T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


26 settembre 2005

Sulla morte di un'amica di famiglia

Un'amica di famiglia è morta l'altro giorno perché ha tentato una salita su un eurostar in corsa.
Era senza biglietto.
Genitori di tutti ripetevano in loop "perché l'ha fatto?", scambiando il gesto per un suicidio. Gli ho risposto, una sola volta però, che non aveva scelta perché il treno era in corsa, anche se non so bene cosa voglia dire la mia risposta. In compenso il loop si è arrestato, e tutti hanno cominciato a sbucciare cipolle.

Ieri pomeriggio c'è stato questo funerale. Era dalla cresima che non andavo più ai funerali. Mi sono tenuto piuttosto lontano dai parenti della donna, praticamente alla fine della processione, di fianco alla safety car. Non riuscivo a partecipare al rituale, e mi faceva male la pancia, molto male. Colpa della fermentazione di birra e pizza preparata a cazzo, che ha continuato a lievitare nell'intestino. Non ho fatto altro che scorreggiare tutto il tempo.

La folla è entrata al cimitero. Son rimasto fuori insieme a una donna con dei bambini. La donna era in piedi in mezzo al parcheggio che leggeva il postalmarket, mentre i bambini giocavano a tirarsi pietre in testa. Avrei voluto avere una macchina fotografica e fare click qua e là. Ho mollato tutto e son tornato a casa.

Dopo aver fatto la cacca mi sono sentito come rinato, anche se non so molto bene cosa voglia dire rinascere. Sono andato in internet a controllare cosa c'era di nuovo in un newsgroup di appassionati di scacchi. Tra i tanti messaggi ce n'era uno di spam a sfondo sessuale. Una coppia di sposini fancazzisti cercava un maschio per amplessi a tre, senza protezione, in cui lei adorava farsi penetrare dovunque, e in particolare desiderava farsi sborrare a lungo nel culo. Era indicato un numero di cellulare, cui telefonare per stabilire le modalità dell'incontro. Obbligatorio un certificato di non sieropositività al virus hiv.

Mentre leggevo tutto questo mi figuravo l'amica di famiglia che non riusciva ad aggrapparsi. Alternavo il pensiero di gambe e braccia annodate, sudate, insieme a quello di un sistema nervoso spalmato su una fetta di lamiera ferroviaria, una figa pulsante sventrata in due da un cordone di affettatrici rotanti; l'uragano katrina, Fazio, la cocaina, Bono che schiocca le dita ogni tre secondi, una lamborghini gialla, i polli in batteria e migliaia di minatori intrappolati.

Giunta la notte prendo la fotocamera e guido fino al cimitero. In un cestino c'è un postalmarket.
Cerco un posto per scavalcare. Passano troppe macchine. Mi limito a scattare una fotografia dal cancello di ingresso. Ancora qualche mese e ci sarà la nebbia.



22 settembre 2005

Chiedi al Maestro [epilogo]

Mi sveglio con il cranio imbottito di gelatina simmenthal che è notte a un passo dall'alba, e non so se si può sparlare di notte, mi sveglio perché un dio inesistente ha voluto così, prodotti del suo volere inesistente che sono inesistenti, ma più probabilmente devo andare al cesso, inesistente.
Seduto sulla tazza me la prendo comoda finché passano le ore e si fa giorno, immobile seduto a fissare le mattonelle e i piedi, ogni volta che mi guardo i piedi delle dita mi vengono in mente scene di ritardati discendenti diretti dell'uomo di neanderthal, mi inseguono con pietre scheggiate per amputarmi le dita dei piedi e farci collanine da vendere nei mercati di Tripoli, quindi mi decido a spingere, mi sforzo e spingo troppo. Non è merda, è il mio scheletro, espulso in parte per lo scatenarsi di un'ernia apocalittica. Tento di spingerlo verso l'interno e scoppia un circo di colori dolorosi, non posso fare altro che sfilarmelo via tutto, lo scheletro, osso sacro, colonna vertebrale, femori, ulne, scapole, cranio e tutto il resto, sono troppe ossa e ossicini da menzionare. Mi accascio per terra come un profilattico sfilato ed elogio il nuovo status di lumaca secernendo muco, mi trascino verso la cucina per divorare l'insalata, fra qualche giorno sarà mia.

Il montaggio di pickup o magneti, di quelli usati per chitarra elettrica, prevede l'estrazione dei testicoli, poiché i magneti van montati al loro posto. Montandoli in qualsiasi altra parte del corpo non funzionano. Lo hanno scoperto tramite esperimenti quotidiani e non rivelati per non scandalizzare la massa da sempre sensibile a questo tipo di argomenti, che altrimenti romperebbe i coglioni contro il suo stesso interesse. Questo tipo di impianti rientra nel progetto il cui nome tradotto dall'inglese suona così: "Progetto Continuazione Corpo Umano".

