T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


19 luglio 2006

Black Hole Sun

1.
Ci hanno visitato in infermeria o qualcosa del genere, forse un elettrauto. Non ricordo la nostra provenienza. Ci hanno fatto indossare una sottana nera e un tipino nero, in camice nero, mi ha sottoposto all'interrogatorio della durata più esasperante della mia vita:
"Pensi di essere in grado?"
"A far cosa?"
"Ok, sei assunto".
Mi hanno assegnato al gabbiotto A3 del nastro trasportatore n.7 del terzo capannone del reparto "Sant'Agostino". Lavoro in un loculo nero per dodici ore continue, senza pause, senza riflessioni e senza mangiare, seduto su uno sgabello nero di ferro. Di fronte ho un tavolino nero con un paniere nero e una scodella nera. Sul pavimento nero c'è un secchio nero. Davanti a me scorre il nastro trasportatore, nero, dove transitano delle uova di gallina. Devo prendere le uova in arrivo e romperle nel paniere una alla volta, versando il tuorlo nella scodella e l'albume nel secchio assieme al guscio. Quando la scodella o il secchio si riempiono devo chiamare l'assistente, nero, che entra nel gabbiotto per cambiarmeli. Dodici ore.

2.
Anche oggi la stessa tiritera e lavoro già da dieci giorni. Vorrei proprio sapere chi mi ha portato in questo posto del cazzo, e perché, ed eventualmente farmi offrire da bere. Spesso ho degli strani presentimenti: oggi, mentre rompevo un uovo, invece di stupirmi di quanto sia facile far abortire una gallina non emancipata, mi sono reso conto di avere un nome, senza ricordare quale fosse.

3.
Sono passati dieci mesi. Mi è balenata l'idea di avere un passato, ma la frenetica apertura dei gusci fa a pezzi anche la concentrazione.

4.
Tre anni dopo, mentre tornavo alla mia cella, ho incontrato un operaio.
"Come ti chiami?", chiedo.
"Gustavo"
"E come fai a saperlo?"
"Me l'han detto in direzione."
"Ah."
L'operaio cammina via in fretta, l'ho bloccato in tempo con uno sgambetto.
"Sai dov'è la direzione?", chiedo.
"No, parlane all'assistente." dice, stramazzato a terra.
"Ok, grazie."
"Figurati, ciao"
Prima di andare chiedo gentilmente se anche lui rompe le uova nel paniere.
"Sì, e non c'è un cazzo da ridere", risponde, con un filo di bava colante all'angolo sinistro della bocca.
Dunque vado dall'assistente.
"Dov'è il secchio? e la scodella?" comanda l'assistente.
"Ho finito il mio turno, sai mica dov'è la direzione?"
"Senza secchio e scodella non puoi lavorare."
"Ma ho finito!"
L'assistente avvicina la faccia alla mia fino a sfiorarci le punte del naso.
"Non posso perdere tempo con te, ho moglie e figli e suoceri e zie da mantenere", dice sottovoce, dirigendosi verso altri gabbiotti.
Esco dal capannone, alla ricerca della direzione. I capannoni neri si trovano dovunque fino all'orizzonte, su una piatto deserto di pece, sotto il cielo metallico, splendente di sole. Cammino un po' senza meta, poi incontro una ragazzina tutta nera uscire da uno dei capannoni.
"Scusa, sai dov'è la direzione?", le chiedo.
"Non conta la direzione, devi solo pensare a camminare verso la luce, sicuro di aver chiuso la macchina", dice, tornando a camminare per la sua strada. Vabbè. Continuo a vagare tra i capannoni, in direzione del sole, verso la direzione. Dopo qualche chilometro giungo in prossimità di una battigia, lambita dalle onde, ai margini dell'oceano, denso e nero. Qui vedo una piccola piramide nera con un portellino nero che sulla cima e un oblò dal vetro cromato al centro di ogni facciata. Entro e mi calo all'interno per una scaletta. Le pareti sono lisce, nere e vuote. Un ometto nero vestito di nero e cravatta in tono, seduto ad una scrivania nera, mi osserva rilassato, con le spalle rivolte al muro, fumando un sigaro nero.
"Vieni, ti spiego tutto", dice. Scende dalla sedia e si accuccia sotto la scrivania. Mi fa cenno di raggiungerlo. Quindi ci troviamo per terra, a pecora, immersi nel fumo nero, ed è lì che vengo a conoscenza dei fatti e di altro ancora, poco prima di essere ricoverato d'urgenza per asfissia.

