T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


29 giugno 2005

Visita al parco

Domenica mattina sono andato al parco per incontrarmi con la mia amata, una passera marrone con una crestolina bianca in testa. L'ho aiutata a completare il nido e poi l'ho inseminata. Poi mi ha cacciato indispettita e sono sceso dall'albero. Attraversando il parco verso l'uscita mi sono imbattuto in un fiore gigante mai notato prima. Ho pensato fosse un'opera d'arte. Sembrava una vasca per uccelli. La sua fragranza mi bruciava il naso e la gola, i petali erano soffici e delicati come quelli di un vero fiore. Mi sono infilato stando attento a non rovinare gli stami. Fortunatamente non sono allergico al polline. Mi sono sdraiato su un petalo, ho appoggiato la testa al pistillo per schiacciare un pisolino. Il pisolino si è accorto della mia intenzione ed è scappato via spaventato. Mentre leccavo lo stigma in cima al pistillo è salito un forte vento accompagnato da un ronzìo assordante. Un elicottero stava atterrando sul fiore. No, era un'ape delle dimensioni di un elicottero. Mi sono levato appena in tempo. L'ape era talmente enorme che riuscivo a vedere bene ogni singola faccetta sugli occhi, e perfino i peli. Con le mandibole rompeva le antenne del fiore e allungava una proboscide per succhiare il nettare. Sembrava Pierluigi Cogumara quando mangia i carciofi, faceva gli stessi rumori. L'ape si è alzata di scatto facendo cadere una pioggia di nettare ed è sparita tra le chiome. E' stato impressionante. Poi non so perché mi son voltato e ho visto un branco di pisolini trottare nervosi nella mia direzione. Il pisolino che volevo schiacciare aveva radunato i suoi compagni per vendicarsi. Sono scappato e non è stato difficile seminarli. Fuori dal parco mi sono messo le mani in tasca e ho suonato un ritmo samba battendo i denti. Le panchine all'entrata erano imbrattate di pisolini schiacciati.

pisolino fossile
Pisolino fossile, risalente al Cambriano medio.
Molti pisolini morivano sul fondo di laghi e fiumi,
schiacciati dal peso di animali più grandi.



27 giugno 2005

Signor Presidente

L'autobus non arriva da cinque minuti. Guardo gli orari in tabella, scopro che è entrato in vigore l'orario estivo. Sono impressionato. Come al bar se entrasse il menu estivo. Chiedi il solito e la ragazza dietro al bancone dice che il solito è sospeso fino a settembre. In compenso è un rituale per festeggiare il cambio di stagione. Mi vien voglia di calarmi le braghe e battere forte le mani. L'aria sotto questi portici di cemento così vasti è gelatinosa. La gente parla con i megafoni.
Arriva l'autobus e salgo. Attivo il filtro Motorola-Casale 680086. Tutto diventa nero e vedo solo i posti vuoti. Ne scelgo uno e mi siedo. Disattivo il filtro. Di fianco a me è seduto il famigerato Presidente Degli Stati Uniti d'America. Simulo autocontrollo.
"buongiorno signor presidente"
"buongiorno a te, figliolo"
"che giornata oggi eh, signor presidente?"
"già, infatti"
"come mai da queste parti, signor presidente?"
"vado in Toscana a farmi dare due boccioni di vino da un vecchio compagno del collage"
"del collage, signor presidente?"
"come dite qui in italia?"
"college, signor presidente"
"anche voi? ahahahah, è incredibile, ahahahaha"
"come va il mondo, signor presidente?"
"eeeh, niente, le solite. Ah, ieri pomeriggio la mia cagnolina ha avuto la diarrea. Avevo già detto ai maggiordomi di non accettare biscottini offerti dagli sconosciuti che girano attorno alla casa bianca ma li accettano per gentilezza, per l'immagine e quelle cazzate lì, poi si dimenticano di buttarli, oppure si sentirebbero in colpa, non lo so, è che li vanno a mettere nella ciotolina di lei. questa schiena, andrò a riposarmi al ranch. c'è un nuovo pony adesso, dal trotto delicato e pungente allo stesso tempo, pensa, quando ti passa sulla schiena aspetti bloccato cinque minuti e poi ti rialzi, ti senti in forma come un tempo, con la schiena di un neonato, cazzo. e poi niente, non so, le solite cose. tu?"
"Anche io guardi, vado a lavoro, signor presidente"
"eh, eeeh, bravo"
"Posso farle una domanda imbarazzante, signor presidente?"
"ahahah, ma certo"
"cosa ne pensa della situazione politica mondiale, signor presidente?"
"bah", dice il presidente, facendo con la mano un gesto come se scacciasse una mosca, "davvero non saprei, davvero. le solite cose, penso. è un po' che non guardo la televisione, davvero, non sono abbastanza informato e non vorrei giungere a conclusioni affrettate, sai no come va a finire. che poi, bah, tutti questi problemi, questo squallore sparato in faccia alla gente gratuitamente. uno dovrebbe occuparsi solo delle gioie, vivere sereno.. cioè, ragazzo dimmi tu, magari accendo il televisore e sento delle cose che succedono a Kabul, a Bagdad. signore iddio ma come si fa, ad accendere la televisione dico, a portarsi addosso tutto il peso di quelle faccende, cos'è, ci chiedono di fare qualcosa? una persona normale... mah, non sei d'accordo?"
Lo guardo in silenzio qualche secondo. Mi alzo in piedi, abbasso i jeans e batto forte le mani. La gente si volta e ride. Attivo il filtro Motorola-Casale 680086.
"Figliolomacheffai?"
La voce del presidente arriva da molto lontano. Attorno a me solo posti vuoti immersi nelle tenebre. Il ritmo scandito dalle mie mani misura l'ampiezza del nulla.