A migliaia di ore e chilometri di distanza, Buck Freschetti ha acceso la luce, e tutti si sono messi a ridere.



19 settembre 2005

Chiedi al Maestro [6]

Non era passato molto tempo da quando ebbe inizio la Brutta Piega.
La nebbia di polvere avvolgeva i continenti, deserti e silenziosi. Unici disturbi alla quiete, i forti colpi di tosse che segnalavano la presenza di vivi, e di tanto in tanto esplodeva una bomba H antiuomo, intere montagne sparivano perché qualcuno metteva il piede proprio sopra una di quelle bombe distanti venti chilometri una dall'altra (inizialmente erano state progettate per sterminare intere popolazioni in fuga, ma ormai si contavano poche migliaia di superstiti su tutto il pianeta, tutti colpiti da radiazioni, ustioni, o invalidità gravi. Addirittura giungeva voce che in Amazzonia i membri di alcune tribù riuscivano a sopravvivere senza la testa; già, addirittura).
Buck Freschetti pensava a queste ed altre cose, immerso nella penombra, inginocchiato sul parquet del bunker, guardando un ragnetto immobile sulla parete, mentre i suoi compagni di corso tenevano la testa sulle mani giunte e meditavano. Si sentiva più confuso di quando iniziò, i pezzi del suo puzzle gli apparivano incastrati a caso, non si spiegava come potessero incastrarsi l'uno con l'altro, come se il puzzle fosse per definizione incomprensibile.
Alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi, la sua condizione mentale non migliorò. Malgrado il costoso corso pagatogli dal povero nonno, non capiva più se quanto aveva fatto fosse giusto o sbagliato, e se fosse giusto o sbagliato porsi domande o avere dubbi, sia nel caso che quanto aveva fatto fosse giusto (ma se fosse stato assolutamente giusto sarebbe stato sbagliato avere dei dubbi?), sia nel caso che fosse sbagliato (in questo caso sarebbe giusto avere dei dubbi?).
Il Maestro avvertì il suo disagio.
Freschetti! Freschetti!
Buck Freschetti sussultò e riprese la postura di meditazione, ma il Maestro lo sollecitò.
"Cosa c'è, Freschetti, cosa c'è?"
Tenendo le mani giunte e gli occhi chiusi, come per non perdere il contegno del dovere, schiuse le labbra per parlare.
"Non so, ehm, cioè... quale sarebbe la cosa che... vorrei sapere se... cioè, Maestro, non sono sicuro, avrei qualche domanda da farle, per esempio, Maestro, ma qual è la strada dell'Illuminazione?"
A tale domanda gli altri allievi aprirono gli occhi, sbalorditi. Il ragno sul muro zampettò una decina di centimetri verso il soffitto, per ragioni sconosciute al resto dell'universo, ma che potevano spiegarsi con semplici calcoli di causa-effetto a partire dalla comparsa dei protozoi tanto tempo prima.
Il Maestro fissò l'allievo per alcuni secondi. Alzò il braccio, indicò il breve corridoio che conduceva all'uscita del bunker.
Buck Freschetti raccolse gli ultimi scampoli di cerebro per seguire la traiettoria indicata dal dito: in fondo al corridoio, sul portone d'ingresso, a cinque centimetri (facciamo anche sei) di fianco al maniglione, tanti anni prima alcune operose mani callose montarono un interruttore della luce.



14 settembre 2005

Chiedi al Maestro [5]

Buck Freschetti si trovava al Circo Calderoli insieme al Maestro.
Animali di ogni specie si prodigavano in giochi e acrobazie su ordine dei loro Maestri. Con la scusa di passare vicino alle gabbie dei leoni, Buck Freschetti andò a prendersi una cocacola e un panino alla salamella. Mentre affondava i denti nel panino, restò imbambolato a guardare un marcantonio vestito da pinguino che tirava la palla ad una foca che a sua volta la tirava in un canestro da basket, e gli spettatori trovavano il coraggio di applaudire. Quando si riprese dallo shock andò a cercare il suo posto.
Girò a lungo tra le panche senza trovarlo. Nel frattempo arrivò una tigre con una scimmietta in groppa, che insieme saltavano dentro dei cerchi infuocati, e tutti applaudivano, ridevano e gridavano. Si fermò ad ammirarli, sia la tigre con la scimmietta che il pubblico.
Freschetti! Freschetti!
Buck Freschetti si voltò verso la voce e vide il Maestro. Andò verso di Lui, si sedette e lo guardò pensieroso.
"Cosa c'è?", chiese il Maestro.
"Oh Maestro, ma perché questi animali fanno tutto quello che gli dicono?", domandò Buck Freschetti.
"Chiudi la bocca e sta zitto finché non ti dico che puoi parlare", rispose il Maestro.
Buck Freschetti chiuse la bocca e restò zitto finché il Maestro non gli disse che poteva parlare.



