice nel paese delle pastiglie afferma che si può cogliere un fiore da uno di quei vasi, fumarlo così com'è e farsi esplodere nel cervello milioni di spermatozoi e svegliarsi ogni mattina con milioni di popcorn sul cuscino, mentre uno solo di essi riuscirà a fecondare il cervello e ci saranno due vie d'uscita, ovvero aspettare la conclusione della gravidanza fino al cedimento delle pareti craniche e ridursi a vita vegetale facendosi piantare al cimitero a confondersi con i cipressi oppure abortire ma perdere col feto il cervello stesso e quindi cipresso. La famiglia che abitava sette piani sopra il suo diceva sempre che per un essere umano non è naturale stare così tanti metri da terra, che bisognava tornare alla vita terrena, andatura quadrupede, unica concessione il pollice opponibile, e allora si sono suicidati tutti dal balcone e il colore delle loro cellule ha interrotto la regolarità delle linee bianche sull'asfalto unico dettaglio di luce laggiù seppur artificiale e scampolo.

Alla fine degli esperimenti abbiamo pensato bene di fondare un lavoro. Ognuno di noi è uscito di casa con la propria pallina di sterco e ci siamo fatti tutta la città facendola rotolare per la strada, ci siamo fermati quando era troppo grande per spingerla ancora, dieci metri di circonferenza ma stiamo scherzando, l'abbiamo lasciata evaporare tanto poi piove ritorna dal cielo e quando si fa domani troverai la tua pallina in fondo alla grondaia, pensaci tu.

La mattina dopo lessi sul giornale di un aereo scomparso nel nulla durante il volo. Non giunse mai all'aereoporto. Oltre novanta passeggeri sparirono dalla realtà. La nuvola non fu mai menzionata, anche se dubito di essere l'unico ad averla vista.
Il caso è stato riaperto dopo che settimana scorsa nel centro di Milano un anziano è stato trovato trasfigurato nei muri del proprio appartamento. Le pareti interne erano come tappezzate di cute, questa almeno è stata la prima impressione degli inquirenti: cute, hanno stabilito che la composizione minerale dei muri coincideva con il dna dell'uomo. Poco importa se l'acqua sporca che usciva dai rubinetti non fosse semplicemente acqua sporca. Poco importa se gli specchi opachi erano soltanto squarci di cornea. Poco importa se la televisione proiettava niitidi fotogrammi anonimi trasmessi casualmente da una mente umana, nella fattispecie le immagini di un matrimonio. Una televisione come un sonar che scandaglia un mare di sogno e riceve i segnali. Voglio dire, poco importa che non ci abbiano fatto caso. La casa è stata demolita, le macerie sono state cremate.

15 aprile 2005
14 aprile 2005
Mettiamo piede sul palco, mano agli strumenti, testa agli spartiti. Il figlio del titolare, un tipo inquietante ancora sporco di placenta, si è appostato fuori davanti al campanello e ha già cominciato a fare il soundcheck al citofono. Suo padre non capisce al volo e si incazza perché nessuno va ad aprire. Allora esce e scopre che la porta era già aperta, così picchia il figlio e gli dice anche di lavarsi ogni tanto.
Il ragazzo del mixer ci chiede quando arriverà Eddie Vedder. "A momenti arriva".
Ordiniamo una birra per ciascuno e la cameriera ci dice che le birre sono già prenotate. Dovevamo ordinarle un giorno prima. Ordiniamo del vino: già prenotato. Tutto prenotato, il menu è inutile. Chiediamo cosa possiamo ordinare lì sul momento. Io, dice la cameriera. Così andiamo dietro la batteria e la spogliamo. Facciamo vibrare il diapason e glielo infiliamo nel culo. Le ordiniamo di accordare la voce sulla frequenza di 440 Hz. L'intonazione è imprecisa e disturbata da voci dell'animo. Le cambiamo le corde con quelle del basso. Accordatura perfetta. Già che ci siamo le cambiamo le pelli con quelle della batteria. Fantastico.
Nessuno ha visto, la cameriera torna a lavoro e noi terminiamo il soundcheck. All'inizio del concerto qualcuno chiede "ma Eddie Vedder?".