24 giugno 2005

Voglio imparare a suonare il pianoforte

Ieri sera pensavo al mio cellulare che tengo sempre spento dentro un cassetto. Ce l'ho da quattro anni, giusto perché fu un regalo. Non ha le personalizzazioni moderne dei cellulari attuali, e un po' mi dispiace perché come suoneria ci vorrei mettere una donna che partorisce, oppure un petardo. Potrei registrarle io, a limite le cerco su internet. "In rete si trova tutto, tutto", dice Didadà, un mio amico, ai passeri sul davanzale. Costui non esce mai di casa. I genitori gli passano alimenti e pappagallo, mentre lui sta seduto davanti al computer giorno e notte, esplora siti porno, chatta in messenger e scarica mp3. Ogni tanto mette i Faith No More dei tempi andati e poga contro i muri della sua stanza coperti di materassi. Glieli ha messi suo padre, per evitare che si fratturasse troppo durante gli scontri con la parete.
Quando arrivo a casa cerco il cellulare e guardo se ci sono messaggi. Ieri sera ho trovato questo: "ricordati di portare una birra!", e mi sono ricordato dei miei impegni. Appunto, portare una birra.
Sono uscito, passando dal centro commerciale ho comprato quattro birre weiss, un bottiglione di barbera, una bottiglia di chianti e una di nebbiolo. Per l'appuntamento ho scelto la bottiglia di chianti.
Prima di mangiare abbiamo bevuto un aperitivo delizioso: una ciliegia incastrata in un cubetto di ghiaccio immerso in gin e succo d'arancia. Dopo un quarto d'ora mi sono vomitato sulla maglietta. Devo andarci piano con l'alcool, ma stavo già bene. Quanto bastava per divorare uno stufato di salsiccia piccante con fagioli e zucchine, affiancato da un tiepido riso umettato di spezie, il tutto bagnato da due bicchieri di chianti che mi hanno fatto vomitare la cena sul budino alla vaniglia. Ormai ero diventato l'unica, vera attrazione della serata. Questo mi avrebbe permesso una lauta ricompensa sessuale quando tutti sarebbero andati a letto. Già i globuli rossi si accalcavano alla base del cazzo mentre pensavo alla prospettiva.
Dopo cena ci aspettavano una ventina di moretti da 66. Tutti eran così colmi e svogliati che ce le siamo scolate io e Sfotty, il cane di Valentina. Quindi ho vomitato sui pantaloncini rosa di una ragazza bionda, mentre le chiedevo se fossero biondi anche i suoi peli pubici. Nel frattempo, Sfotty moriva in un angolo del balcone, evento che ha costretto Valentina ad anticipare il ritorno a casa.
Non so perché, ma non è il caso di chiederselo, ho fumato un intero pacchetto di sigarette trovato per caso su un lampadario. Questa bravata mi ha fatto vomitare un polmone sul tappeto e sono svenuto.
Quando mi sono ripreso in casa non c'era più nessuno, a parte me e la proprietaria. L'ho salutata gentilmente con due baci alle guance. Prima di uscire le ho preso in prestito il pianoforte perché mi sarebbe piaciuto imparare a suonarlo, non senza consigliarle di dare il mio polmone in pasto al gatto.
A casa mia non c'era spazio per il pianoforte, l'ho lasciato in giardino. Mentre salivo le scale ho incrociato il signor Cattaneo alle prese con il cellulare. Mi fa: "senti qua che roba!" ed è partita la suoneria. Bombardamenti, scariche di mitra, crolli, urla di dolore e bestemmie. "Bravo, proprio bravo", gli ho detto. Appena entrato a casa ho scolato le quattro birre weiss e le due bottiglie di vino. Mi sono addormentato vomitando, in piedi addosso alla porta d'ingresso.
Stamattina esco e incontro il pianoforte in giardino. Che sorpresa, mi ero dimenticato di te. Suono cinque minuti pimperettenusa pimperepettepam. In stazione il controllore annuncia il treno, è il suo lavoro. Non c'è il sottopassaggio: orde di pendolari attraversano lentamente i binari. Con la bocca imito il rumore del treno che arriva a tuono. Vedo i volti sgomenti, corpi che corrono, inciampano, si scontrano, cadono. Io e il capostazione ci pisciamo addosso dal ridere.



23 giugno 2005

Del prestare un libro a tutti

E' arrivato il giorno del ringraziamento, della distribuzione di meriti, promesse e ottimismo. Tutta l'azienda, dai vertici fino agli stagisti, è raccolta nella sala conferenze, la stessa dove il presidente accolse Bill Gates, Montezemolo, Fazio, Vasco Rossi e altri che non ricordo (ora che ci penso, a Vasco Rossi fu regalato un contratto come vice amministratore delegato per un anno).
E' lui, il presidente, che osserva la folla fumando il sigaro. Mi avvicino e offro la mano. Esita un momento poi me la stringe cordiale e sorride. Prendo un foglio dalla tasca e glielo sbatto in faccia.
"Vorrei leggesse questo", dico.
Lo guarda un po', si mette a ridere.
"Questo? ah ah ah, ma cos'è"
"Ci tengo"
Sorride, piega il foglio in quattro e lo infila in una tasca interna della giacca. Si volta senza scusarsi, facendosi improvvisamente serio e introspettivo. Mi ha già dimenticato.
Siamo tutti seduti. Seremmo un migliaio, forse esagero. Il presidente sale sul palco accompagnato dagli applausi.
"Signori", dice, "voglio ringraziarvi!"
Altri applausi.
"Senza di voi non ci sarebbe stato tutto questo, ed io sarei al giorno di ringraziamento di qualcun'altro"
Risate.
I suoi occhi navigano a caso nel pubblico. Incontrano i miei, proprio i miei tra centinaia. Ha un brivido, abbassa la testa, la rialza, torna a guardarmi. Lo fisso riconoscente. Estrae il foglietto dalla giacca e lo apre. Lo legge in silenzio, sorride.
Lo legge ad alta voce:
"A nome di tutti i lavoratori di questa azienda, che ci hanno garantito il successo ottenuto in vent'anni di fatiche, la qualità e l'affidabilità raggiunte nel campo, ringraziamo di cuore il signor John Fante!"
Silenzio.
Il presidente molla il foglio. Mi alzo in piedi e applaudo. Dall'altra parte della sala, il fattorino del primo piano fa lo stesso.
A un'ora di distanza nessuno ha smesso di applaudire. Il presidente scende dal palco, lo raggiungo.
"Allora?", mi chiede.
"Allora cosa?"
"Dov'è? Non si presenta?"
"Chi?"
"Quello là"
"John Fante?"
"Eh"
"E' morto"
"Cioè? gli è successo qualcosa durante il viaggio?"
"E' morto da anni"
"Scusi?"
Il presidente mi guarda senza capire.
Osservo la platea. Sono tutti in ovazione, i volti estasiati, le mani lacerate che battono forte e schizzano sangue su volti e camicie.