5.
Dopo trecento anni di stakanovismo convinto, finalmente si verifica un incidente, il primo nella mia carriera di successo. Aprendo un uovo ne è uscito un pulcino. Non sapendo se gettarlo nel secchio o nella scodella, cioè se considerarlo albume o tuorlo, l'ho ingoiato vivo. All'uscita dal gabbiotto ho poi  trovato degli energumeni molto neri vestiti di nero attendermi fuori. Portavano delle enormi cravatte bianche, stile portaerei, e le mani in tasca a pugno. Lasciavano intravedere la calma amara di chi non ha bisogno di parlare per uccidere, soprattutto per via delle cravatte bianche. Brandendomi come una baionetta mi hanno traslocato fuori per chilometri, menandomi cazzotti e ginocchiate fino allo svenimento (il mio), abbandonandomi sulla battigia. Ho dormito a lungo, perso in un sonno senza sogni, in cui sentivo il pigolare lontano di un pulcino disperato. Al risveglio ho notato le mura nere della mia cella e il letto di sempre. La sveglia segnalava che era già ora di recarsi a lavoro. Non avevo mai avuto una sveglia, ma fa niente.
Alzatomi, lavatomi e vestitomi, sono andato al capannone e la prima novità è stata quella di trovare all'entrata un nuovo assistente insieme a un tipino troppo nero in camice nero.  La seconda novità era che qualcuno doveva riferirmi un messaggio. Che il messaggio non fosse fuori luogo era la terza novità.
"Ti hanno assegnato a questo nuovo capannone.", dice l'assistente, indicando, col dito tremante, tutti i punti cardinali. Supponevo si trattasse del capannone lì davanti.
"E perché?", chiedo.
"Hai commesso una violazione del codice."
"Quale codice?"
"Quello sul libretto del regolamento."
"Mai avuto", dico.
"Impossibile", dice.
"Ti dico che è così"
"No"
"Sì"
"No"
"Ma sì"
"No!"
"Cosa vuoi saperne tu? Eri con me nel gabbiotto?", gli chiedo.
Il tipino in camice s'intromette.
"Pensi di essere in grado di svolgere questo nuovo lavoro?", chiede.
"Certo che sì."
"Ma sai di cosa si tratta?"
"No"
"Ok, sei assunto", dice, porgendomi il nuovo libretto del regolamento.
"E questa volta te lo leggi" dice l'assistente, sorridendo al tipino troppo nero in camice nero, in cerca, invano, di approvazione.

6.
Sul libretto del regolamento c'è scritto cosa fare e non fare durante le ore di lavoro, più alcuni consigli sparsi su come regolare il rubinetto della doccia per ottenere l'acqua perfettamente tiepida. In appendice c'è una biografia non autorizzata di Leonardo da Vinci. Perché dovrei leggere queste cose, perché?

7.
Sono già milleduecento anni che lavoro in questa cuccia, nel nuovo capannone del reparto "Tommaso d'Aquino Non Lo Sapeva". Il lavoro consiste nel prendere le teglie colme di cibo che arrivano sul nastro trasportatore e aggiungere al contenuto un tuorlo d'uovo. Non so che razza d'impasto venga fuori, ma dall'odore riconosco pesce e formaggio. Quando non ho più tuorli d'uovo chiamo l'assistente che mi porta una scodella con un solo tuorlo. Dopo aver impastato, ripongo la teglia sul nastro, per mandarla chissà dove. Non di rado mangio alcune succulente cucchiaiate di impasto, sebbene mi senta costantemente a pancia piena.

8.
Oggi, finito il turno, ho raggiunto la mia cella, trovandoci una ragazza addormentata. Era proprio la mia cella. Non ero dell'umore giusto per spassarmela, quindi ho chiuso la porta sbattendola, e lei si è svegliata emanando sinistri muggiti.
"Scusa, credo di aver sbagliato cella.", dice, alzandosi, con la sottana nera che la copre fino alle caviglie.
"Non fa niente, capita, si assomigliano tutte. Come ti chiami?", le domando.
"Rita, tu?"
"Davide. Vede che sei anche tu italiana."
"Sì."
Guardiamo il pavimento per un po', cioè per qualche ora, ciondolandoci davanti alla porta.
"Come sei morto, tu?", mi chiede.
"Sono morto diecimila anni fa circa. Ma accomodati pure, ti racconto tutto."
L'ho fatta sedere sul letto, di fianco a me, con il muro in fronte. Sul comodino nero stavano la sveglia e il libretto del regolamento, la mia preziosa mobilia.
"Ti darei volentieri qualcosa da bere", dico, "oppure potremmo ascoltare della musica, guardare un film, ma non ho niente per farlo.".
"Non importa, che dicevamo? della tua morte."
"Sì. Ecco, devi sapere che in vita, dopo aver fumato, avevo il vizio di lanciare la cicca mirando un oggetto, per il gusto di centrarlo o fare canestro. Nidi di uccelli, cestini della spazzatura nelle case altrui dal marciapiede, la bocca aperta di un bambino che sbadigliava, il portafoglio di un signore mentre tirava fuori la carta di credito, le borse della spesa, le marmitte delle auto, le piazzette calve sulla testa dei signori. Erano tanti obiettivi, sempre diversi, e non riuscivo a trattenermi. Era più forte di me, credimi. Ogni volta che miravo giusto mi sentivo realizzato, un grande, uno che si meritava tutta la figa del mondo. Una volta, in macchina, mi fermai a un rifornimento. Feci il pieno, fumandomi una sigaretta ormai agli sgoccioli. Dopo aver messo a posto la pompa, istintivamente gettai la sigaretta nel bocchettone della benzina, ma proprio senza badarci, come quando cammini e non badi al fatto che uno dei passanti possa essere tanto fuori da estrarre un fucile e spararti, senza che anche lui se ne badi. Capisci? Fu un gesto istintivo, di routine, come uno sputo sull'asfalto."
"Così ti sei ritrovato a rompere le uova nel paniere.", dice.
"Sì, anche tu l'hai fatto?"
"Ci sono passati tutti, è da lì che si comincia. Scommetto che hai mangiato il pulcino."
"Sì!", esclamo, "anche tu?"
"E' successo a tutti quelli che sono qui. Ti mettono un uovo già covato. Per qualche ragione imperscrutabile, appena un morto vede un pulcino lo ingolla intero e vivo. Lo sfruttano come pretesto per incentivare il ricambio della manodopera. Lo sai che ora hai un pollo vivo incastrato nello stomaco?"
"VIVO? Ma se sono passati migliaia di anni!", dico io.
"Perché, tu sei forse morto nel frattempo?"
"Beh, ma ero già morto."
"Appunto, anche la gallina era già morta, anche il pulcino".
"Ma non avevi detto che erano vivi?"
"Sì, ma solo dal nostro punto di vista. E' relativo."
"Certo, sì, non sai come continuare e tiri fuori la scusa che tutto è relativo. Anche Einstein disse così, quando si bloccò di fronte ai suoi calcoli, e la passò liscia."
"Ah, non ci avevo mai pensato, hai proprio ragione.", dice Rita.
"Beh, almeno adesso so di non essere il solo a sentire quell'odioso coccodé mentre sono nel gabbiotto."
"Che io sappia, quei polli non fanno mai coccodé".
"Ok lasciamo perdere. Tu invece, come sei morta?", le chiedo.
"Mi trovavo su uno degli aerei che colpì le torri gemelle."
"Davvero?"
"Sì."
"Che culo! Allora hai conosciuto quei puttanieri di terroristi, hai visto tutto!"
"Sì, ho visto tutto."
"Chi c'era a pilotare l'aereo?"
"Io", dice Rita.

