Boff
Dalle macerie in poi
Inondazione
Worro, ovvero i tempi che cambiano Sono sdraiato sul pavimento della cucina che bevo una bottiglia di minestrone. Squilla il telefono, appoggio la bottiglia, faticosamente mi alzo squarciando l'aria impestata dall'afa. Raggiungo il telefono, rispondo. Dopo mezz'ora squilla il campanello.
Io, Grocco e Glue (parte I)
Dormo con la finestra aperta. La tapparella abbassata quanto basta, ma la finestra è aperta.
Alle sette del mattino mi sveglia un coglione dalla strada, nel silenzio del villaggio urla "Ma allora!". Dunque mi alzo. Sono nudo davanti alla tapparella, mi imbratta di luce il torace. In strada non c'è nessuno. Un uccellino propone un fraseggio mentre avanza l'alba. Lancio un'occhiata storta all'albero in giardino, l'uccellino smette. Mentre torno a letto mi accorgo di essere tutto bagnato. Il materasso ad acqua è squarciato, ce n'è dovunque.
Mi passa la voglia di tornare a dormire, mi passa la voglia di vestirmi, lavarmi, mangiare.
Mi rovescio fuori casa completamente nudo. A quest'ora non c'è nessuno in giro, soprattutto in agosto. Cammino per due km. Il sole cresce dietro i cedri. L'aria si riscalda. Qualcuno esce per fare la spesa.
Esco dal paese e arrivo in autostrada. Corro nella corsia centrale sbracciando alle auto che arrivano. Una si ferma. Alla guida c'è un bambino, non più di cinque anni.
- Sei pazzo? - domando.
Il bambino mi guarda terrorizzato. Lo prendo per un braccio e lo lancio nel fossato ai bordi dell'autostrada. Entro in auto. Mentre inserisco la retro e accelero ha il coraggio di gridarmi "fanculo".
Percorro non so quante decine di chilometri in retromarcia, lasciando che siano le altre auto a schivarmi. Sento una sirena avvicinarsi velocemente, vedo la sirena nello specchietto retrovisore, l'auto della polizia si avvicina e non cambia corsia, ci scontriamo.
Avevo dimenticato di mettere la cintura. Sfilo la testa fuori dal parabrezza. Il volante mi ha spappolato il testicolo sinistro. Mi volto verso il finestrino. Il poliziotto mi guarda. Ha un fiume di sangue che gli scorre dalla fronte giù per il naso e cola a fontana dal mento. Ha un occhio sfondato. I pantaloni sono gonfi di sangue all'altezza dell'addome.
- Patente e libretto - riesce a dire il poliziotto.
Il libretto lo cerco nel cassetto ma non c'è, non è la mia auto, chissà dov'è.
Faccio per sfilare il portafoglio, ma sono nudo. Già, nudo.
- Ma le pare? - domando.
Apro la portiera ed esco. Il poliziotto non si sposta, nemmeno reagisce, sta lì in piedi e basta.
Lo spingo con il braccio, cade a terra con questo rumore: "Boff".
Esco dall'autostrada, torno a casa passando per la campagna inzuppata di pioggia, attraversando i campi di mais, facendo finta di niente quando entro in paese, facendo finta che tutti facciano finta di niente.
Entro in casa e trovo mia madre ad aspettarmi.
"Dove sei stato tutti questi anni?".
"Boff".
A questo punto parte un frastuono, tutto intorno alla casa. Dalle finestre vedo scorrere luci, macchie di muro, come se la casa sfrecciasse nel tubo della metropolitana. Il rumore è quello.
Si interrompe all'improvviso. Sono al centro del mio soggiorno, a bordo di una sedia a rotelle, la cravatta mi stringe il collo, la camicia è troppo larga. Non ho le gambe. Ho una pistola in mano, il braccio alzato punta la pistola verso la faccia di un uomo che non conosco, in piedi davanti a me, vestito come me. Mi guarda terrorizzato come il bambino di cinque anni, una goccia di sudore gli scorre dalla fronte giù per il naso e cola a fontana dal mento. Ha un occhio di vetro. I pantaloni sono gonfi di paura.
- Aspetta, ti prego - dice.
Sorrido e dico "Bang". Abbasso il braccio e mi metto a ridere.
Ride anche lui, "boff!", dice, continua a ridere.
Alzo il braccio e la pistola fa bang.
Boff.
Se faccio fuori uno mentre non se ne accorge lo faccio fuori comunque?