22 giugno 2005

Sono un coglione

Alle sette del mattino i vestiti sono impilati sulla stampante che non uso mai. Sono stropicciati, macchiati, puzzano di sudore. Non ne ho altri, tutti i miei vestiti sono lì. Ogni capo l'ho indossato per giorni, è intriso di corpo e movimenti, smog e sigarette altrui. Potrei indossarne uno, ancora, scelto a caso dalla montagna. Che problema ci sarebbe? Finirei per non lavarli mai. Dimenticherei di avere pelle, peli, sporgenze e foruncoli. Non mi rimane che questo pantalone del pigiama, almeno è ancora pulito, e profuma di caldo.
Decido di andare a lavoro in pantalone del pigiama, con le ciabatte. Mi blocco in mezzo al cortile, è più forte di me. Il cortile intendo. Per non parlare del mondo là fuori. Che male ci sarebbe a circolare con solo il pantalone del pigiama, che male fa. Perché la gente ride o deride, qual è il loro problema? Perché ne sono succube? Indossare almeno le scarpe non migliorerà la situazione. La renderà peggiore. Le scarpe con il pigiama. Cos'hanno che non va? Perché questi tabù? Consuetudini, norme, abitudini mascherate da obblighi e doveri, mascherate da diritti. E' un mio diritto lavorare, o è un dovere? E se mi negassi un diritto, dovrei andare in galera?
Rientro. Telefono in ufficio. Mentre aspetto la risposta penso a cosa dire. Mi spiace, ho avuto un imprevisto. Non ci crederete, ho la frebbe alta, altissima. Credetemi, potete permettervi di meglio.
Riattacco perché tanto non risponderà nessuno. Dovrei andare in malattia per lungo tempo. Meglio l'aspettativa. Un'aspettativa lunga una vita, da tutto e da tutti.
Motivazione?
Sono un coglione.



21 giugno 2005

Ritratto di Z

Z non è un coglione. Per anni si è gingillato all'idea che i coglioni fossero tutti gli altri. Ma lui no. Così si è fatto regalare un monolocale da suo zio morto. Racconta spesso questa cosa. Dice: mio zio morì e poi mi regalò il suo monolocale. Noi non ridiamo e lo prendiamo molto seriamente. Quando Z non si sente preso seriamente è capace di uscire per strada e sputare sugli alluci delle fanciulle che portano l'infradito. Per spirito di protesta.
Non lavora, suo zio gli ha lasciato un bel prodotto. Non una grande somma, ma un buon prodotto. E' una trovata economica alla Tremonti. Invece di sommare tutti i gruzzoli accumulati in un certo periodo, meglio moltiplicarli. Funziona, il risultato è molto più grande, e le banche non se ne accorgono. Avrebbe preferito gli lasciasse un elevamento a potenza, ma avrebbe destato qualche sospetto una così grossa cifra.
Vive nel monolocale e non fa un cazzo tutto il giorno. Non beve alcolici, non fuma, non mangia cibi in scatola, non si mette le dita nel naso, non pulisce la casa. In estate il suo letto si riempie di formiche. Gli entrano in corpo attraverso gli orifizi, si incastrano tra un dente e l'altro. Al mattino le strapazza con lo spazzolino, le ustiona con il dentifricio. Durante il giorno si soffia spesso il naso perché è allergico alla noia, guarda il fazzoletto e nota mucchi di formiche stordite.
Non c'è niente da fare a casa di Z, non ci sono libri, e nemmeno televisioni. Non ci sono giochi o strumenti musicali. Non ha mai compagnia e non vuole parlare da solo per paura che qualcuno possa rispondergli davvero.
Z dorme fino a tarda mattina. Dormire è un modo per far passare il tempo. Nel pomeriggio si siede sul dondolo davanti alla finestra, per essere investito dai raggi del sole resi sanguigni dalla nebbia dei gas di scarico e dalla ruggine rilasciata dalla gente che invecchia per la strada. Quando il sole scende dietro i tetti la città sembra un palco pieno di ombre che fanno un soundcheck. Z si fa una sega guardando fuori. Immagina il proprio riflesso sui vetri come un graffito sulla parete del palazzo di fronte, e si sente importante. Viene su entrambe le mani perché si masturba con le dita incrociate come se pregasse, e poi non si lava, si lascia seccare. Resta immobile sul dondolo che scricchiola e contempla il ritmo della trinità cromatica urbana, rosso giallo e verde, che si riflette sul suo graffito.
Si addormenta seduto ma ogni mattina si risveglia nel letto e la giornata si ripete uguale. Ci vorrebbe un terremoto che gli sventrasse le abitudini e la casa, penso io. Aspettare un terremoto è pur sempre un modo per far passare il tempo - a me interessa solo quello, dice Z. Far passare il tempo.