9.
E' un po' di giorni, circa duemila anni, che c'è grande movimento di gente in più. Nonostante lo svolgersi regolare del lavoro, è stato dichiarato lo stato d'allarme. Da quel che ho capito non bastano i gabbiotti e le celle per tutti. Molti dormono fuori del capannone o non dormono affatto, altri rompono le palle all'assistente perchè non hanno nient'altro da fare. Rita mi ha detto che sulla Terra si è appena conclusa una guerra termonucleare, con ondate di milioni di decessi a botta e l'intero ufficio di collocamento non è in grado di gestire tutti i morti. Secondo la direzione del reparto, quelli dell'ufficio operativo hanno sbagliato a inserire alcune variabili, perché nei piani del progetto questa guerra non doveva scoppiare così presto.
Il libretto del regolamento parla di queste calamità in mezzo alla biografia non autorizzata di Leonardo Da Vinci, per costringere il lettore a scoprire che il quindicenne Leonardo era solito spostare l'elica dei mulini a vento sul tetto di questi, modificare la struttura dell'impianto e costruire combo di ingranaggi per aumentare la velocità di rotazione dell'elica, facendo decollare i mulini nel cielo toscano. Dice che nei casi di sovrafollamento è necessario distribuire il personale in eccesso in altri reparti che facciano parte della stessa catena di produzione o, in casi estremi, annegarli nell'oceano. Ma del processo produttivo non dice nulla. Dopo migliaia di anni, non ho ancora capito che scopo abbia tutto questo sbattimento, la rottura di uova e i polli nello stomaco.

10.
Ventimila anni dopo lavoro nel reparto "Oltre La siepe Soltanto Un Passero Solitario", trasferito per eccesso di personale insieme a milioni di altri compagni. Anche qui ci stanno capannoni e tapis roulant. Tutto quello che devo fare è mangiare una cosa che ricorda una commistione di gamberetti. Ogni 5 minuti arriva una teglia da svuotare, seguita dalle posate. Per dodici ore. Ogni 5 minuti chiamo l'assistente che si porta via la teglia vuota e le posate sporche.
Il primo giorno, un tipino nero in camice nero mi regalò un altro libretto del regolamento. Dovevo ancora entrare nel capannone e ignoravo cosa nascondesse.
"Ti senti in grado di affrontare il nuovo lavoro?", disse il tipino.
"No, per niente. Si fotta, lei e tutta l'assistenza."
"Ok, sei assunto".
Alla prima pagina del libretto è scritto ciò:
"Crostoni di gamberetti e gorgonzola.
Ingredienti per 4 persone: gr. 300 di gamberetti, gr 70 di gorgonzola, 1/2 bicchiere di panna da cucina, gr. 30 di burro, un tuorlo d'uovo, 6 fette di pane in cassetta, un bicchierino di cherry. Lavate e sgusciate i gamberetti, fateli rosolare nel burro in una teglia, spruzzarli con lo cherry e lasciarlo evaporare, montate la panna ed il gorgonzola ed aggiungete i gamberetti. mescolate bene, togliete dal fuoco e legate il tutto con un tuorlo d'uovo. Tagliate diagonalmente in 4 parti le fette di pane in cassetta private delle crosticine, tostatele leggermente, allineatele su una teglia leggermente imburrata e distribuite sopra i gamberetti con la loro salsa e mettete in forno a gratinare per qualche minuto."
Dunque facevo parte di un grande progetto, avevo dignitosamente offerto il mio contributo alla causa culinaria. Ora che avevo di fronte le caratteristiche del prodotto finito venivo a conoscenza dei suoi segreti. Nonostante questo mi chiedo ancora che scopo ha cucinare crostoni di gamberetti. Che i crostoni stessi fossero lo scopo? Perchè non hanno scelto la cassata siciliana o il carpaccio alla rucola? Perché non ce ne stavamo tutti a passeggiare tra i capannoni, bruciando i libretti del regolamento, magari calpestando gli assistenti agonizzanti sotto la calura?