17 agosto 2006
Il tavolo della cucina è coperto di macchie di caffè. Sono le sei e mezza del mattino. Mi sono appena alzato. Le macchie di caffè. Non capisco il perché delle macchie. Di caffè, e delle macchie in generale. La caffettiera è sul fornello, vuota, sporca. Macchie di caffè. La porta del balcone è socchiusa. Il pavimento del balcone è coperto di piastrelle spaccate a metà, bruciate. Il vetro è opaco, velato da uno strato di cenere. Macchie di caffè. Le sedie sono rovesciate sul pavimento, attorno al tavolo. L'aria odora di qualcosa, puzza, qualcosa che non saprei dire, che non ricordo di aver mai sentito prima. Gli eventi più recenti tornano come presentimenti. Confondo i sogni veloci del mattino con gli accadimenti della sera precedente, delle mattinate in catalessi, dei pomeriggi caldi e bavosi. Macchie di caffè. Montagne di corpi da stirare, cervelli da lavare, costati da ascoltare. Siamo nelle mani dei presentimenti.
In piedi sul comodino al centro del balcone spremo un coso con lo spremiagrumi. Manca il pudore. In piedi di fronte allo specchio del bagno, io in stato comatoso, brillante di pallore e con gli occhi socchiusi, lascio cadere fiotti di fagioli dalla bocca impastata. Manca l'autocontrollo. A una riunione di tutti i miei amici biondi ci scappa una scoreggia colossale. Manca l'educazione prima di tutto. Il telegiornale interrompe una cloacopera per informare tutti quanti che dio parteciperà all'isola dei famosi. Manca il rispetto. In famiglia un documentario sulla pillola del giorno dopo. Manca il verbo. Una famiglia di castorini si rifugia sotto la poltrona. Manca la sicurezza. Se il giorno prima hai trovato un uomo imbalsamato con catrame dentro il bagagliaio della tua auto è bene che tu prenda la pillola del giorno dopo. Manca poco.
Finalmente ho trovato il coraggio di dirlo.
Mi hanno rapito gli alieni. Come si chiama? Abduction? Incontro ravvicinato del quarto tipo credo. Non so se prima del quarto ce ne siano altri. Forse il terzo esiste perché ci hanno fatto un film. Non so se esistono altri tipi oltre il quarto. Per quanto mi riguarda possono anche esistere incontri del trentesimo tipo, occasioni in cui da qualche parte si incontrano tutte le razze dell'universo in una volta sola.
La faccenda del rapimento è vera. Ovviamente appena ho capito di essere stato rapito sono scoppiato a ridere. I presenti nella cella di benvenuto si sono imbrattati delle mie risate insaguinate. Non capisco perché mentre trascrivo questa mia povera storiella mi viene in continuazione da bestemmiare. Mi sento come una sinistra euforia da sovraccarico.
Ok, sarò breve: gli alieni mi hanno rapito; hanno telefonato al governo italiano chiedendo Mediaset come riscatto; hanno risposto che insieme a me vorrebbero anche il leggendario quadro di Bottanzio del contadino che mangia il formaggio con le pere; gli alieni rispondono di no; il governo italiano offre dei soldi; gli alieni ridono; il governo italiano manda a fanculo; gli alieni si eclissano. Per fortuna che ho sognato di essere salvato. Allora è tutto a posto.
Le macchie di caffè. Trovo in giro per casa dei bigliettini. Li raduno tutti sul tavolo della cucina sopra le macchie di caffè. Li leggo uno alla volta. Riportano il resoconto di una strage. Ogni bigliettino termina con un singhiozzo. E' il quadro finale che rappresenta una distesa di macerie. E' come se li avessi scritti io. Nessuna presenza umana. Le uniche due persone che esistevano poco prima sono state la causa di tutto. Siamo stati la causa. Come possono esserci le macerie di qualcosa che non è mai stato costruito? Mi imbarazza non poco constatare che un principio corrisponde a un cumulo di macerie. Scoppio a ridere, intanto lancio occhiate alla mia sinistra, attraverso i cuniculi di casa mia, dove nell'ombra danza qualcosa di cui non percepisco il senso.
08 agosto 2006
Sul fondale della notte crescono accenni di lampioni nell'oscurità macchie d'ombra sul marciapiede cammino guardingo in attesa di nuovi rumori arrivo al portone salgo le scale infilo la chiave nella serratura apro spalanco la porta addosso al buio come al solito il braccio sinistro indovina l'interruttore è l'abitudine la luce biancastra mi spezza i nervi strisciando verso il letto mi infilo vestito la testa schiacciata tra materasso e cuscino si spalma sottile annulla spessori di ingenue fermentazioni indecenti inettitudini.
