T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


25 ottobre 2005

Ominopoli #2

Quando per gioco vado al sesto piano, il piano dirigenziale, e per me non c'è altro motivo per andarci se non per gioco, dalle finestre in corridoio vedo gli esseri umani che si muovono sul suolo e sono proprio degli omini. Poco fa io e Ciccio, un mio collega, siamo andati per gioco al sesto piano, approfittando del fatto che lui aveva esigenza di fare la pausa tosse, per tossire lontano dal nostro capo, così come richiede l'etichetta.
Dalla finestra abbiamo guardato giù e ho aperto la bocca per parlare.
- Se non fosse per l'altezza, quelli giù sarebbero proprio degli omini, vero?
- Non dire cazzate.
- Sono grandi come gli omini Lego, che li guardavo da cinque centimetri ed erano grandi come questi qua che li vedi dal sesto piano.
- Ma non dire cazzate.
- Gli omini Lego potevi dividerli in tre parti ben distinte, testa torace e gambe, li smontavi e li rimontavi mescolando i pezzi di uno con quelli di un altro, anche a questi qua sotto potresti farlo, se ti girano le balle, o anche tanto per fare i mattacchioni, no?
- Non dire cazzate.
- Se riesco a prenderne un paio ti faccio vedere.
- Non me ne frega un cazzo.
Ho aperto la finestra e ho allungato il braccio all'esterno. La mia mano danzava nell'aria esterna al sesto piano senza afferrare niente. Ho aperto la bocca per parlare.
- Secondo me se riduciamo il parametro della distanza relativamente al nostro punto di vista potremmo riuscire a prenderne qualcuno.
- Non dire cazzate.
- Guarda.
Mi sono esposto fuori dalla finestra fino alle ginocchia.
- Hey, non fare cazzate.
- Guarda! ne ho preso uno!
- Non dire cazzate.
Quando sono rientrato avevo un omino in mano. Ciccio lo guardava sconvolto. Non avevo mai visto una faccia così sconvolta. Ho posato l'omino sul pavimento e mi sono affacciato per prenderne altri. Li raccoglievo a dozzine, riversandoli tutti nel corridoio. Il pavimento era coperto di omini terrorizzati che cercavano di scappare da qualche parte. Guardavo Ciccio e pensavo che fosse diventato matto: continuava a ridere, raccogliendo gli omini da terra e tenendoli in mano come fossero banconote da cento spuntate dal nulla.
Ho preso due omini, li ho smontati e ho cercato di rimontarli. Ho notato due cose importanti: una è che il montaggio non riesce, perché le parti del corpo non stanno più insieme, e due, non si muovono più. Rispetto agli omini Lego, questi emettevano degli irritanti gridolini acuti in fase di smontaggio.
Guardando Ciccio che rideva con la faccia a metà tra lo sconvolto e l'illuminato da qualche nuova prospettiva sull'universo, gli ho detto: - Tu sei fuori -, e sono tornato in ufficio.



25 ottobre 2005

Ominopoli #1

Ormai ho constatato per la centesima volta (è davvero la numero cento, non dico per dire) che Milano è una città piena di omini. Per esempio: l'omino che ripara la caldaia; l'omino che spazza il marciapiede; l'omino che ripara la centralina; l'omino che presidia l'uscio della banca; l'omino che si sbronza; l'omino che fa l'elemosina; l'omino che si aggiusta la cravatta; l'omino che si spruzza; l'omino che prepara il kebab; l'omino che fischietta; l'omino che pilota il tram; l'omino che porta il caffè; l'omino che mette l'adsl; l'omino che accende una sigaretta; l'omino che scappa; l'omino preoccupato; l'omino con l'ombrello chiuso; l'omino cieco; l'omino che impasta il cemento; l'omino che ascolta l'ipod; l'omino che legge freepress; l'omino che cerca una cosa; l'omino che dice buongiorno; l'omino che grida sul cellulare; l'omino che spacca la strada; l'omino che spacca i maroni; l'omino che schiaccia i marroni; l'omino che rompe i piccioni; l'omino che ti lecca il culo; l'omino che va via da solo; l'omino che guarda altri omini.