11. 
Così, teglia dopo teglia, sono passati cinque milioni di anni. Sono tanti, considerando che solo adesso ho capito che qualcosa non sta funzionando. In questa roba manca il tuorlo dell'uovo. C'era già qualcosa che non mi convinceva, a parte la versione che mi aveva dato Rita della sua morte e la maniera in cui nascono i bambini, il sapore dei crostoni mi è sempre risultato incompleto. Per quelli come me che hanno lavorato, tanto per dire, una vita, in mezzo ai tuorli, certi dettagli non sfuggono. Se nella ricetta non ci fosse stato scritto "tuorlo dell'uovo", avrei anche pensato di lavorare per il gusto di far passare il tempo, ma invece risulta evidente il mio contributo sulla carta e certamente dev'esserlo anche sulla teglia. Così ho chiesto di essere invitato per un colloquio alla direzione del reparto, e l'invito è stato accolto.
La direzione si presentava come la solita piramide, ma all'interno era addobbata con quadri sull'ultima cena, mensole colme di libri oscuri, arazzi funerei e trofei teschioidali. C'erano  anche la statua di un psicopompo nudo e un sarcofago aperto con dentro una mummia di cui si vedevano solo gli occhi e la bocca.
"Ciao ragazzo, veniamo al dunque. Cosa ti ha spinto fin qui?", chiede la mummia. Dev'essere il direttore.
"Ho trovato un errore nei crostoni di gamberetti al gorgonzola."
"E perché, che t'han fatto?"
"Niente, che c'entra? Devono recarmi danno?"
"Sì, alle armi per un anno", dice il direttore, affranto, "mi hanno sbattuto fuori dopo un solo anno..."
"Ma che sta dicendo?"
"Scusa ragazzo, tu sei venuto qui a dirmi che hai lanciato per ore cristoni ai poveretti nell'aiuola. Comunque sia non è punibile, ok?"
"MA CHE HA CAPITO. HO DETTO: HO TROVATO UN ERRORE NEI CROSTONI DI GAMBERETTI AL GORGONZOLA."
"Ah, preferisci aggirare il discorso. Va bene, dimmi che cos' hai scoperto."
"MANCA IL TUORLO D'UOVO IN TUTTE LE PORTATE"
Il direttore sussulta nel sarcofago, rischiando di rovesciarsi per terra.
"Incredibile! Come hai fatto?", mi chiede.
"L'ho notato, me ne intendo."
"E poi? che è successo?"
"Che doveva succedere?
"Hai comprato due Nintendo: come hai fatto a rilevare l'errore dunque?"
Per un attimo ho pensato di chiudermi nel sarcofago con lui.
"HO DETTO: L'HO NOTATO, ME NE INTENDO".
"Ah ecco, ora è più chiaro. Beh, è grazie al lavoro negli altri reparti col paniere e tutto il resto?"
"SI'", dico io.
Il direttore sorride, compiaciuto, fregandosi le mani bendate.
"Non era mai capitato prima d'ora che qualcuno individuasse il dettaglio mancante. Sono milioni di anni che lavoriamo qui, milioni e milioni di anni vedendo sempre le stesse facce, e gli assistenti che regolarmante vengono assassinati. Sai, avevo fatto levare il tuorlo d'uovo per promuovere a un livello superiore tutti coloro che se ne sarebbero accorti. Ma non è mai accaduto. Ero sul punto di lasciarvi continuare in eterno, nella vostra sterile posizione, farvi lavorare ignari dell'imperfezione che gravava sul vostro operato, mummificandomi dentro questo sarcofago e vivendo di sogni. Inizialmente ho creduto che fossi anche tu l'ennesimo rompipalle che diceva di aver cristonato i poveretti..."
"PERCHé? QUANTI SON VENUTI QUI A DIRE CIò?"
"Tantissimi, milioni. Li ho sempre rimandati a casa rassicurandoli, dicendo loro che sotto sotto possono cristonare quanto vogliono. Ma tu hai insistito..."
"Ma lei è sordo?", chiedo io.
"Quello? Oh no, quello non è un tordo. E' il teschio di una quaglia dell'asinara, il simbolo della nostra massoneria."
"MA CERTO, CHE IGNORANTE. DUNQUE, POSSO ANDARE?"
"Sì, ti sei anche meritato una promozione."
"Davvero interessante."
"Mi trovi pimpante?", chiede il direttore, "prendi per il culo adesso?"
"NO NO, DICEVO CHE STO PER ANDARE."
"Ok, ragazzo, buon lavoro."
"Addio, spero di non aver più bisogno di tornare da lei."
"Cazzo! Anche io sono apparso in sogno a Marina Rei! Con chi devo parlarne?"

12.
E' pazzesco, un attimo prima mi trovo a separare l'albume dal tuorlo, per passare a sbafarmi  tonnellate di crostoni nel giro di qualche millennio, fino a giungere, dopo milioni di anni, a votare i culi di donne che non vedrò mai in faccia. Come posso specializzarmi lavorando in questo modo? Il gabbiotto è sempre uguale e il nastro trasportatore anche, ma questa volta ho con me solo un portapenne. Arrivano fotografie che rappresentano fondi schiena femminili, di tutte le razze, forme e colori. Il mio compito è guardarli in fretta e scriverci sopra un voto senza pensare troppo alle peculiarità di ogni sedere. L'assistente viene chiamato raramente, solo quando è necessario sostituire tutto il portapenne. Mi chiedo però perché ce ne siano così tanti. Spesso aprono improvvisamente la porta mentre lavoro, infilano la testa e guardano, per poi sparire veloci.