20 giugno 2005

Showtime yeah!

Trapasso il cancelletto senza aprirlo e sono sulla strada. Le persone passano a velocità dieci, venti volte più grandi di quelle naturali, solo perché dentro le auto si sentono al sicuro. E' una bella giornata e copione popolare vuole che al sole ci si senta tutti più arzilli.
Non ho abbastanza memoria da studiarmi questo copione e al corso di teatro confondevo la parte dello spettacolo con la mia personale. Cammino verso la stazione indietreggiando di un passo ogni due avanti. Uno avanti, uno avanti, uno indietro, uno avanti, uno avanti, uno indietro, uno avanti, uno avanti, uno indietro... Lo spazzino mi fissa stupito. Gli passo davanti e batto le mani al grido "showtime yeah!". Scaraventa la scopa lontano e si affianca. Insieme noi, due passi avanti e uno indietro, due passi avanti e uno indietro. I passanti sull'altro marciapiede si voltano a guardarci, showtime yeah e sono dalla nostra parte in due passi avanti e uno indietro, due passi avanti e uno indietro, donne, vecchi e bambini fanno piccola folla, showtime yeah e son due passi avanti e uno indietro, due passi avanti e uno indietro. Un anziano disabile ritrova miracolosamente l'uso delle gambe, si alza dalla carrozzina e si trascina a noi due passi avanti e uno indietro. Giungo in stazione seguito dai miei topi e in un baleno arriva il treno. Saliamo, si parte, cerchiamo posti a sedere, due passi avanti e uno indietro, due passi avanti e uno indietro. Perfino il treno, due stazioni avanti e una indietro, due stazioni avanti e una indietro. Arriva il controllore e siamo tutti lì, io e mezzo paese. Il controllore sorprende tutti senza biglietto tranne me. Che ci facciamo sul treno? si chiedono i miei cari paesani. Dov'è la mia scopa? chiede al mondo lo spazzino. Il controllore scrive due multe e una la straccia, due multe e una la straccia.
Showtime yeah!



17 giugno 2005

ah, Dio (è) buono!

A distanza di giorni dall'esito del referendum posso finalmente esprimermi con estrema lucidità, e mi decido ragionevole nel pensare che delle conseguenze pratiche e morali derivate dal considerare l'embrione una persona non ce ne può importare niente. Il problema è un altro.
Poco tempo fa Nicola parlava dal sedile anteriore a proposito della questione. Se l'embrione persona è, allora può essere destinato all'inferno, al purgatorio o al paradiso, come tutte le altre persone.
Io non sono credente, né biscredente (*), ma ammettiamo di sì, in modo da accettare l'esistenza di nonluoghi come l'inferno ecc... Dunque un embrione è persona, ma bisogna stare attenti perché non è macchiata del peccato originale come tutte le altre persone che poverette sono già nate.
Nicola si immaginava laggiù, in paradiso, affiancato in eterno da feti, embrioni e aborti di vario genere, immerso in una nebbia di cellule staminali. Questo scenario gli faceva schifo, considerava brutti da vedere sia l'embrione che il feto, si chiedeva se fossero depositati per terra senza cura o almeno conservati come i peperlizia.
Dopo alcuni giorni ci siamo accorti: per quel genere di casi esiste il limbo. A me questo limbo sembra una vera e propria discriminazione, una tragica giustificazione per ovviare alle contraddizioni insite nei ragionamenti divini. Comunque non è ammissibile che un già persona si macchi del peccato originale solo appena nasce. E' un'assurdità che una persona rimanga pulita nel ventre materno e all'uscita venga contagiata dal peccato originale, come quando non avevo ancora il service pack 2 e appena entravo in internet arrivava il sasser da chissà dove. Per di più bisogna battezzarsi per procedere alla salvezza, e se non ti battezzi perché non sai o non puoi resti dannato. A me questo Dio che setta la dannazione di default sta un po'
sul cazzo. Non poteva essere implementato il battesimo subito prima? Decidere che la salvezza ha inizio con il concepimento? Decidere che
solo gli spermatozoi sono dei luridi dannati? Non per qualche motivo particolare, ma solo così per divertimento o sollazzo religioso.
Vabbè ciao.

* biscredente: si definisce biscredente o lo definiscono gli altri a sua insaputa, colui che crede ciecamente in Dio, in Cristo, nella Madonna, nei santi, negli angeli e tutto quanto, a tal punto da arrivare all'arrapamento religioso e accettare l'immersione in una sorta di pornografia politeista. Allo stesso tempo, rinnega tenacemente l'esistenza di Dio e di qualsiasi altra entità religiosa professandosi ateo. Ateo credente. Al momento non è chiaro se si è
biscredenti qualora nessuno se ne accorga. O se ne accorgesse, com'è che funziona quel giochetto là coi verbi?