Mi espandevo per strade senza nome
invadevo di me ogni asfalto
ti percorrevo tutta
imparando a come aspettare l'alba
nelle notti fresche d'agosto.
Soddisfavo la mia voglia di conoscerti
affogandoti e basta.
07 agosto 2006
- Pronto?
- Ciao, indovina chi sono?
E' una voce femminile.
- Un attimo.
Poso la cornetta, dallo scaffale sotto il telefono tiro fuori la rubrica dei numeri telefonici, la apro sulla prima pagina. Prendo la cornetta.
- Ci sei?
- Sì, allora?
- Ada.
- No!
- Adele.
- No!
Per cinque minuti le recito ogni nome che trovo nella rubrica. Avrei potuto discriminare i nomi femminili da quelli maschili, non l'ho fatto.
- Geppia?
- Sì!
- Ciao Geppia.
- Ti spiace se vengo a trovarti?
- Sì, ma se proprio ci tieni...
- Arrivo!
Chiudo il telefono, lo stacco dalla presa. Prendo il cellulare e controllo che sia spento. Torno in cucina, afferro la bottiglia di minestrone, mi sdraio sul pavimento e ricomincio a bere.
- Avanti! - grido.
- Non si apre! E' chiusa!
- Insisti!
Dopo i vani tentativi di aprirla tramite maniglia, Geppia riesce a buttare giù la porta con l'aiuto dei pompieri. Sono ancora sdraiato in cucina con la mia bottiglia di minestrone sul petto, ormai quasi vuota, e c'è questo pompiere che mi guarda dall'alto.
- Signore, poteva anche avere la cortesia di aprirle - dice.
- Scusate, pensavo che la mia amica ci riuscisse da sola. La prossima volta la butterò giù io la porta.
- Bravo, è così che si fa.
Il pompiere va via. Compare Geppia, tiene per mano un insetto alto circa mezzo metro. Mi alzo, finisco di bere il minestrone e butto per terra la bottiglia, che ovviamente si rompe.
- Ciao Geppia.
- Ciao!
- Dove l'hai trovato quello? - domando, indicando l'insetto.
- E' mio figlio.
- Ah, sì? Ma è un insetto.
- Sì, un moscone nano, per la precisione.
- E ti sembra normale?
- Sì, non sai?
- Cosa?
- L'ho partorito io, in Lussemburgo. L'unica clinica al mondo che ti impianta nell'utero quello che vuoi tu, e quando è pronto, dopo un po' di mesi, lo sputi fuori.
- Hai avuto un'idea originale.
- Grazie, più che altro non è ancora di moda.
- E cosa va di moda in sala parto adesso?
- Lo scoiattolo volante.
- E' una figata.
- Sì.
- Vabè, come si chiama?
- Worro. Worro, saluta il mio amico.
Le mandibole si aprono. Una bolla in mezzo alle mandibola scoppia e Worro proferisce:
- Zzzzbwbwbwbzbzbz.
- E' ributtante - dico.
- Ah, li conosco quelli come te. Stanno tutto il tempo sdraiati per terra a bere minestrone fatto in casa, mentre là fuori cambia di tutto. Se vivessi come le persone normali adegueresti i tuoi gusti alle novità.
Worro fa un balzo verso la finestra, come se volesse buttarsi giù, ma è chiusa. Il suo corpo occupa tutta la finestra e quasi siamo al buio. A me sembra veramente ridicolo.
- Mi sembra veramente ridicolo - dico.
- Naaa, guarda qua. Worro, fai vedere cosa sai fare!
Worro scatta via dal vetro, percorre tutta la sala ronzando non tanto come un moscone, sembra invece un condizionatore d'aria al massimo. Si mette a volare attorno al lampadario.
- Visto? - dice Geppia.
- Lo sapevo che se ne usciva con questa trovata. E sulla merda?
- Cosa?
- Ci va mai sulla merda?
- Stronzo!
Geppia mi tira uno schiaffo.
- Andiamo via, Worro.
Dannazione, io e i miei pregiudizi. Worro torna a terra. Tenendosi per mano Geppia e Worro escono dalla porta sventrata. Prima di vederli girare l'angolo del pianerotto Worro si volta e fa scoppiare la bolla tra le mandibole. Quella specie di muco scroscia a terra come una secchiata. Figlio di puttana, mi toccherà pulire.