13.
Sulla prima pagina del regolamento c'è scritto questo:
"Regola n.1: è vietata qualsiasi forma di masturbazione mentale, fisica e spirituale sul proprio corpo e su quello dei compagni, all'interno dei gabbiotti durante le ore di lavoro.
Regola n.2: è vietato rubare o prendere in prestito fotografie da mostrare ai colleghi, a prescindere dal disgusto o dall'eccitazione che esse possano suscitarvi, in quanto di proprietà dello stabilimento, e finché non vincete la lotta di classe, è meglio per voi se tenete le manine a posto da ciò che non è di vostra proprietà.
Se violate queste norme e nessuno vi coglie in flagrante fatelo sapere all'assistente di reparto, in modo che possiate essere puniti da chi di dovere."
Spesso, quando sono fuori dal gabbiotto per una pausa, vedo operai desolati dirigersi da un assistente. Questi li osserva in silenzio per comprendere l'efferatezza dell'atto appena commesso, scrutandone la faccia distorta dal rosicamento morale. D' altronde gli assistenti non possono controllare ogni secondo cosa succede nei gabbiotti, quindi per ringraziare gli operai della loro sincerità li accompagnano fuori dal capannone senza torcer loro un capello, per chi li ha. Credo che, come dice il regolamento, questi operai vengano giustamente puniti, anche se non ne ho la certezza perché non li ho mai visti tornare indietro a dirmelo. 
Comunque ho fermato un assistente per scambiarci due parole in merito. All'inizio credeva volessi confessarne una grossa.
"Perché non mettete delle telecamere, invece di comportarvi da voyeur?", domando.
"Perché altrimenti saremmo costretti a installare dei robot al vostro posto."
Giusto, giustissimo. Ho continuato a lavorare un cinquemila anni, crucciato, pensando al nesso tra telecamere e robot. Un giorno ho chiamato l' assistente della volta precedente.
"Ti ricordi quella domanda che ti ho fatto poco fa?", chiedo io.
"Certo, cosa c'è?"
"Ecco, che c'entrano i robot con le telecamere? I robot non si vergognano se li osserva una telecamera?"
"Fondamentalmente no," dice un uomo parecchio nero, vestito di nero. E' il direttore del reparto, di passaggio per un ispezione.
"Vai pure", dice il direttore all'assistente.
"No, non si vergognano", continua il direttore, "ma non è questo il punto. Il punto è questo", dice, indicandomi un minuscolo neo sotto il mento.
"Ha mai pensato di nasconderlo con un po' di barba?", gli chiedo.
"Non ne ho bisogno. Nessuno si sognerebbe di farmi notare quel neo in mia presenza."
"Perché, in altri casi sarebbe possibile?"
"Sì, al videocitofono, per esempio."
"Quindi, tornando alle telecamere?"
"Tornando alle telecamere il cameraman vedrebbe noi ingrandirci sempre di più. E' fenomenale. Suppongo che dovrebbe mettere a fuoco, farebbe meglio ad azionare uno zoom con messa a fuoco automatico, invece di aspettare il nostro avvicinamento. Ah, posto che noi torniamo alle telecamere di fronte all'obiettivo, non dietro"
"Molte scuole di pensiero non sono dello stesso parere, preferirebbero far avvicinare i soggetti, e dotare la telecamera di una messa a fuoco automatica indipendente, piuttosto che investire in uno zoom con messa a fuoco automatica ma dipendente", dico io.
"Certo, ma una telecamera con messa a fuoco automatica indipendente deve avere un emettitore di raggi infrarossi molto costoso, il cui costo è trascurabile nello zoom con messa a fuoco automatica. Mi sono spiegato?"
"No", dico io, "nei gabbiotti non è necessario installare telecamera con zoom automatico o messa a fuoco automatica dipendente o indipendente, ciò che conta è l'angolo di campo."
"L'angolo di campo è un altro paio di maniche..."
"Assolutamente no, signor direttore. L'angolo di campo deve restare fisso, non c'è alcun bisogno di installare lo zoom. Non possiamo effettuare uno zoom mantenendo fisso l'angolo di campo, rischiamo un'interpretazione futuristica della prospettiva. Ne consegue che la messa a fuoco automatica è inutile, perché tanto è fissa anche la distanza del soggetto da riprendere. Mi sono spiegato?"
"No, nemmeno lei si è spiegato. Un altro punto è che non possiamo installare telecamere ad angolo di campo fisso, perché comporterebbe il licenziamento in tronco di tutta l'assistenza, che di fisso e stabile ha solo il posto, prima ancora della ragione. Rischiamo di trovarci con folle di morti disoccupati, truppe di zombi nullafacenti, sparsi per la steppa là fuori, in cerca di una distrazione. Abbiamo ricevuto ordini molto rigidi dall'alto, oltre a torroncini e bottiglie di champagne. Una delle condizioni più rigorose riguarda le politiche di assunzione: la priorità va alla manodopera, che è sempre in eccesso in questo cazzo di posto, subito dopo seguono le segretarie, anche se ridondanti. E' già successo in passato di rimandare indietro i morti impossibili da collocare, per aumentare l'efficienza, sottoforma di spiriti, apparizioni sante e ufo, con l'isteria e il fanatismo che sulla Terra conosciamo bene tutti. Altrimenti a quest'ora avremmo già abbattuto i costi e risparmiato, e aumentato la produzione."
"Certo, si è spiegato benissimo, direttore".
"Non le permetterei di dire il contrario."
"Oibò"