24 ottobre 2005

Cosa si puņ scoprire con lo sharing

"Diumbembe scottu. Raccaiani fattani sdanza, ronzemillu pachierottu. Sgfuò turppofrì el jatt, gralblue pormiens dando lendende"
Il Maestro

Il signor Ratzinger si è fatto esplodere in piazza San Pietro nella calca dei fedeli. Niente spargimento di sangue ecclesiastico. Dalla sue viscere sfatate è uscito uno stormo di colombe rosse. I resti del suo corpo sono caduti per terra, trasformandosi in un set di tazzine da caffè. Purtroppo ci sono state ugualmente alcune vittime, poiché nell'inutile progetto cosmico il parametro Danni Collaterali è per default fissato a una dozzina di unità viventi e nessuno può cambiarlo, al massimo può essere falsato in fase di segnalazione danni da parte dei nanetti dell'informazione.
Bruno Vespa ha radunato in fretta alcuni uomini per una sobria chiacchierata sull'accaduto, promettendo loro che dopo la trasmissione sarebbero andati a casa sua (di Vespa) a tirare coca sulle tette di ben remunerate donne che di professione si offrono a tutti coloro che hanno il cognome altisonante (compresi olimpici esponenti della curia che la mamma di un mio amico ha pregato di non nominare). Sembra incredibile? Cercando su Kazaa "Pierferdinando Casini" ho trovato un filmato dove costui insegna a caricare un cilum. Nel filmato è seduto al centro di un letto, è circondato da tre donne di mezza età completamente nude, che lo osservano ammirate mentre lentamente prepara il fumo. Il cilum, una volta caricato, viene inserito nel culo di una delle tre donne, quindi fumato da lui e le altre due.

In un altro video, scoperto tramite la chiave "parlamento italiano", si possono vedere alcuni onorevoli che si bucano alle caviglie durante una seduta e ridono come degli scemi. La lista continua. Solo perché mi rompo le balle non elenco tutti i casi. L'attendibilità di quanto dico può essere constatata da chiunque, basta andare su Kazaa e accelerare di fantasia.

Durante la trasmissione sono stati toccati temi molto delicati, per intenderci quelli scritti dagli studenti della maturità. I fogli a protocollo, disposti a pila su un tavolino di vetro, venivano prelevati uno a uno e passati di mano in mano, strofinati e leggermente stropicciati. Al termine del rito hanno cominciato letteralmente a saltare di palo in frasca, gli ospiti intendo, non i fogli, versando un'orda di cazzate in un unico calderone paroloso, per giungere al tema della puntata in corso.

In sintesi, le uniche riflessioni portate avanti nello studio sono state quelle della luce artificiale che rimbalzava sul quandrante degli orologi da polso. Due o tre considerazioni però vanno esposte per non fare la figura di quello che fa finta di niente, non che mi importi molto eh, ma tutto fa brodo, compresa la Vecchia Chioccia Cosmica la cui testa fu utilizzata per il buon caro e vecchio Brodo Primordiale.

Cercando spiegazioni sull'attentato effettuato da Ratzinger, è emerso che la scienza, come sanno tutti, può solo svelare il come è accaduto l'evento, ma sul perché, nel mentre che gli studiosi tentano di arrivarci, è consigliabile l'intervento della religione. Purtroppo i teologi si trovano in estrema difficoltà. L'idea più accreditata è quella della punizione divina. In sostanza una punizione ai fedeli per le loro ipocrisie. Si crede che quelli più vicini al Papa, morti di spavento, fossero per forza di cose più colpevoli degli altri innocenti che affollavano il resto della piazza. Nonostante queste valorose spiegazioni, sono molti quelli che le ritengono delle idiozie. Nomi e cognomi non sono noti, però si tratta di molti.

Essi ritengono che domande quali "come?" o "perché" siano desuete, appartenenti a un'epoca morta. Bisognerebbe porsi altre domande, nuove, più al passo coi tempi che corrono. Chi dice queste cose sono quegli studiosi che operano in nome della tublegravola: i tublegravolosi. La tublegravola arriva là dove la scienza e la religione non possono osare. Nel manifesto dei tublegravolosi la domanda complementare a "perché?", che sta facendo luce su tutte le questioni etiche moderne, è "attgubellà?".

Risposte del tipo: "Uniene aulle gnop caridda manfritti" o "ne nei ut lachiria ullelè ndropalo" sono ritenute valide, e sono estremamente difficili da confutare.
Un'obiezione che la scienza o la religione potrebbero rivolgere alla tublegravola è: attgubellà iot murillo bartello scazza, et angkor bangai or siumo de friggiole? uniene rolli bat svanghetta solirù. Ndercul, saiopadli et biutone padello scaghetta. Orialossi bachelozzi furesta. Certo, anche se i tublegravolosi han risposto che saccei roddano manfritti lachiria et angkor olafiure casetto, non c'è ragione di credere che cuelle saglie si reiterano nel buio.
Nomee straniere confescano fittipardi albioni, da cui le stroble giacumate dal frodo lachicardipo. Svangola et manzone cicicibulla raiello saliente. Attgubellà?
Uniene (faccio notare che "attgubellà" sta al "why" inglese come "uniene" sta al "because") roiroi parvero di là. Cobrini campanè soiro guggevo gustavo...
Valissa sampleriri adatte mefete. Mberete mò, mberete mè. Cheghei mesei derbede, ceme nè. Mene pecere melte cheletè mesecele, et pertere deffe sepeltere nere. Fefedenche spestere stesere tette le cese che regerdene leve nevetè. Pertreppe cerre encere noblesse obblegge dele recerdere atettemè dependenze seftelabbese cemmesse per cente dellefeliele demelene, chele cemeniene essenze.