Vado alla finestra e li guardo allontanarsi. Più in là, sulla strada, un auto procede lentamente. Sui sedili anteriori c'è una coppia di esseri umani, è bene specificarlo. Infatti dietro è seduto un lombrico che occupa tutto il sedile posteriore. E' proprio un lombrico. Alzo lo sguardo. Su un balcone della palazzina di fronte una lucertola di quasi due metri fuma una sigaretta. Un gruppo di scoiattoli volanti giocano a saltare avanti e indietro tra il davanzale e un albero.
Torno in cucina, apro il frigorifero. Il minestrone è finito, e ho finito anche gli ingredienti. Mi toccherà fare la spesa, uscire di casa per la prima volta dopo vent'anni. Prendo lo straccio e vado a pulire il pianerottolo.
02 agosto 2006
Cammino nel corridoio, accumulo un passo dopo l'altro, la pila di fogli in mano. Ogni volta che transito in corridoio non riesco a non pensare a un obitorio. Qualsiasi cosa stia pensando la interrompo, ammiro le pareti, le luci, l'odore dell'aria, penso a un obitorio. E non perché i frequentatori dell'ufficio siano tutti morti, me compreso. Sarebbe anche troppo ovvio, soprattutto per me. Comunque andate in un obitorio, capirete cosa intendo.
Arrivo alla stanzetta, chiusa. Apro la porta.
La scena che mi si para davanti è quella del nostro capo (donna) sdraiata supina sulla scrivania, nuda, con le gambe oltre il bordo del piano. Grocco, un mio collega, è in piedi. Ha i pantaloni calati, le mutande anche, stropicciate in mezzo ai pantaloni. Sta penetrando Glue (il nostro capo), pompando avanti e indietro. Resto immobile qualche secondo. Grocco si ferma, volta la testa e mi fissa.
- Chiudi quella porta, coglione!
Chiudo la porta. Grocco riprende a macinare.
Non li guardo. Mi dirigo alla fotocopiatrice e comincio il mio lavoro. Un foglio dopo l'altro. A pochi metri da me sento l'aria di Grocco uscire a spari dal naso. Mi immagino il sudore sui loro colli. Glue non emana suoni. Non sembra finire mai. A un certo punto mi accorgo che Grocco va al ritmo della fotocopiatrice. Mi sembra di andare in trance. La fotocopiatrice smette, raccolgo tutti i fogli e mi volto.
Grocco mi ignora. Il corpo di Glue viene sbattuto avanti e indietro sul tavolo. Glue non sembra farci caso. Tiene gli occhi chiusi, ha il volto leggermente contratto, immobile. Ha l'aria come di una che sta per assumere un cucchiaio di una qualche medicina.
Il respiro di Grocco si fa gemito. Sempre più forte. Nel giro di pochi secondi viene, o almeno credo. Glue apre gli occhi, espelle il cazzo di Grocco e si mette seduta. Mi ignora intanto che si riveste. Grocco si rialza le braghe, ci arrotola dentro il cazzo, chiude tutto e si dirige verso la porta. Glue lo segue, impeccabile, esce dopo di lui e chiude la porta.
Grocco riapre la porta.
- Non esci? - chiede.
Esco.
Percorriamo il corridoio insieme. Penso all'obitorio. Il cellulare di Glue esplode in polifonia con un motivo che non conosco, risponde intanto che entra nel suo ufficio. Grocco prosegue verso la macchinetta del caffè. Entro nel mio ufficio, mi siedo. Sbatto i fogli sulla scrivania. Non ricordo più per quale motivo ho fotocopiato quei fogli.
***
- Cosa hai ordinato? - chiede Grocco.
- Io? Riso all'imboscata - rispondo.
- Anche io! - aggiunge Glue.
- Che è? - chiede Grocco.
- Sembra riso al pesto. I chicchi di riso sono enormi, sembrano mezze sigarette. Sono verdi perché ci aggiungono la muffa del galbanino - dico.
- Cioè sarebbe riso alla muffa?
- In un certo senso sì.
- Ma è una merda!
- No, assaggialo.
- Perché si chiama all'Imboscata?
- Guarda, non lo so.
- Tu lo sai?
- Boh - risponde Glue.
Il riso arriva e lo assaggiamo.
- E' buono, dovresti provarlo - dico.
Infilo due mezze sigarette in bocca a Grocco. Mastica un po'. Lo sputa sul tovagliolo. Intanto la cameriera gli mette davanti l'insalatona.
- Madonna che schifo! - urla Grocco.
La cameriera lo guarda interdetto, si avvicina all'insalatona per annusarla.
- Ma non l'insalatona! Lasciamo perdere - dice Grocco.