14.
Quando mi presentai davanti al nuovo capannone la prima volta, vidi la scritta "Reparto Lettera di San Paolo ai Corinzi" sopra il portone e davanti c'era un tipino nero in camice nero accogliermi con un gran sorriso.
"Lei crede che io sia in grado?", domandai.
"Ottima domanda, sei assunto.", disse il nero.
Mi mostrò le foto, mi spiegò cosa c'era da fare.
Su libretto del regolamento è scritto chiaramente il significato di questo mestiere. Ogni sedere fotografato appartiene a una donna e rappresenta la visione che ha di quel sedere un maschio, entrambi sulla Terra. Il voto che diamo noi influenza la sua capacità critica, il suo rapportarsi agli altri, una battuta al momento giusto, una sberla o un incidente stradale. Quando a valutare è una femmina, il voto rappresenta la reazione dell'uomo di fronte a quel culo in presenza della moglie o della fidanzata. Se nessuno di noi votasse, nessuno sulla Terra commenterebbe i sederi femminili, sarebbe come guardare un panettone di cemento mentre si aspetta l'autobus. Ben presto le donne non avrebbero più motivo di sfoggiare i loro sederi e il mercato della moda e del vestiario crollerebbe, seguito da quello della chirurgia plastica e della biancheria sadomaso. Il libretto dice che non c'è un criterio di valutazione universale. Per dimostrare questo mette in grassetto il famoso detto "il culo migliore è senza peccato", dicendo che lo sfoggio e l'ostentazione rappresenta sofferenza interiore per l'uomo, che già col pensiero divorzia e cede alle tentazioni. Quindi non è necessario attenersi a misure da capogiro per offrire i voti più alti, anche un asse da stiro devastato da bucce d'arancia, peli e puffi può meritarsi i migliori complimenti. 
Adesso sono una trentina di milioni di anni che lavoro votando culi, e qualche dubbio me lo sono posto. Un mattino ho chiesto udienza con il direttore, che gentilmente si è presentato direttamente nella mia cella.
"Direttore, ho alcune questioni da discutere", dissi.
"Prego."
"Talvolta mi arrivano foto completamente nere. Capisco che volete essere precisi nel riportare i dettagli, ma arrivare a un tale livello d'ingrandimento mi sembra eccessivo."
"No, l'angolo di campo è fisso in tutte le foto. Probabilmente si tratta di un errore, è possibile che la foto sia stata scattata mentre avveniva la chiusura delle palpebre. Oppure si tratta di culi visti solo in sogno durante il sonno, per cui la foto viene scattata, ma non ritrae nulla. Se vuole votare i culi visti in sogno posso trasferirla in un altro capannone, ci sono culi da incubo..."
"No, grazie lo stesso. Poi un'altra cosa, piuttosto importante.", dissi.
"Sì".
"Milioni di anni fa si verificò uno scontro bellico termonucleare. Com'è che in così poco tempo ci sono già tutte queste persone che ostentano o guardano culi?"
"Mio caro, a parte il fatto che ci sono stati milioni di superstiti, da quando ci occupiamo degli esseri umani è accaduto di tutto sul pianeta Terra, e l'uomo non è mai cambiato. Non sarà certo una guerra nucleare a trasformarlo. Egli è rimasto ancora lo stesso, compresi i suoi usi e costumi."
"Vuol dire che ci sarà un'altra guerra nucleare laggiù, tra qualche migliaio di anni?", domandai.
"Perché no? E' possibilissimo, anzi, sicuro."
"Ma no, è terribile!"
"Terribile?", chiese, guardandomi stupito, "e a lei cosa cazzo può fregare?"
"In effetti... ha ragione." dissi.

15.
Milioni di anni fa, quando diventai operativo in questo mondo, la prospettiva di fare carriera non era nemmeno presa in considerazione. Ma tenuto conto che un pollo vivo dimora ancora nel mio stomaco fin da quando cominciai con la gavetta orrenda dei crostini o cristoni, nemmeno ricordo più cos'erano, pretendo che mi sia riconosciuto il diritto di ascesa nella struttura verticale del potere. Per questo mi sono presentato, qui, ora, nell'ufficio della direzione del reparto "Lettera di San Paolo ai Corinzi".
"Buongiorno. Ma io quanti giorni di ferie ho maturato?", chiedo.
"E devo saperlo io?", risponde il direttore.
"Direttore", dico, prostrandomi ai suoi piedi, "tutto quel sederume mi da' la nausea. Preferirei la lobotomia piuttosto che continuare a compiere quotidianamente quello schifo, così che possa evitare di pensare al mio stato."
"Ma mi faccia la cortesia, guardi come si sta riducendo, su, si rialzi, un minimo di dignità! Se vuole migliorare la sua posizione deve dimostrarmi di valere molto di più!"
"Non bastano tutti questi anni di fiducia?"
"No", dice il direttore, "non bastano. Ora torni a guardare culi o a mangiare gamberetti, se non ha niente di meglio da dire."
"No, un attimo. Mi sono posto una domanda fondamentale. Si metta comodo."
"Ok, sentiamo."
"Cosa c'entra il lavoro attuale con la precedente produzione dei crostoni? Perché non sono stato assegnato al lavaggio teglie e posate?"
Il direttore si alza in piedi, passeggiando per l'ufficio, confondendosi con il nero delle pareti.
"Nei livelli più bassi", dice, "una domanda simile è considerata un segnale della genialità dei nostri operai e vengono promossi all'istante. Sono pochi quelli che, trovando il posto di lavoro brutalmente cambiato, decidono di porsi certe domande. La maggior parte continuano sulla strada sempre più dissestata, senza risolvere il problema di eliminare i sassi. Ma farla qui davanti a me, questa domanda, è da coglioni. Lei sta perdendo punti così, parecchi punti, significa che non ha la minima idea del posto che occupa e delle persone con cui lavora".
"E allora mi dica lei! mi dica lei, cosa devo fare!"
"E' lei che deve rispondere, non ha altra scelta. Quando avrà trovato la risposta, si faccia vedere nuovamente. Anche da uno psichiatra."
"Quando si è verificata l'ultima promozione in questo reparto?"
"Non c'è mai stata, in questo reparto, l'ultima promozione. Ora sparisca, merda che non è altro."