15 giugno 2005

Lo strappamutande

Un giorno registrai una manciata di accordi alla chitarra e li feci sentire a lui. Mi disse che quella era musica strappamutande. Nessuno mai aveva detto una cosa simile sul mio conto. Così presi un giorno di ferie e andai in piazza duomo a Milano con la chitarra elettrica. Mi fermai in mezzo ai piccioni, li osservai sentendomi uno di loro. Guardavo i turisti e mi sentivo un piccione. All'improvviso capii: non avevo l'amplificatore. Tornai a casa e lasciai la chitarra elettrica in cambio della classica. Andai in piazza duomo, in mezzo ai piccioni, ai turisti, e cominciai a suonare quella manciata di accordi. La gente intorno, qualsiasi cosa stesse facendo, la interrompeva per levarsi le scarpe, i pantaloni, le gonne, perfino le mutande, e poi rimanevano così, con i gioielli contro il mondo. Mi sembravano dementi, ed io continuavo a suonare. Dopo essersi spogliati tornavano a bere i succhi di frutta, fotografare la galleria e i piccioni, parlare al cellulare, limonare, camminare e tutto il resto. Era come un incantesimo che svaniva appena smettevo di suonare: a quel punto si sorprendevano imbarazzati delle proprie nudità, cercavano i vestiti o si rifugiavano dietro a un angolo urlando, e nessuno sembrava collegare il fenomeno con le mie dita.
Andai avanti così per le strade di mezza Milano, con la gente che si spogliava al mio passaggio. Dopo un po' di volte mi accorsi di essere pedinato. Era un tizio tarchiato e senza capelli, con gli occhiali da sole e un lungo impermeabile bianco. Mi fissava mentre suonavo e guardava interessato la gente che via via perdeva i vestiti. Pensai fosse solo un guardone e lo ignorai per diversi giorni, quando un pomeriggio proprio lui urlò: "eccolo, prendetelo, è quel giovanotto!", indicando me.
Smisi di suonare perché due poliziotti correvano verso di me e uno stava perdendo il cappello. Si fermarono a pochi metri e mi dissero di posare la chitarra e alzare le mani in alto. A me sembrava estremamente stupido tenere delle mani alzate in centro città, con una chitarra ai piedi. Ripresi a suonare e quelli si tuffarono. Cercavano di staccarmi le mani dal manico, io aspettavo solo una cosa, anche solo per ridere. Poi uno dei due gemette:
"Non ce la faccio!"
"Resisti!", rispose l'altro.
"Non riesco, no"
"Resisti cazzo!"
"Fanculo!", e quando disse ciò mollò la presa, si levò le scarpe senza slacciarle, via i pantaloni e via le mutande.
"Hai visto?", dissi ridendo, al suo collega, che non voleva lasciarmi andare ed era tutto rosso per lo sforzo. Infatti di lì a poco scoppiò a piangere, ma tenne duro. Si lasciò cadere a terra, raccogliendosi in posizione fetale. Umiliato, ma vestito.
L'altro poliziotto, quello nudo, mi ammanettò e mi trascinò in auto. Appena entrato nell'abitacolo smisi di suonare. Il poliziotto bestemmiò dicendo che era troppo tardi per tornare a cercare i vestiti e mi portò alla centrale.

Dopo tre giorni di cella condivisa assieme a un trafficante di arance vuote senza polpa, fui convocato in una stanza con delle persone molto eleganti. Dissero che mi avrebbero condannato a morte. Non sapevo che il mio comportamento fosse punibile con la pena di morte, risposero che la legge non ammette ignoranza, allora dissi che non sapevo niente della così detta morte, e risposero uguale. Poi dissi che stavo scherzando e che sapevo tutto, e si misero a ridere forte. Quella sera mi avrebbero ucciso, così annunciò uno di loro, e per evitare che i miei genitori si preoccupassero per niente, mi proibirono perfino di chiamarli.
Trascorsi le ultime ore della mia vita a contare a voce alta i secondi che passavano. Di pensare a qualcosa non avevo voglia, non vedevo quali vantaggi avrei ottenuto pensando a qualcosa. Decisi che avrei affrontato la morte con la mente ridotta a una tabula rasa.
E così fu, fino al momento in cui mi trovai in piedi, nel cortile, con il plotone pronto a spararmi. Chiesi di poter esprimere un ultimo desiderio:
"Comandante: deve sapere che una volta feci appena quattro tiri di canna e la presi talmente male da essere sul punto di svenire, mi addormentai e quando mi svegliai credevo di essere già morto, non era possibile che mi fossi risvegliato, ma non discutiamo a lungo, le andrebbe di considerarmi giustiziato se fossi convinto di essere morto per colpa di una canna?"
"No"
"Deve rispondere sì"
Il comandante guardò i suoi uomini e gridò loro di mirare.
"Un attimo!", urlai, "crede di passarla liscia? Se non ci fossi qua io, adesso, a scriverne, lei non risponderebbe affatto, lei e i suoi uomini cosa sareste? Niente, ecco cosa. Un angolo di nulla come ce ne sono tanti!"
Le guardie aspettavano il comando per sparare.
"Comandante, è inutile che insista. Siete peggio di burattini, valete meno di comparse. Siete delle merde. Ora lei mi dirà sì".
Il comandante sembrava visibilmente spiazzato, o almeno io ero convinto che fosse così. Come avevo previsto disse agli uomini di tornare a riposo e dopo cinque minuti avevo tra le dita una canna. La fumai tutta, con il risultato che mi venne un gran sonno. Non credevo affatto di morire da un momento all'altro. Strano. Mi sdraiai per terra e prima di addormentarmi dissi che potevano fare quello che volevano.
"Fuoco!"
Fu il grido del comandante a svegliarmi. Mi alzai in piedi in concomitanza con lo sparo. Ok, è fatta. Ma quel momento stava scomparendo, ed io credevo fosse solo un momento. Mi aspettavo la fine di ogni percezione, così come l'avevo sempre intesa, la fine da un momento all'altro, anzi, no, subito, all'istante, senza altro tempo da perdere. Ma non succedeva niente. Gli uomini erano come immobili, lì nel cortile le cui mura riflettevano ancora lo sparo, sembrava di ascoltare un tuono testardo che si perdeva in lontananza. Mi avvicinai a loro incredulo. Raggiunsi le canne dei loro fucili e vidi le pallottole, proprio così, le pallottole che uscivano lentamente, quasi impercettibili. Dovetti aspettare molto tempo per notare uno spostamento di almeno un centimetro. E le guardie erano immobili, guardavano il punto del muro dove mi trovavo prima.
Corsi via dal cortile, percorsi i corridoi del carcere e arrivai in strada. Sembrava tutto immobile. Le auto, le persone, gli uccelli fermi in cielo, tutto come in una foto. In realtà avanzavano, si espandevano viscosi, sembravano gustarsi fino in fondo ogni miliardesima parte di spazio e di tempo. Che angoscia.
Girai per la città alcuni giorni. Precisiamo: ho dormito per diverse volte, un sonno alternato da lunghi periodi di veglia. Presumo fossero giorni, perché lì nemmeno il tempo si ostinava a scorrere. Persone e cose in città si erano spostate di appena un paio millimetri.
Mi procurai una chitarra e tornai al carcere.
Le guardie erano come le avevo lasciate, ma le pallottole no: erano uscite di diversi metri, e si trovavano sospese in mezzo al cortile. Andai nel punto in cui avrebbero dovuto colpirmi e suonai a lungo i famosi accordi dello strappamutande. Poi me ne andai.
Tornai dopo molto tempo, credo una settimana. Le cose in città erano cambiate di qualche millimetro, le lancette degli orologi stavano per concludere un secondo. Le pallottole avevano già colpito il muro, che appariva come in fermo immagine sull'istante dell'impatto. Veramente affascinante.
Andai via a cazzeggiare per la città immobile e tornai al cortile dopo alcuni mesi.
Vidi il muro bucato, e le guardie immobili nell'atto di sfilarsi i pantaloni, i fucili per terra, il comandante che cerca di levarsi lo stivale troppo stretto. Mi buttai a terra a ridere: proprio come avevo previsto. Poi dissi tra me e me che quella cazzata doveva finire. Mi sforzai di far tornare il tempo alla sua corsa normale. Feci un sonnellino e al risveglio non era cambiato niente. Spinsi il comandante contro le guardie e caddero tutti come birilli. Andai via saltellando, presi una macchina e guidai fino al mare.
Le onde immobili mi ricordavano il laghetto del presepe.