Noi ridiamo. La cameriera si allontana.
- Davide - dice Glue.
- Che c'è?
- Sai usare una telecamera? E' facile.
- Mai provato una telecamera.
Continuiamo a masticare. Dopo un po' chiedo perché.
- Cosa perché? - domanda Grocco.
- Ce l'avevo con Glue.
- Eh? - domanda Glue.
- La telecamera.
- La telecamera?
- Lasciamo perdere.
Passa la cameriera, posa in mezzo al tavolo una cesta con le fette di pane. Casse nascoste emanano canzoni di merda. I televisori appesi al muro mandano lo stesso telegiornale. Le macerie in Libano. Mastico guardando le macerie. Grocco e Glue masticano guardando il piatto. Ai tavoli vicino masticano, parlano masticando, ridono masticando. Ridono soprattutto. E' veramente eccitante l'idea dell'impasto in bocca nel gioco del vedo\non vedo. Le voci del posto si confondono in una sola. Il rumore delle posate contro i piatti. Delle monete versate in cassa, di una sedia spostata. Continuo a masticare. Grocco beve, Glue guarda le macerie, lancia un'occhiata al piatto, crea una forchettata, alza la testa, mi guarda negli occhi. Allunga la forchetta piena di verde verso di me e apre la bocca. Le pareti della bocca sono coperte dai frammenti di riso. Sembra che gli sia esplosa la dentiera.
- Oggi ho provato il nuovo biglietto dell'ATM - dice masticando.
Grocco continua a guardare il piatto masticando. Glue ridacchia e mastica. Finisce che svuotiamo i piatti. Le fette di pane sono ancora nella cesta.
***
Grocco mi ha chiamato, anzi urlato di andare da lui per farmi vedere una cosa, e sono davanti al monitor che aspetto.
- Guarda qua - dice sottovoce.
Clicca su un'icona e parte un filmato.
C'è un gruppo di uomini che sbatte alcuni animali per terra tenendoli per le zampe. Credo siano volpi, o visoni. Dopo un po' gli animali restano a terra immobili, quindi vengono appesi a testa in giù. Un uomo amputa l'estremità di una delle zampe, prende un lembo di pelle con la pelliccia e da lì parte per sfilarla tutta. Durante questo processo l'animale si risveglia e si muove convulsamente. Muscoli e nervi al vento. Non c'è audio, a parte il rumore delle ventole.
Grocco chiude all'improvviso il filmato.
- Hai visto che roba? - domanda.
- Eh, e allora? - rispondo.
- Tu cosa faresti?
- Cosa farei in che senso?
- Sì cioè, cosa faresti tu?
- Cosa farei... cosa farei al posto di chi??
Grocco fissa il desktop. Credo stia pensando alla risposta.
- Cosa faresti al posto dell'animale?
- Che cazzo di domanda è, Grocco.
Grocco torna a fissare il desktop.
- Cosa faresti, dimmelo.
- Mah, non lo so, chiederei un avvocato?
Grocco torna a fissare il desktop.
- A chi?
- Ai carnefici.
Grocco torna a fissare il desktop, stavolta non sembra riprendersi.
Vado alla mia postazione. Dopo dieci minuti torno da Grocco.
- Grocco, ma tu che ne pensi del filmato? - domando.
- Guarda qua - dice sottovoce.
Clicca su un'icona e parte un altro filmato.
Un uomo ha in mano un barattolo pieno di ragnetti agitati. Di fianco a lui c'è una donna nuda in ginocchio di spalle. Lunghi capelli rossi. La donna si piega in avanti. Ha un culo enorme. Compare un altro uomo con un imbuto in mano. Infila l'imbuto nel culo della donna. L'altro uomo apre il barattolo e lo svuota nell'imbuto. I ragnetti spariscono tutti nel buco nero. La donna si volta un po' e mostra l'espressione estatica. Grocco ride. L'uomo dell'imbuto toglie l'imbuto dal culo della donna. Tutti i ragnetti imprigionati dentro. Il volto della donna diventa a forma di U. I due uomini guardano sorridenti nella telecamera e il filmato finisce. Grocco ride e chiude il filmato.
- Bello eh? - mi domanda.
Lo guardo come se fosse un ragnetto del cazzo, uno di quelli da schiacciare per sbaglio.
- Ho creato una cartellina apposta, l'ho messa condivisibile a tutti - dice - vai in rete, si chiama FigatePaura.
- E ci hai messo quella roba?
- Sì, anche quello degli animali.
- Ah.
Grocco ride.