12 settembre 2005

Chiedi al Maestro [4]

Buck Freschetti era a cena dal Maestro. Una cenetta piuttosto intima, come si compete ad amici di vecchia data, in questo caso un semplice maestro e il suo buon allievo, i cui rapporti superano le barriere causate dal decoro imposto dalla posizione professionale di maestro.
Buck Freschetti aveva ingurgitato i piatti velocemente, dopo giorni di digiuno meditativo. Il suo stomaco aveva reagito negativamente, stringendosi attorno al cibo anziché dilatarsi per accoglierlo in grandi quantità. Teneva gli occhi semichiusi ed era in procinto di addormentarsi, nonostante attorno alla tavola aleggiasse un tenero silenzio che valeva la pena ascoltare.
Il Maestro vide che Buck Freschetti stava lasciandosi andare, piegando la testa sul piatto vuoto davanti a sè.
Freschetti! Freschetti!
Buck Freschetti si riprese all'improvviso, consapevole dello strazio digestivo che doveva sopportare. Con gli occhi pesti e tanta voglia di lasciarsi scivolare sulla sedia fino al pavimento, guardò l'armonioso volto del Maestro e chiese:
"Oh Maestro, ma perché cotanta fatica?"
Il Maestro prese le mani di Buck Freschetti e le mise a coppa, gli infilò due dita fino in gola e ordinò: "Vomita!".
Buck Freschetti si vomitò sulle mani, finché quanto c'era di non digerito non fu espulso definitivamente dal suo corpo.



08 settembre 2005

Chiedi al Maestro [3]

Buck Freschetti era in vacanza a Cusano Marittima, in una delle tante villette a strapiombo sul mare, concesse agli abitanti dell'hinterland milanese per due settimane l'anno come premio sopportazione. Quella sera camminava sulla spiaggia tra i pochi duri che riuscivano ad abbronzarsi con il sole per metà dietro l'orizzonte. Cercava il Maestro per sentire da lui qualche parolina di conforto, poiché se agli altri andava tutto bene tranne che a lui, aveva bisogno di qualcuno che gli dicesse che erano gli altri a sbagliare qualcosa, anche se non era vero. Camminò a lungo e non trovando il Maestro decise di risalire e tornare al suo appartamento. A pochi metri dalla strada asfaltata sentì una voce.
Freschetti! Freschetti!
Buck Freschetti si voltò: era il Maestro, che lo chiamava dalla sua barchetta, a un centinaio di metri dalla spiaggia. Freschetti tornò indietro, nuotò fino alla barchetta e vi salì.
"Mi cercavi?", domandò il Maestro, in piedi al centro della barchetta.
"Sì", rispose Buck Freschetti ansimante, "volevo chiederle: alla luce dei fatti recenti, come crede che andremo a finire in futuro?".
Il Maestro si girò verso le placide acque del tramonto, sussurrò "dando lendende" e si tuffò, nuotando veloce verso l'orizzonte, finché non sparì alla vista di Buck Freschetti, anche perché faceva buio e non c'era luna.



07 settembre 2005

Chiedi al Maestro [2]

Buck Freschetti lavorava alla festa dell'unità come spillatore di birra annacquata.
Una sera, in un momento di poca affluenza al bancone, si fece sostituire da un'amica e andò a cercare il Maestro in giro per il parco adibito a festa. Qualcuno gli disse che stava lavando i piatti in un certo capannone, ma a lavare i piatti in un certo capannone c'era una suora alta non più di un metro e venti. Abbandonata l'idea dell'incontro decise di tornare verso la spillatrice, e sentì qualcuno che lo chiamava.
Freschetti! Freschetti!
Cercò la voce all'interno della folla e la trovò in un altro capannone. Era quella del Maestro, alle prese con le patatine fritte.
Lì per lì, stregato dalla fragranza di fritto, Buck Freschetti rimosse le ragioni della sua ricerca, quindi chiese:
"Oh Maestro, qual è il segreto delle vostre patatine?"
"Raccaiani fattani, ecciù ecciù,  ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù ecciù,  ecciù ecciù".
Così parlò il Maestro.



05 settembre 2005

Chiedi al Maestro [1]

Buck Freschetti stava salendo la collina erbosa che conduceva alla casa del Maestro. Dopo un'ora di fatica giunse alla baracca. Bussò, non rispose nessuno. Stava per tornare quando una voce lo chiamò.
Freschetti! Freschetti!
Buck Freschetti si diresse verso la voce, dall'altra parte della baracca. Il Maestro era seduto su un masso e contemplava il panorama oltre la collina. Buck Freschetti si avvicinò, salutò, e chiese di essere ascoltato.
Parla! disse il Maestro.
"Ebbene, maestro, qual è il segreto della vita?", domandò Buck Freschetti,
"Oooooh, diumbembe scottu. Raccaiani fattani sdanza, ronzemillu pachierottu. Sgfuò turppofrì el jatt, gralblue pormiens dando lendende".
Così parlò il maestro.



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