14 giugno 2005

Cosa dovrei fare

Questa notte sono uscito di casa per guardare il riflesso dei lampioni sull'asfalto bagnato e camminarci sopra. Gli unici organismi svegli erano i cani che abbaiavano al mio passaggio e improbabili abitanti mai notati di giorno che uscivano per prendere le sigarette al distributore.



Avevo in spalla un sacco pieno di biglie di ferro. Le ho sparse a caso sugli zerbini all'ingresso delle case, davanti ai cancelletti, e un po' per strada, dove capitava.  L'idea potrebbe fallire se le vittime guardassero dove mettono i piedi uscendo di casa. Personalmente non lo faccio mai e settimana scorsa ho fiduciosamente immerso il piede sinistro in un vassoio pieno di insalata russa che uno dei condòmini ha posizionato sotto la mia porta.
Forse dovrei provare a svuotare un sacco di biglie sulla scalinata della metropolitana mentre i pendolari corrono per entrare nei vagoni prima che si chiudano le porte, anche se alcuni riescono ad entrare dopo la chiusura. Forse dovrei tornare alle vecchie tradizioni in uso nelle notti precedenti: versare cucchiaiate di crema pasticcera nelle cassette della posta o perfino pezzi di crostata alla frutta; appoggiare ceri accesi sui tetti delle automobili o ciocche di capelli biondi e lisci fra il parabrezza e il tergicristallo; spostare la segnaletica di chiusura da una strada sventrata per lavori a un viale che di giorno è intasato dal traffico; rovesciare quintali di pesci morti in giro per le strade; scrivere multe false per tutte le auto parcheggiate in un'area riservata ai residenti; depositare sulle panchine in stazione pile di giornali pornografici; appendere decine di panini imbottiti ai rami degli alberi. Forse dovrei tornare a queste vecchie abitudini e abbandonare le biglie di ferro, non lo so.



09 giugno 2005

La contea sta andando in pezzi

Ero solo, davanti a una bottiglia di plastica mezza piena d'acqua e una scodella con pane raffermo. Facevo finta che fossero vino e tarallucci, e aspettavo che entrasse qualcuno a dirmi che lo trovava divertente. Squillò il telefono.

"Pronto?"

"ciao, sono Andrea"

"ciao"

"ascolta, devi venire a casa di Giovanni"

"eh?"

"è successa una cosa, vieni da Giovanni"

"cosa è successo?"

"vieni"

"cosa è successo?"

click.

 

Parcheggio di fronte casa sua. Penso che dietro l'alto muro che circonda il giardino stiano compiendo un qualche scherzo del cazzo a mie spese. Suono il campanello e subito scatta il cancelletto. Entro e vedo vari amici in giardino che circondano la casa, non stanno ridendo. Continuo a pensare a uno scherzo. Dico salve a tutti. In mezzo al mucchio scorgo i genitori di Giovanni. Suo padre ha le mani in tasca e fissa il pavimento. Sua madre è silenziosa, ha il viso rigato di lacrime, non l'ho mai vista così, non ho mai visto le lacrime sulle madri dei miei amici. Il mio cervello è un tornasole che cambia colore, ho paura che sia accaduta una grossa stronzata. La mamma di Giovanni mi vede e scoppia a piangere. Oporcodio, penso tra me e me. Chiedo cosa è successo. Giovanni esce di casa gattonando. E' nudo. E' lui il problema? Piega la testa di lato e mi guarda confuso, si avvicina e sempre guardandomi dice "miao". Proprio così: "miao". Sua madre piange più forte. Giovanni strofina i fianchi sulle mie gambe e borbotta. Non vorrei non dire "borbotta". E' come se imitasse le fusa dei gatti, ma come può un essere umano fare le fusa?