16.
Non posso più sopportare oltre. Nessuno sarebbe in grado di rispondere.
Stamattina ho incontrato Lotta, e le ho parlato della faccenda.
"Tu hai cominciato con le uova, giusto?", ho chiesto io.
"No, ho lavorato due milioni di anni nel reparto di selezione dell'uva migliore", ha detto Lotta orgogliosa.
"Ah, e poi? Che hai fatto?"
"Poi sono ho riempito di vino dei calici e prima di arrivare qua ho fatto l'assaggiatrice."
"Hai in pancia qualcosa?"
"Sì, un baby-alcolizzato", ha detto.
"Bene. Ti sei mai chiesta cosa c'entra questo lavoro con quello precedente?"
"No"
"Fallo, subito."
Lotta resta immobile qualche secondo, sprofondata in chissà quali riflessioni. Poi stringe le tempie con le mani e urla.
Urla.
E urla.
E' giunto il momento di scioperare.

17.
Questi sono giorni di pace, oltre che di pece. Gli assistenti fan capolino nel gabbiotto, e notano che guardo le foto passare senza prenderle e giudicarle. Uno di loro è rimasto a fissarmi.
"Non lavori?", ha chiesto lui.
"Sì che lavoro. Sto semplicemente aspettando la foto del culo definitivo, quello cosmico, divino, quello dove ci depositi la faccia e ci dormi tutta notte."
"Ehi, quando la trovi, mi fai un fischio?"

18.
"Sono cinquemila anni che lei si rifiuta di valutare i sederi", disse il direttore.
"Perché non ho visto il suo, altrimenti..."
"La smetta!" urlò, "per colpa sua una buona fetta di norvegesi soffrono di apatia, risultano antipatici e snob agli occhi degli amici e si rendono noiosi scrivendo saggi dal titolo "La censura del corpo per uccidere il porco' o 'lo zen e l'arte dell'educazione per strada'. Lei sta rischiando grosso, lo sa? Lei rischia proprio grosso!"
"Non ritengo più opportuno continuare a contribuire come ho sempre fatto. Continuerò a restare in questa posizione finché le mie richieste non saranno soddisfatte."
"Va bene, può andare", disse il direttore.
"Prego?" 
"Può andare, ho già deciso sul da farsi."
"Dice davvero?"
"Sì, non si preoccupi", disse, sorridendo e stringendomi la mano, "torni pure alla sua cella. Buona fortuna."

19
Mi svegliai, come tutte le altre mattine, sul mio letto, nel mio buco nero, tra quelle quattro mura oscure che inghiottivano la luce del sole.
Arrivato al capannone fui accolto da un tipino nero in camice nero. Sorridendo, mi porse il libretto del regolamento. In copertina imperava la frase "meglio sudare per un uovo rotto, che sporcarsi di sangue per un pollo cotto". Pesante. Giunsi al gabbiotto e vi entrai. Di fronte c'era un tavolino nero con un paniere nero e una scodella nera. Sul pavimento nero, a sinistra, c'era un secchio nero di plastica. Davanti a me scorreva il nastro trasportatore, nero, dove transitavano delle uova di gallina. Dovevo prendere le uova in arrivo e romperle nel paniere una alla volta, versando il tuorlo nella scodella e l'albume nel secchio assieme al guscio. Quando la scodella o il secchio si riempivano c'era da chiamare l'assistente, nero, che entrava nel gabbiotto per cambiarmeli...



13 luglio 2006

Niente di particolare

Questa mattina sono entrato in ufficio con la maglietta nera dei Motorhead completamente imbrattata di sborra, davanti e dietro. La mia postazione è subito di fianco alla porta, quindi mi son seduto e nessuno ha fatto caso alla maglietta, nemmeno a me tra l'altro.
Dopo mezz'ora passata su ebay a cercare impianti siderurgici in offerta sono stato chiamato dall'ufficio segreteria per un chiarimento legato a una delle conoscenze nel curriculum vitae, niente di particolare.
Entro in segreteria e saluto. C'è solo una delle impiegate, una ragazza di diciannove anni che lavora come stagista.
"Hey, hai la maglietta sporca", dice.
"Già"
"Che roba è?"
"E' sborra"
"Eh?"
"Sborra"
"Cioè?"
"Lasciamo stare"

Tornando al mio ufficio sono passato dalla saletta caffè.
C'era Gesù Cristo che aspettava la fine della preparazione del suo cappuccino.
"Cristo", ho detto.
Lui si è girato.
"Rigirati và"
L'ho preso a calci in culo fino a farlo svenire, e ho bevuto il suo cappuccino, che in realtà era camomilla.