"A momenti arriva", rispondiamo in coro. Il parroco, in attesa di Eddie Vedder per farsi mettere un autografo su un uncinetto cucito dalla perpetua, rimane abbagliato dal nostro coro e si propone come organista. Cantiamo per quindici minuti "A momenti arriva", accompagnati dall'organo. Un lampo invade tutta la sala per un istante e dopo tre secondi parte un tuono di applausi. Il prete muore d'infarto. Il suo corpo viene offerto ai presenti in remissione dei peccati. Chi non era credente si converte per non lasciarsi sfuggire l'occasione.
Proseguiamo il concerto, suoniamo Do The Evolution dei Pearl Jam per scaldare il pubblico. Metà dei presenti sviluppano ustioni di terzo grado sulla faccia. Il bassista ha le mani impastate di catarro. Chiede alla cameriera di restituirgli le corde al basso montate in gola e lei risponde con un Si bemolle, non troppo convinta. Il bassista si accontenta del si bemolle e suona il resto del concerto solo su quella corda. Il batterista ritiene che la pelle umana non sia la più adatta per suonare la batteria. La stacchiamo dalla batteria e la rimettiamo alla cameriera. Finiamo di cucire l'ultimo millimetro e la cameriera, da pimpante e ottimista che era, muore di botte.
Arriva la polizia. Interrompiamo tutto e cominciamo a smontare. Niente paura, dice la polizia, siamo qui per Eddie Vedder.
"A momenti arriva", rispondo.
"Tutto quello che dirai sarà usato contro di te", dice la polizia.
"Posacenere", dico.
La polizia è prevedibile: mi lancia addosso il posacenere.
"Eddie Vedder", dico.
La polizia non lo trova e impazzisce.
Usciamo dal locale soddisfatti. Nel parcheggio vediamo un auto con dentro un pastore tedesco seduto al posto di guida, e una signora seduta di fianco. La signora sta abbaiando al suo cane. Ci nota e saluta con la mano, "oh, ma Eddie Vedder?", grida.
"A momenti arriva"
La signora fa Ok con la mano e abbaia un altro po' al cane, che accende la macchina e si dileguano nel paese insieme agli ululati della signora.
Saliamo in macchina e partiamo. Cristo abbiamo lasciato i toraci là dentro.
Ogni lasciata è persa.
13 aprile 2005
- Stai cucinando del tonno?
- Tonno? Non ne abbiamo
- Non senti quest'odore?
- Odore di tonno? no
Dopo un po' di convenevoli mi chiese che ci facessi con una bottiglia di liquore di mirto in mano. S non sospettava che lo portai per ubriacarla e scattarle delle foto che l'avrebbero ritratta in quello stato. Le avrei mostrate alla sua padrona di casa, fancendogliele trovare nalla posta. Non per cattiveria, ma così, per divertimento. Glielo dissi, non prese l'idea seriamente, che si perdette nel mare delle cazzate. Proprio per questo glielo dissi. Sapevo che alla fine sarei riuscito nel mio intento con la sua inconsapevole collaborazione.
Mi mostrò la casa, le stanze delle sue inquiline, il bagno. Una casa graziosa, sobria, all'apparenza un luogo dove non succede mai niente che non sia stato già previsto, nemmeno un allagamento.
L'odore di tonno persisteva e cominciavo a ritenerlo insopportabile. Il primo stadio dell'odore, quello sentito sulle scale, era perfino appetitoso. La zaffata all'apertura della porta fu la premonizione di quello che forse che mi attendeva all'interno. Cominciammo a chiacchierare e bere il mirto, sollevato dal suo sapore. La tregua durava poco, subito il tonno tornava a infuocarmi nel naso. Bevevo in continuazione per non sentirlo affatto, e quando tornava era ancora più forte della volta precedente. Ero io quello che si stava ubriacando, di mirto e di tonno. Nonostante ciò riuscivo a riconoscere perfettamente la consistenza diell'odore, ora un vero e proprio olezzo. Smisi di parlare amabilmente. Mi alzai.
- ma cazzo, non senti quest'odore?
- che odore?
- di tonno, odore di... puzza di tonno.
- che cazzo dici.
- mammia mia, è insopportabile.