14 ottobre 2005

Dolce teatrino corso Como

Sono a Milano che torno a casa da lavoro. Passo in corso Como, una breve quanto larga via di Milano che per architettura e aspetto fisico di chi ne frequenta i locali mi ricorda né più né meno la tazza del cesso di casa mia. A dire il vero cammino pensando beato i cazzi miei, guardando uomini e donne che passano da un locale all'altro con in mano cocktail e cellulari, che partecipano alla sagra quotidiana dell'happy hour, così radicata che se a Milano abolissero questa puttanata è come se a Bologna smantellassero i portici. All'improvviso vedo uno di questi bambolotti inciampare da solo, cadere come fosse a rallentatore, tanto lento quanto indifferente alla cosa, immagino per incredulità.
Tutto in un secondo o poco più. L'istinto di autoconservazione di pararsi almeno con il braccio non si manifesta in tempo. Forse perché deve tenere intatti il bicchiere e le focaccine tra le mani. Il bordo di pietra di una panchina penetra nella tempia sinistra vicino alla basetta tinta. La testa rimbalza, non più di tanto, perché la natura l'ha ancorata alle spalle, quanto basta però a picchiarla per bene sul pavimento.

Si può anche dire che non sia accaduto niente. In fondo gli atomi sono rimasti integri, almeno per quanto ne so. Si è verificato un semplice fenomeno, mescolato a milioni di altri fenomeni, soltanto fenomeni, tutta natura, non c'è nulla di giusto o sbagliato, o di grave.

Eppure questo fenomeno si è rivelato grave agli occhi dei presenti. Il movimento nel corso si è interrotto, anche le voci. Tutti guardano il corpo inerte del bambolotto. Dopo una manciata di secondi, consumati nella quiete sbalordita e necessaria alla comprensione dell' insolito evento, un cameriere esce dal così detto "Pitbull" dicendo sono stati chiamati i soccorsi.

Cinque minuti e arriva un camion della nettezza urbana. Scende un ometto in tuta da lavoro. Con la scopa e la paletta solleva il bambolotto e lo getta nel rimorchio. Non so come ci riesca, avrà frequentato un corso di addestramento. Preme un pulsantone: una pala gigantesca montata nel rimorchio pressa il bambolotto con i sacchi dell'immondizia. L'ometto comunale torna al posto di guida e riparte.

Gli ingranaggi di corso Como ripartono, le marionette riprendono a girellare, tra esse anche io, che so bene dove dirigermi.