12 luglio 2006

Rivalutazione

Stavo rileggendo i programmi di governo illustrati durante le campagne elettorali dei nostri esponenti politici. Sorrido quando rileggo uno dei passaggi del programma di Silvio:
"Diminuzione del tasso di disoccupazione mediante la soppressione indolore di tutti i disoccupati"
Non specifica quale sarebbe il metodo indolore, ma non è questo il punto.
Una buona parte degli elettori, stando ai risultati, ha votato il programma di Silvio ignara o d'accordo con quella clausola. Essere ignari significa essere d'accordo, andare d'accordo con qualcuno significa ignorarlo, ma non è questo il punto.
Leggo Romano Prodi:
"Diminuzione del tasso di disoccupazione mediante rivalutazione del disoccupato".
Non specifica quale sarebbe il metodo rivalutativo, ma non è questo il punto.
Una buona parte degli elettori, stando ai risultati, ha votato il pogramma di Romano ignara o d'accordo con l'idea di rivalutare. Essere d'accordo con l'idea di qualcuno significa essere ignari delle implicazioni pratiche di quella idea, ma non è questo il punto.
A distanza di poco tempo mi basta guardare intorno per scoprire in cosa consiste la rivalutazione del disoccupato. Trattori e mietitrebbie chiusi in garage, migliaia di trentenni in giro per i campi a trainare carri e carretti; donne incastrate nella loro celletta di mungitura per servire il migliore latte fresco nelle tavole degli italiani; uomini di mezza età alimentati con accelerazioni proteiche liberi di rotolarsi nei porcili in attesa dello sgozzamento; neodiplomate senza mercato nel terziario, chiuse nelle batterie a cagare uova tutto il giorno; neolaureati sotto i ventinove anni che passano la giornata a soffiare sui processori per tenerli freschi; donne e uomini particolarmente villosi, senza qualifica specializzata e inabili a parlare l'inglese, spellati vivi per la produzione di pellicce.
Ma non è questo il punto.
Faccio finta di non vedere, di non sapere, e ogni sera, quando torno a casa, vado da Milvo.
Milvo è il mio vicino di casa, che da quando ha perso il lavoro ha deciso di venire a patti con me. Lo tengo in cortile, nudo, con un collare legato a una grondaia tramite catenaccio. Tutto quello che deve fare è fissare il vuoto, o urlare ai passanti senza dare l'idea di fissare qualcosa di particolare. La sera torno a casa e gli riempio la ciotola. Non deve fare nient'altro che urlare e mangiare quando torno a casa. Niente a cui pensare, niente su cui lavorare, a quello ci penso io. Gli ho detto che quando c'è la luna piena può provare a urlare forte, per il gusto di farmi telefonare dai vicini che mi impongono di prenderlo a calci. Infatti è quello che poi faccio.
Lui sa tutto, fa finta di niente, si sforza di non ridere, ma non è questo il punto.
Sono andato nel sitoweb del governo, e ho inviato una mail a Romano Prodi. L'ho invitato a cena, lui e sua moglie.
Spero che la legga.



11 luglio 2006

Sparare si puņ

Un carabiniere ha citofonato a casa mia, chiedendo di entrare. Non sapevo cosa rispondergli, se farlo entrare fidandomi della divisa o se ritenerlo un semplice sconosciuto o perfino un impostore. Ma poi perché mai dovrei dare accesso a chiunque solo perché ha una divisa? La prima risposta è stata:
"No grazie, non compriamo niente".
Ha sparato sul citofono e a quel punto mi è piaciuto così tanto che l'ho fatto entrare.
Sulla soglia ha tirato fuori delle carte. Detto così potrebbe sembrare che parlo genericamente di documenti o autorizzazioni. No, parlo proprio di carte. Ci siamo messi a giocare a scopa e dopo appena una partita ha tirato fuori la vecchia storia del servizio militare.
Secondo lui non mi ero presentato otto anni fa in caserma. Gli ho detto molto gentilmente che il verdetto del quiz effettuato ai tre giorni fu l'internamento per tre anni in un manicomio sotterraneo, uno dei quali passato a riprodurmi in continuazione con i topi del luogo.
Lui insisteva, finché non gli ho svitato il tappo e tutta l'aria che lo gonfiava si è mescolata nell'atmosfera casalinga. L'ho preso che era sgonfio per terra, sono andato in bagno e l'ho riempito d'acqua. Adesso parlava molto più lentamente e ammucchiava le sillabe tutte insieme, non era poi così spedito di riflessi tanto che gli ho prelevato la pistola dalla fondina, ho aperto la finestra, mi sono messo a sparare al cielo.
Osservavo in silenzio le nuvole ferite mortalmente precipitare sulla terra, con i colori sanguigni di un tramonto blasfemo in pieno giorno. Quando il colosso di vapore acqueo dilaniato era a pochi metri dal suolo ho sentito qualcuno in strada gridare un porcodio di terrore. Mi sono voltato verso il gommone in divisa, ho incontrato il suo ebete sguardo prima di dimenticare tutta la mia vita.



10 luglio 2006

Chi sogna i tonni č pazzo

Questa mattina hanno trovato i migliori amici di tutti ammazzati a letto affondati nel materasso, con un cazzo in cancrena di quanta centimetri affondato nel cuore. Io che son qui non sono il migliore amico di nessuno. Mi gratto le gengive per allontanare la sensazione di essere un generatore di spari.
La migliore consolazione è galleggiare nel non sapere cosa sto dicendo.
Gioco a bocce con le rotule di chi mi capita a tiro.
La luna gravida tra le fronde delle conifere suburbiane nel blu depresso di una domenica invecchiata. Si dilata spermatica, liquido amniotico in ebollizione, nel plasma verdazzurro della fantascienza personale, nel sangue secco d'ansia, causa marea negli umori umani, nel liquido cerebrospinale che non trova fuga fino a esplodere, scaglie e piastre di cranio rotolano nell'aria, cerebro festante rilasciato a sciami, come la semenza sparsa da una contadina.
Fumare provoca il cancro all'atmosfera, l'aria trasclocata dalle fabbriche del vento è satura di carbonella inutile, si respira il nero, si vede nero, si sputa il nero, parlo nero. L'aria pesante fatica ad alzarsi, si può arrivare ad uccidere per un po' frescura. Il vento si adagia sugli asfalti in pozzanghere d'ombra, inghiotte la luce e i randagi, si chiude nella tana tumorale. Non si trova un vento sano per effettuare un trapianto compatibile, bisogna andarlo a cercare su altri pianeti.
L'unico vento sano rimasto nell'universo conosciuto è quello delle tempeste marziane, e io non so ancora come si ride su Marte.



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