Giovanni, dico, e gli metto una mano sulla spalla. Il borbottìo sale, la sua testa si volta in direzione della mano e mi lecca le dita.

"Miao".

Miao?

 

Sono passati due giorni. Qualcuno trova la situazione divertente. Anche io la trovo divertente. Giovanni non vuole imparare a fare pipì nella cassetta che gli abbiamo messo in bagno. Continua a urinare un po' dovunque per casa, per segnare il territorio, penso. Ha fatto scricchiolare i mobili quando ci è salito sopra per cercare chissà che cosa, ma non ha fatto cadere niente. A volte siamo lì in sala che parliamo e lui arriva e si rotola ai nostri piedi, dice miao miao e borbotta. Suo padre l'ha preso a calci dopo che gli ha cagato sul portatile.

 

A un mese di distanza la situazione è disperata. Tutti credono che Giovanni si sia rincoglionito. Lo specialista invece no, tratta il caso in grande stile, con professionalità. Dice che si tratta di una forma straordinaria di schizofrenia: il soggetto si immedesima in una creatura di una specie differente, ed è inconsapevole della sua nuova condizione, è come se fosse stato così da sempre. Ha detto che in Tanzania c'è già stato un caso simile: una donna cominciò a fare la balena e dopo pochi giorni l'hanno trovato arenata in giardino e in fin di vita. Gli ho chiesto se poi è morta e lui mi ha detto di no, che oggi è da qualche parte a fltrare plancton nell'oceano indiano. Anche mia madre mi ha raccontato che sapeva una storia simile, di un carcerato in San Vittore che a un certo punto si è convinto di essere un canarino in gabbia. Pretendeva mangime, altalena, trespoli e tutto il resto, diceva "cip cip". Umiliante, come minimo. Nessuno l'ha preso sul serio. Poi lo hanno mandato in libertà vigilata per levarselo di torno. Un gatto ha notato i tentativi che faceva al parco per imparare a volare, gli è saltato addosso e se l'è mangiato.

 

Giovanni è riuscito a penetrare la gatta della vicina. La vicina ha visto tutto dal balcone, è rimasta immobile e impotente di fronte alla realtà dei fatti. Dice che esporrà denuncia. Abbiamo paura che questa storia finisca sui giornali. Abbiamo tutti paura per Giovanni e per la tranquillità di questo tranquillo borgo di provincia.

 

Giovanni è ingestibile, è diventato un gatto incontrollabile. Bisticcia con tutti i gatti del quartiere, fa i suoi bisogni in giro per casa, dove capita. Rincorre i topi, li uccide e li mordicchia per giocarci. Sporca, ingombra. Ed io sono diventato allergico. Anche lui nella saliva ha quella fottuta proteina... come si chiama? Me l'ha nominata lo specialista. Quando Giovanni è nei dintorni ho attacchi d'asma e gli occhi mi diventano pomodori. A volte sembra che lo intuisca e mi viene a leccare apposta.

I genitori di Giovanni si stanno muovendo per la sua castrazione. Quando stanno fermi pensano ad altro, ma se sono in movimento è per la sua castrazione.

La gatta della vicina è incinta.

 

Gli hanno tolto i coglioni. Non so chi, ma qualcuno l'ha fatto. Ora Giovanni fa quello che gli si dice, sembra un cane. Non insegue più le gatte, non salta più sui letti, fa i suoi bisogni nella sabbietta. E' diventato un bravo gatto a modo e per bene, perfettamente integrato nella vita domestica che gli deve competere.

Questa cosa mi ha fatto specie. Ne ho parlato con mio padre e ne era felice.

Perché? gli ho chiesto.

- Aspettavo l'occasione giusta per parlati di una cosa.

- Che cosa?

- Io e tua madre stavamo pensando di farti un elettroshock.

- Che cosa?!

- Io e tua madre stavamo pensando di farti un elettroshock.

- Che cosa?!

- Io e tua madre stavamo pensando di farti un elettroshock.

- Ma siete pazzi?

- Siamo convinti che dopo starai meglio tu, staremo meglio tutti.

- Non potete farlo!

- Ho scaricato da internet un pdf dove dice tutto, lo abbiamo già testato su tua sorella e ha funzionato.

- Cazzo. Okay, preparo la valigia e vado altrove.

- Tu non vai da nessuna parte.

- E chi me lo impedisce?

- Lo sceriffo di questa contea.

- Eh?

- Hai capito bene.

- Quale sceriffo?

- Io.

- Sei lo sceriffo?

- Sono lo Sheriffo Monroe e comando questa contea. Nessuno verrà a pagarti la cauzione, nessuno sa che sei rinchiuso qui dentro, e secondo la legge di questa contea devi restarci fino a nuovo ordine.

- Papà, questa è casa tua.

- Se io fossi tuo padre ti avrei già portato dallo sceriffo Monroe in gattabuia.

- Papà, non ti senti bene?

- Papà un cazzo. Ragazzo, non prendermi per il culo.

- Papà...



06 giugno 2005

In pausa pranzo

Pausa pranzo, self service al limite della metropoli

Pausa pranzo, self service al limite della metropoli. Sono alla cassa, sul vassoio ho un piatto di stronzetti al pesto, le posate, il tovagliolo, un mio capello e una mezza d'acqua. Devo pagare: insieme ai buoni pasto estraggo dalla tasca un preservativo, senza volerlo. E' nuovo, sono sicuro, non l'ho mai usato, ed è spiegato in tutta la sua lunghezza. Non ricordo come sia finito lì in quel modo. Mi vedono la cassiera e i colleghi. Rido e appoggio il preservativo sul vassoio. Non credo che sia una figura di merda, mi sento turbato perché gli altri pensano che questa sia una figura di merda. Sono cresciuti male. La cassiera accetta il buono pasto imbarazzata e vado a mangiare.

