Il trentuno I pretesti per uscire di casa diventano gli stessi per restare chiuso dentro.
Le persone che escono in ciabatte nella propria via mi terrorizzano.
Di lato vive l'idea che il marciapiede è casa propria, un salottino.
Non vedo quadretto migliore per un crimine in cui il ciabattaro affonda qualcosa nelle carni di un passante.
Perché?
La chiave è da cercare nelle ciabatte ai piedi, su calze di lana bianche o azzurre.
Berlin Babylon nella mia testa da dieci minuti fino a non lo so.
Apro gli armadi solo quando so di trovarci dentro le scarpe o per assicurarmi che non ci sia dentro niente.
Una ragion d'essere è un buon pretesto per usare uno smaterializzatore.
Mi libero delle colpe spruzzandomi limone negli occhi.
I miei occhi fuggono dal limone, balzano sulle cavità oculari di chi è vicino, cercando di entrarci spingendo i bulbi già presenti.
Non so proprio come va a finire.
Non sta succedendo niente.
Sono andato spesso a dormire tra le lenzuola colmo di pandori perché avevo mal di schiena.
Mi sveglio, conto i buchi della tapparella, perdo il conto e ricomincio, così da anni, non saprò mai quanti sono i buchi della tapparella.
Le bombe son più vicine di quel che si crede; certuni credono che le bombe non esistano, che siano effetti speciali per riempire quindici minuti di serata a ora di cena.
L'anno è arrivato fin qua, un fotogramma con il suo dolce spessore è ciò che ne rimane in assoluto.

19 dicembre 2005
Autostrada e centro commerciale
Bigiata con il capo
Giudizio alle masse
Benzina mia Benzina mia. Sulla Route 4 sono partite le sperimentazioni di rifornimento in corsa. E' proprio vero che le perle tecnologiche arrivano dal mondo militare. Decine di cisterne senza autista, guidate dal satellite, fanno avanti e indietro per tutta la route in corsia lenta, a trenta chilometri l'ora. Chi vuole far benzina si infila in seconda corsia di fianco alle cisterne. L'automobilista ha un telecomando. Pigia e dalla cisterna esce la pompa, sull'auto si apre il bocchettone. Deve regolare le distanze e la velocità affinché la pompa entri perfettamente nel bocchettone. Quando non ci riesce pigia il telecomando da qualche parte e fa fermare la cisterna, insieme alle altre dietro, quindi si ferma anche lui, insieme agli altri dietro, scende, infila la cazzo di pompa nel bocchettone, fa benzina e riparte. Ovviamente non si può fare rifornimento nelle stazioni di servizio perché sono state smantellate le pompe, per incentivare la sperimentazione.
Bella la gente che s'abbronza in spiagga...
Mi rovescio addosso chilometri di autostrada pensando ai percorsi di passeggio nei centri commerciali: è sufficiente bere succo di fretta, estratto con appositi marchingegni ai bordi delle carreggiata. Un bicchierino da vino può contenere decine di litri di succo di fretta. Ovvio che appena te lo versi in bocca è come una cascata che si accende sulla faccia.
A centosessanta chilometri l'ora si accende il pensiero di mani che afferrano, scuotono, girano e rigirano, davanti agli occhi in cerca di scadenze e ingredienti. Soltanto al limite dei giri, chiuso immobile nell'abitacolo, mi sento escluso dai processi di esposizione, lettura laser, accumulo, palpeggiamento merci.
Al chilometro cinquantuno, ne mancano più di duecento: quanto è alta la possibilità che uno dei veicoli che sorpasso possa sterzare e venirmi addosso? Ho almeno la certezza di morire?
Detesto immaginarmi bloccato nell'abitacolo sventrato, dilaniato o fatto a pezzi, moribondo o accecato dal dolore. Detesto non poter camminare avanti e indietro aspettando i soccorsi. Paragono il possibile effetto con la reazione che ho avuto l'altro giorno sbattendo il ginocchio contro lo stipite della porta. Dolore indicibile che si ripete a scadenze regolari a causa della sfiga, direbbe qualcuno, e ogni volta nell'arco di cinque secondi sfilano i ricordi a proposito di lividi e bernoccoli di un'intera vita. Cosa mai sarà poi una ginocchiata.
Durante un curvone dove non c'è bisogno di decelerare premo l'acceleratore un po' di più e sfido la forza centrifuga. Nonostante ci sia ghiaccio sull'asfalto la vettura non cede. Mi accorgo per un istante di sperimentare il raggiungimento del limite oltre il quale non si può andare incolumi. Il cruscotto dice che fuori c'è un grado centigrado. La lancetta della velocità segna quasi centottanta. Sono appena uscito da una curva. In un libro di Ballard c'è un tizio a bordo mi pare di una Jaguar, sta guidando in autostrada e gli scoppiano i pneumatici, perde il controllo dell'auto e finiscono insieme in un fossone al centro di uno svincolo, il tizio insieme alla Jaguar e con Ballard.
Da piccolo ero andato sul Resegone con l'oratorio per una divertente castagnata. Già a metà mattina volevo tornare a casa. A metà pomeriggio mi sono scoppiati i coglioni, ho perso il controllo del mio corpo e son caduto giù nel fossone, rotolavo e la cresta del resegone roteava in cielo, finché non son caduto nel lago di Lecco, giù tutto a picco come un pistone caduto dallo spazio. Mi hanno tirato fuori dopo quindici anni.