Presi a camminare nervosamente per la casa da una stanza all'altra. Vedevo il pavimento diviso non in piastrelle ma squamato come la pelle dei tonni, lucente, fumante di miasma portuale, là dove si accumulano le carcasse dei pesci morti caduti dai pescherecci. Mi venne la nausea, corsi in bagno, guardai il cesso, sotto l'effetto di piogge di sudore di tonno, di salsedine corrotta da carni vive e vacue di pesci sfacciati, e vomitai. Per qualche secondo non sentii più niente, anzi, c'era l'odore del bagno, detersivi, detergenti, vago odore di urina, freschezza diffusa attraverso le fredde superfici bianche.
Tirai l'acqua. Migliaia di tonni cuccioli sbucarono in cascata traboccando dalla tazza. Bestemmiai, scappai scontrandomi con S. Apoteosi. Nello scontro con il suo corpo quell'odore raggiunse l'apice. Vacillai, non solo fisicamente. Qualcosa nel mio modo di costruire le emozioni e il giudizio critico scricchiolò, deturpandosi per sempre. Quell'essenza andava oltre i tonni. Era il dna di una pozza marina con acqua senza ricambio da milioni di anni, pesci in perenne stato di decomposizione, cadaveri di naufraghi scomparsi dalla memoria dell'umanità, la puzza dell'oblio più vile. Il tutto tenuto incollato dalla fragranza di fiori d'arancio sbocciati e in calore, il fetore da tappeti spessi di petali di magnolia sull'orlo di una crisi di freschezza. Quella volta che la mia lingua...
- Che cosa?
- Che schifo!
Corsi fuori casa, per caso trovai l'auto. Viaggiai nella confusione fino a casa, scambiavo lampioni per lune, facce di passanti per segnali stradali. Fu madre memoria di riserva a guidarmi fino a casa, io ero frantumato. Ogni giorno che passa emergono sempre nuovi dettagli. Per esempio ho scoperto che nella pozza marina c'era un telefono con una pistola al posto della cornetta.
Così può bastare.
12 aprile 2005
Era l'amministratore del condominio. Mi riferiva di lamentele ricevute da alcuni condomini sul fatto che mi faccio vedere in balcone con la camicia fuori dai pantaloni. Ho risposto che molti rispettabili condomini si divertono a gridare nella grondaia spaventando gli uccelli dell'isolato, lui ha rilanciato che non si tratta sicuramente degli stessi condomini, e che rinfacciare le altrui bestialità non è una buona tecnica difensiva. Gli ho detto di litigare tramite i nostri avvocati e mi ha chiuso il telefono in faccia. Vedevo occupato. Mi sono catapultato al pronto soccorso per farmi estrarre la cornetta dalla cavità oculare. Al mio ritorno ho trovato una multa sulla mia catapulta per sosta ingombrante. E' già tanto se non l'hanno sequestrata. L'anno scorso in città hanno sequestrato quasi cinquemila catapulte, costringendo le persone a non poter affrontare le emergenze con la dovuta fretta.
Prima di salire in casa noto la presenza di un uomo nell'ombra pochi metri distante. Mi avvicino, è il postino. Dice di essere il postino. Non gli credo, mi sembra tutto così facile. Gli è rimasta la mano incastrata in una cassetta postale, dice che tentava di recuperare una busta infilata nella fessura sbagliata. Sono rimasto di fianco a lui fino all'alba. Alle prima luce dal cielo una signora è uscita dal portone e ha guardato in alto.
- cos'è quella luce?
Né io né il presunto postino eravamo preparati a una domanda simile. La signora ha rivolto lo sguardo a noi e ha notato il presunto postino.
- cos'è quella mano?
Il postino stava rispondendo, nessuno ha sentito ciò che diceva. La luce dal cielo è giunta sulle cose della Terra avvolgendo col fuoco ogni superficie, con un rumore come di caffè che sale, carezza sonora che posso solo ricordare.