I commensali mi invitano a nascondere quel "coso" perché stiamo mangiando. Ha un buon odore e lo ciuccio. Un collega sghignazza dicendo "che coglione".

"Guardate qua", dico. Mi alzo e infilo un'estremità del preservativo nel naso. Recitando l’inizio del Popol Vuh, tra una frase e l'altra tiro su il preservativo con il naso. Mi viene da vomitare. Infilo la mano in gola, predo l'estremità del preservativo e tiro. Mi faccio male: era il velo pendulo. Arranco qualche secondo e lo trovo. Lo estraggo dalla bocca per tutta la sua lunghezza e lo tengo a penzolare davanti a tutti.

"Avete visto?"

Poi mi gira la testa. Chiedo scusa ed esco dalla sala lasciando gli stronzetti al pesto e il profilattico sul vassoio.  Mi accascio fuori di fronte al portone. Sono consapevole del fatto che potrei svenire da un momento all'altro, penso di aver la faccia di un colore tra il bianco e il verde, so che è un attacco di panico, ho paura di morire, ma so che non succederà. Devo aspettare che passi e spero che la gente prosegua senza guardarmi. Sono convinto che qualcuno mi stia applaudendo, invece si tratta di fulmini, e sono troppo lontani per sentirne il rumore.



01 giugno 2005

Alla deriva

Lunedì mattina.
Entriamo in ufficio, ciascuno raggiunge la sua postazione e si guarda intorno girando sui piedi come se fosse ubriaco: non ci sono più le sedie. La ricerca negli uffici adiacenti si rivela infruttuosa. Accendo il computer e scrivo, in piedi. Non c'è niente di strano, mi dico, niente di strano. L'abitudine pluriennale mi ha fatto considerare normale stare seduti davanti a un computer, ma era una cosa da pazzi, sicuro. Mi verrà il mal di schiena? Tanti anni fa passavo delle ore in piedi a spolverare cuscinetti di poliuretano espanso finché non mi venne il mal di schiena, perfino nel culo mi sentivo pungere da qualcosa. Una volta che mi sedetti su una pila di cartoni mi sgamò il capo reparto. Mi guardava a braccia conserte. Il giorno dopo decisi di restare a casa finché non avrei dimenticato quello sguardo. Il fatto è che poi dimenticai di uscire di casa. Allora mi verrà il mal di schiena? Il punto di domanda l'ho messo per bellezza.

Martedì.
Ok, le sedie non c'erano già. Sono spariti anche i mouse e i monitor non si accendono più. Abbiamo chiesto ai sistemisti, neanche loro hanno i mouse. I sistemisti hanno chiamato i dirigenti, che senza mouse non hanno potuto inoltrare le opportune mail di avviso a tutta l'azienda. Mi sono arrangiato a fare il possibile ascoltando i suoni del computer connessi a determinati eventi. Dopo aver trascorso due ore a scrivere un documento non sono riuscito ad azzeccare il pulsante per la stampa. Una collega si è messa a piangere demoralizzata perché crede di aver ripristinato per sbaglio 6 giga di cestino. Allunghiamo istintivamente il braccio sul tappetino, la mano si chiude nel vuoto, imbarazzata. I nostri volti trasudano abbandono.

Mercoledì.
Non mi sembra sia cambiato granché. Sono spariti tutti i monitor, tranne uno, al centro della stanza. E' acceso, è collegato a tutti i computer, che non hanno mouse. Cursori, menu a tendina, maschere e popup scorrono sullo schermo per ore a velocità impressionante, nell'anarchia totale, e bisogna urlare per coprire il ticchettìo di decine di mani. Ciascuno vuole la sua fetta di monitor da controllare. Quello che ha conquistato media player tenta all'infinito di ascoltare una stessa canzone per più di tre secondi. Riesco ad aprire la maschera di regolazione dei volumi, la faccio mia in un angolino. Dopo un'ora in cui masturbo la colonnina del master volume facendo la sirena, mi alzo e vado a casa.

Giovedì.
Non ci sono più i computer, non ci sono più le scrivanie. L'ufficio è vuoto. Per terra sono rimaste soltanto le tastiere. Ci sediamo per terra o vaghiamo per la stanza, senza troppo sforzo ci figuriamo i caratteri premuti sulla tastiera collegata al nulla. In qualche modo trascorre una normale giornata lavorativa, caratterizzata perfino da imprevisti tecnici e guasti alla rete che non c'è. Una giornata produttiva che svuota gradualmente dalla mattina alla sera, come tante altre. Non particolarmente stanchi, non rilassati. Niente di particolare.

Venerdì mattina.
Non c'è più il palazzo. Mi rendo conto di aver vagato insieme agli altri nello spiazzo di ghiaia dove prima si alzavano i muri di vetro, con lo sguardo perso verso il cielo, la bocca semiaperta in procinto di ridere, come sorpresi, sul punto di capire qualcosa, ridendo per l'impossibilità di afferrarla. Penso alla formiche del giardino, quando gli tappo il buco del formicaio e allora vanno a puttane. Girano e si scontrano intorno al luogo dove prima c'era l'entrata, si raggruppano tutte vicine, poi si allontanano e poi ritornano insieme sullo stesso punto, finché da sotto terra non ne sbuca una che riapre la galleria.

In mezzo allo spiazzo emerge una mano aperta e tremorlante, sembra urlare. Ci avviciniamo, scaviamo con mani e scarpe, compare un braccio, poi una testa: è un cinese, e sembra piuttosto contento. Esce completamente da terra e dopo di lui un altro, e poi un altro, in continuazione, un trenino di cinesi, tutti imbrattati di crosta, nucleo e mantello.



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