05 ottobre 2005

Poi dicono che non succede mai niente

E' dimostrato:
le femmine dell'alta borghesia brianzola puzzano di vaniglia, felci azzurre e crema pasticcera.
Ieri sera sono stato in una di queste case per riparare la tombola di famiglia.
Il giardino è più grande della casa, ben curato, un perfetto zoo vegetale dove tenere piante rare in cattività. La manutenzione richiede attenzione e di conseguenza molto tempo, per fare le cose carine e con criterio, almeno secondo quanto descritto negli allegati di giardinaggio che si trovano in edicola. Poi finisce che ci si rincoglionisce, e si comprano macchinette digitali con macro impagabili per fotografare i germoglietti, la rugiada e i bruchi come nelle superbe foto degli allegati di giardinaggio.
L'entrata consiste in un portone con un ferro di cavallo, una campanella appesa all'arco del portico e un campanello a pulsante. Il ferro di cavallo e la campanella sono veri, precisarlo non è mica ovvio da queste parti, ma fanno un mucchio di casino, cosa che non è tollerata da nessuno nel vicinato. Si va di campanello.
Tralascio i dettagli riguardanti l'arredo e l'uso degli spazi casalinghi.
La famiglia che mi accoglie è di pessimo umore: la tombola si è rotta. Il televisore era già rotto. I libri sulle mensole, massicci volumi firmati Follet, Smith, Brown e Faletti, pare siano stati già letti tutti, e la libreria del centro commerciale era inagibile, stando a quanto dice la signora. Non rimane che riparare la tombola, soluzione ritenuta meno costosa e veloce.
Le schede della tombole si sono guastate perché le caselline non si abbassano più. I giocatori sono costretti a ricordarsi a memoria i numeri già usciti o a segnarli su foglietti volanti dove fanno già i ghirigori per la suspense o dove appoggiano cioccolatini e alla fine non si capisce più niente. Succede che i numeri escono tutti e nessuno ha fatto tombola perché non si è accorto.
Purtroppo non è semplice come credevo: la riparazione richiede un piede di porco speciale certificato dalla Mattel, che né io né loro abbiamo disponibile. Il signore mi chiede che scuola ho frequentato. Lo dico. il figlioletto si mette a ridere, ma giusto perché ride il padre. Anche la signora ride. Ribadisco che non so riparare la tombola. Insistono: se riesco a ripararla mi regalano uno dei loro figli. Chiedo se hanno legumi. Sì, li hanno: fagioli. Li metto in una scodella, faccio veder loro cosa faccio con i fagioli: lentamente, li prendo uno ad uno e copro con ciascuno un numerino. Capito? Mi guardano confusi. Invito la signora a estrarre un numero dalla busta. Stiamo giocando? funziona? dice la signora. No, non stiamo giocando, faccia come le dico, signora. Estrae il numero e lo grida ad alta voce. Prendo un fagiolo e copro quel numero su una scheda. I loro volti si illuminano, che stupidi non averci pensato prima. E' sempre così, dico io.
Esco di casa con il loro figlioletto in regalo. Ci facciamo una birra? domando. Mi guarda e non risponde. Chiedo qualcosa che lui conosce: quanti anni hai? 8 anni, risponde. Bene, e come ti chiami? Paperino.
- Paperino?
- Mi chiamano così.
- E tu come ti chiami?
- Paperino.
- Ok.
Arrivati a casa sento una puzza atroce di vaniglia, felci azzurre e crema pasticcera. Perché fai questa puzza di vaniglia? gli domando. E' la mia mamma, risponde. La tua mamma?
- Sì.
- La tua mamma?
- Sì.
- Cioè?
Non risponde.
Non indago oltre, penso di aver capito.
Gli dico di andare a lavarsi e togliersi quella merda di dosso.
Il bambino va in cucina e mi chiede dov'è la lavastoviglie.
- Non ho lavastoviglie, qua i piatti li laviamo ancora a mano.
- Devo farmi la doccia.
- Nella lavastoviglie?
- La mamma mi ha imparato così. Dove mi lavo?
- Nel lavabo, sai lavarti nel lavabo?
- Nel lavabo?
Guarda: devi andare lì dentro - indico il lavabo - aprire il rubinetto e ti lavi con lo Svelto per i piatti.
- Ma io nella lavastoviglie non facevo niente, faceva tutto lei.
- Lei chi?
- La lavastoviglie.
- Hai ragione. dovrei lavarti io, come i piatti.
Prendo il telefono e chiamo sua madre. Le dico di venire a prendersi suo figlio perché vuole lavarsi nella lavastoviglie che non ho.
- Non avete la lavastoviglie?
- Non ho spazio.
- Pazzesco.
- Venga a prendersi suo figlio.
Dopo un po' arriva.
- Vieni qui, Paperino - dice la mamma appena vede il figlio - come posso ripagarti della tombola se non posso regalarti Paperino?
- Signora, vada a portare Paperino in macchina, lo lasci lì. Ritorni da me, e le spiego come ripagarmi.
La signora fa come le dico e si ripresenta.
- Bene, si accomodi. Gradisce un po' di latte e menta?
- Oh, sì, buono buono! grazie.
Vado in cucina e preparo una caraffa di latte con lo Svelto per i piatti.
Mentre la signora beve l'intruglio, telefono a suo marito per dirgli di venire a raccattare sua moglie. Il marito mi chiede perché. Si è rotta, rispondo.
Il marito arriva e vede la moglie tutta rotta sul pavimento.
- Santodio, cosa è successo?
- Non lo so, a un certo punto si è guastata. Ha mica un piede di porco eh?
Il marito si inginocchia sulla moglie e le piange sul mento. Piange e ripiange. Gli va di traverso muco e saliva, gli offro l'intruglio, che lui beve.
Vado fuori, alla macchina della signora. Dico a Paperino che i suoi genitori sono guasti e non funzionano più.
- Ce li hai i fagioli? domanda Paperino.
Certo che li ho i fagioli, penso.
Andiamo in casa e lui va in fissa guardando i suoi genitori per terra.
- Tieni, bevi un sorso di questo, che adesso li mettiamo a posto.
Prendo il cellulare e compongo il numero del macellaio.



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