[il titolo corrisponde al rumore che si sentirebbe alla lettura ad alta voce di questo post in un secondo e mezzo]
11 aprile 2005
In stazione mi fermo ad attendere il treno il più lontano possibile dai binari. Il treno arriva e quando è a poche decine di metri scatto verso i binari come per buttarmi sotto al treno, ma è tutta una finta, anche se il macchinista si prende uno spavento e frena di colpo. Se mi fossi buttato davvero mi avrebbe schiacciato comunque. Il treno passa arrancando e io mi butto per terra piegato dalle risate, ignorando i commenti volgari dei presenti.
Nel frigorifero ho trovato uno scodellone colmo di zucchine avanzate dalla cena di ieri sera. A me non piacciono le zucchine, non mi piace niente, mangio solo pastasciutta e qualche volta gorgonzola con cipolla, però, tanto per cambiare menù, sono costretto a cucinare qualcosa di diverso anche se poi non lo mangerò. Ieri è stata la volta delle zucchine. Le ho cotte ben bene, versate nello scodellone, coperte con una tovaglietta e ficcate in frigo. Stamattina le ho portate con me a lavoro. Non c'era ancora nessuno.
Entro in ufficio correndo con lo scodellone in mano, simulo un inciampo nella traiettoria e mi butto per terra. Speravo che le zucchine si rovesciassero sul pavimento, ma ho dimenticato di alzare la tovaglietta e il danno è stato contenuto. Una volta per terra ho spalmato le zucchine con calma, mi sono rialzato e sono tornato a casa lasciando lasciando l'ufficio con la sorpresina. Mi sono chiesto perché ho simulato una caduta se tanto non c'era nessuno a vedere. Poi ho capito che in realtà, come al solito, l'ho fatto per me stesso. In futuro, quando sarò in analisi per espiarmi dai sensi di colpa, tornerò indietro nei ricordi fino a quanto successo con le zucchine, e con l'aiuto di un professionista competente ricostruiremo la vicenda in modo tale che sia inciampato veramente, decidendo che tutta la colpa è di un'apparente cazzo di casualità caotica merdosa che sbraga il culo a tutti quanti.
06 aprile 2005
E' un mistero la modalità di invio del carburante su sistemi solari che sono lontani da noi anni luce. I sospetti girano attorno al teletrasporto tramite un movimento di rivoluzione molto simile a quello della Terra attorno al Sole, poiché nessuno si spiega un così repentino trasferimento, nemmeno con il teletrasporto stesso, nel senso che non ci si spiega il teletrasporto della benzina, non che non ci si spiega tramite il teletrasporto, cioè, voglio dire, spero di essere chiaro.
In questo momento la raffinazione del greggio che riguarda la benzina come prodotto finale, risulta un fallimento totale poichè pare che la benzina venga catturata dall'orbita di Sirio. Il governo italiano ha proposto al mondo intero che diminuirà le tasse nella speranza che la benzina ritorni dalle nostre parti senza farsi catturare da altri pianeti. Nel frattempo Cina, India e Russa stanno preparando una missione spaziale per recuperare la benzina alla deriva nello spazio profondo.
"Ci vorranno almeno dieci anni prima di sperimentare il teletrasporto su esseri umani vivi", ha detto il portavoce russo Vladimir Ilyich Ulyanov, "ma contiamo di inviarne una dozzina entro un mese, viaggeranno soltanto alla velocità della luce in direzione di alcune stelle di cui non possiamo precisare le coordinate per ragioni di sicurezza, tale missione rientra nel progetto - AndateAvanteVoi PoiViRaggiungiamo".
Gli Stati Uniti preferiscono non commentare. Infatti il popolo statunitense è ancora in meditazione intensiva per prepararsi al suicidio di massa previsto per il 4 luglio di quest'anno.
I cani abbaiano, le gomme stridono sull'asfalto, i vicoli infossati nelle grandi città puzzano di merda umana, polli e caprette pascolano indifferenti sul ciglio di un'autostrada appenninica, le sirene urlano, la morte si disperde nell'etere.
05 aprile 2005
Un pomeriggio avevo realizzato di essere proprio la pallina. Avevo considerato la sua vita della durata di quarant'anni, dal momento in cui usciva dallo stabilimento, fino alla demolizione in un trita rifiuti, passando in scatole di giocattoli, mani di bambini, giocatori professionisti e tra i denti di quattro cani. Quarant'anni a rimbalzare da una superficie all'altra, a farsi passare di mano in mano o a restare in attesa nella polvere. Il termine del viaggio coincise con l'esplosione della pallina, ma al mio ritorno dai quarant'anni essa non c'era più. All'ultimo lancio non era tornata indietro e la prima impressione fu che il muro l'avesse inghiottita.