18 dicembre 2005
Questa mattina sono andato a bigiare con Massimo Antico, il mio capo progetto. Siamo entrati in un piccolo fruttivendolo nei pressi della stazione Cadorna. Non so come ci siamo entrati, camminavamo piano senza meta e per qualche ragione è entrato dal fruttivendolo, l'ho seguito senza pensarci su e ci siam trovati dentro. Cos'è, dobbiamo comprar frutta? mi sono chiesto. Finivo di chiedermelo che Massimo Antico tirava fuori una pistola. Non c'era nessuno tranne il fruttivendolo che riassettava la merce. La pistola era puntata verso di lui, a pochi metri di distanza. Quando l'ha vista si è messo a ridere, non perché fosse comico, è che certe volte le situazioni reali sono così mitiche e uguali a quelle che capitano nei film o agli altri sui giornali che proprio viene da ridere, per esempio a me succede così. Aveva già da qualche secondo la pistola puntata addosso e il fruttivendolo ha smesso di ridere. Massimo Antico gli ha ordinato di mangiarsi le pesche e in fretta, l'ha ripetuto alzando la voce. Mentre il fruttivendolo mangiava ho chiuso a chiave la porta. Dopo essersi sbafato mezza cassetta è stato costretto a divorare le fragole. Forse era arrivato a tre o quattro chili di frutta quando ha girato la faccia pallida e sudata verso Massimo Antico, alzando il braccio verso la pistola, ma l'ha fatto molto lentamente, forse quando si mangia troppa frutta sembra di stare qualche metro sott'acqua e ci si muove di conseguenza. Massimo Antico gli ha intimato di non smettere, la mano del fruttivendolo era appoggiata sulla canna della pistola. Il colpo è partito e siamo scappati. Correvamo, Massimo Antico ripeteva "perché perchè perché", pensavo che tutto sommato poteva finir bene, senza spargimento di sangue, e avremmo lasciato il fruttivendolo a pancia piena, rantolante sul pavimento, sarebbe sopravvissuto, ventiquattr'ore di sofferenze e tutto come prima, invece no, diocane, no, emerge il momento che sputtana tutto, avremmo potuto raccontarlo agli amici, ma adesso cosa raccontiamo, mica è facile dire in giro che hai ammazzato qualcuno, forse. Che poi mica sono stato io.
Vabè, vaffanculo.
17 dicembre 2005
In Italia, mediante referendum popolare del 13 febbraio del 2006, la responsabilità di giudicare i colpevoli di omicidio fu addossata alle famiglie delle vittime. In seguito fu estesa agli amici stretti, poi ai collaboratori, purché fossero stretti. Secondo la giustizia gli individui eran tutti innocenti, ma ognuno poteva regolare i conti come meglio credeva.
Di solito la condanna per omicidio consisteva in un omicidio. Di solito era fatto tutto in fretta, per non sgonfiare col tempo rabbia e risentimento. L'omicida veniva individuato, perseguitato, bloccato e quindi ucciso, più o meno discretamente.
Il vendicatore della morte di una vittima diventava lui stesso un omicida, quindi perseguitato a sua volta da amici o parenti del primo omicida, che poi uccidevano e diventavano assassini, poi vittime per mano di amici o parenti dei vendicati, e così via, quasi all'infinito, finché non rimasero criminali soli soletti senza più amici, parenti o collaboratori stretti che potessero vendicarli.
La catena di sangue si interruppe, i rimasugli dei governi si riunirono per rifondare l'umanità intera a partire da quelle poche migliaia di individui rimasti.
16 dicembre 2005
Tutto questo mi rappresenta la spiegazione più plausibile alle due ore di coda sulla Route 4 per fare sette chilometri, non saprei dire perché altrimenti.
Il riso con lo zafferano è ok.
15 dicembre 2005
BELLA LA GENTE CHE S'ABBRONZA IN SPIAGGIA
MENTRE SUL MARE CADON LE BOMBE
Leggo questi versi da un foglietto dismesso caduto a terra dalla tasca di un omino di passaggio sul marciapiede. Alterno le occhiate tra il foglietto e l'omino che si allontana. Lo inseguo, lo inseguo fin dentro la penetteria dove è appena entrato.
Tenga, questo è il suo foglietto.
L'omino si dispone per guardarmi.
E' Giovanni Lindo Ferretti.
Mi spiega che quei versi sono di una canzone inedita, appartenente al periodo di Linea Gotica. Non sa come siano finiti per terra, perché non sa nemmeno come potessero trovarsi nella sua tasca dopo tanto tempo. Mi strappa il foglietto di mano e lo rimette in tasca.
"Adesso lo so", dice.
Lo guardo fare la spesa e uscire.
Poco distante ha parcheggiato l'auto, una bestia da cinquecento cavalli, ma del lamierame niente in vista. Osservo meglio per fidarmi dei miei occhi: veramente ci sono a riposo nel parcheggio del vicino centro commerciale cinquecento cavalli tremolanti nel freddo, cinquecento cavalli uno ad uno li ho contati.
"Perché inquinano niente rispetto a una relativa auto da cinquecento cavalli", dice.
Ci credo.
Sale in groppa alla sua cavalla in testa dei cinquecento e si allontana con grande festa di zoccoli. Sullo spazio dove un tempo si vedeva l'asfalto ora rifulge sotto al pallido sole invernale un piumone di merda che nessuno mai riuscirà a riciclare.