Dopo alcuni secondi feci caso al silenzio. Dalla folla non giungeva più alcun rumore. Appoggiai l'orecchio al muro e ci sprofondai la testa. Allungai il braccio verso di esso e lo trapassai. Mi lasciai andare oltre il muro e cominciai a precipitare attraverso qualcosa. Non vedevo niente, non sapevo quanto mi stavo allontanando dal muro e quanto vicino fosse il punto di caduta. Probabilmente fu un sogno perché la prima cosa che ricordo è un risveglio. Vidi il cielo rossastro, il sole bianco che bruciava l'aria e scottava la mia faccia. Mi alzai in piedi. Intorno c'erano solo sabbia, rocce, crateri. Gridai più volte nell'immobilità di quel paesaggio per contrastare il silenzio. E' sufficiente non respirare per camminare sulla crosta lunare, diceva una canzone, ma sebbene non respirassi sul serio, quella non era la Luna. Camminai un po' fra le rocce e lo vidi. Un piccolo cartello arrugginito recitava "benvenuto su Marte", ai suoi piedi c'era la pallina da tennis. Raccolsi la pallina e mi arrivò una sberla in faccia. Mi guardai intorno senza notare nessuno. Un'altra sberla, poi un'altra, e via una cascata di sberle. Scagliai la pallina lontano e le sberle cessarono.
Le rocce stanno ferme e il silenzio mi fa pensare troppo. Uno di questi giorni riprovo a raccogliere la pallina. Alla lunga passare le giornate a immaginarmi che la faccio rimbalzare contro un muro mi fa sentire un alienato. Anche fissare le rocce marziane l'ho trovato alientante. Qualsiasi cosa faccia qui sopra mi aliena.
Ogni tanto nel cielo appare un grappolo di luci in caduta e scompare all'orizzonte, a intervalli di settimane. Sono mesi che cammino in quella direzione e ogni volta le vedo precipitare all'orizzonte.
04 aprile 2005
Ogni forma, con tutte le sue qualità, compresi i movimenti, ti sembra una proiezione fine a se stessa. La conseguenza di un'imposizione da cui non si può sfuggire. Ti pensi scisso in due persone, una delle quali osserva dall'esterno cosa ha combinato l'altra, fin nei suoi minimi dettagli, e le vien da ridere per qualsiasi cosa. Ti guardi la punta delle scarpe e ti chiedi quanto ti appartiene delle tue impressioni, fino a che punto ti sei lasciato trascinare inconsapevolmente, tanto da non avere nulla di tuo. Vai al centro commerciale e compri un paio di scarpe un po' più larghe, e ora che cammini meglio quell'impressione sparisce, e nel giro di qualche giorno anche le vesciche.
Riempi la bocca di dentifricio, svuoti l'intero tubetto. E' fuoco ghiacciato, devi vomitare, ma ingoi tutto quanto. Ti guardi intorno, vorresti vomitare ancora. Troppe bocche emanano parole partorite da una sola mente insonne, unica, fagocitante. Ma hai ingoiato tutto e per adesso è finita, come disse a se stessa una ragazza nigeriana verso le tre di una notte uscendo da un mercedes nell'ombra notturna.
01 aprile 2005
La testa umana le permette di parlare come i nostri antenati.
Nel presepe tutti i personaggi umani hanno testa di formica. Al posto delle pecore vengono usate formiche vere imbalsamate o viventi se il presepe è vivente. Nelle comunità più integraliste anche il bue e l'asinello hanno la testa di formica, cosa non ancora possibile se il presepe è vivente.
01 aprile 2005
01 aprile 2005
Smetto di suonare. La vespa sembra non rendersene conto, è immobile appesa al soffitto per le zampe. Dopo alcuni secondi cade a terra veloce, con lo stesso tonfo di un masso. E' morta? Vorrei schiacciarla con la scarpa, non ce la faccio, è orribile. Esco dalla stanza e la chiudo a chiave.