T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


19 ottobre 2006

4 di 7: la 90

Nel corso della mattinata quei coglioni dell'assistenza ascensori hanno introdotto un nuovo ascensore al piano terra senza tener conto del vecchio ascensore fermo al sesto piano. Non lo sapevo: dal sesto piano decido di prendere l'ascensore per recarmi al piano terra a pranzo. E' strano che nessuno vada in pausa pranzo con me. Comunque prendo l'ascensore e dopo cinque secondi inculo l'altro al piano terra con boato dimostrativo. Una risata collettiva mi avvolge, proveniente dall'intero palazzo. Baleno al pensiero di uno scherzo del cazzo. Vado al primo piano, esco, faccio le scale. I tecnici dell'assistenza sono a terra svenuti, il loro volto è bloccato nelle risate paonazze.
Decido di disertare il pranzo per recarmi a Milano centro.
In via della Bagnarola trovo il mio bestemmiaio di fiducia aperto. Prima di entrare contemplo soddisfatto l'insegna: "Bestemmiaio", blu fosforescente, neon acceso anche di giorno. Avanzo nella bottega. Il garzone mi dedica attenzione contornando il saluto con inneggiamenti agli dei di altre galassie. Mi si apre l'ombelico al solo ricordo di quelle sillabe.
Pochi secondi dopo spunta il padrone. Lo guardo con desiderio.
"Niente da fare giovanotto, oggi abbiamo soltanto un banale porca madonna".
Guardo gli scaffali pieni di merce già prenotata, impronunciabile e svergognata, ben al di sopra di quanto mi è rimasto a disposizione oggi. Mi accontento e pago.
Rotolo verso il marciapiede. Via della Bagnarola è la più brulicante di Milano. Penso a un formicaio mentre un moccioso importuna le formiche con un accendino. Immagine non lontana dalla realtà: ogni cinquanta metri sono presenti colonnine incendiarie che irrorano l'aria con un invisibile getto di tanfame rovente. La mammina che pulisce con la manona la bavetta dal faccino del bambino in passeggino sembra che gli stia stropicciando le espressioni. I passanti saettano con forte scroccare di denti. Gli spettatori della strada in attesa dell'autobus si dimenano come se fossero lì lì per partorire un neonato inzuppato di vespe e calabroni. L'impressione di essere immune da tutto questo scompare. Benché sia fermo e apparentemente posato, avverto pienamente, con pregna lucidità, lo sconvolgimento interno: budella, reni, fegato, trippaglia, polmoni, cuore, tutti in vorticoso avvolgersi e rincorrersi in una claustrofobica sessione di giochiamo a ce l'hai. Devo andare a farmi esplodere il costato in un luogo appartato. Una signora emozionata mi afferra per il polso e grida: "L'autista della 90 si è messo a giocare a nascondino con il suo autobus e dice che ritorna in rotta appena lo troviamo".
"Signora, ma che cazzo vuole da me?"
Molla la presa, due metri dopo ne trova un'altra e dice la stessa cosa. In due vanno a cercare altri polsi da tediare, poi in tre, in quattro... in pochi secondi tutto il quartiere è alla ricerca dell'autista della 90.
Non so come, arrivo a casa, attraversando una provincia orgogliosamente a puttane. Alla televisione la faccia imbelle del telegiornalista informa che la cittadinanza è alla ricerca dell'autista della 90. Un nerboruto invade lo studio, afferra il polso del telegiornalista, che capisce al volo. Spariscono insieme oltre il limite invalicabile della mia televisione. Spengo.
Vado in balcone a prendere un po' d'aria, guardo giù. In cortile è posizionato l'autobus della 90 in tutta la sue freddezza. L'autista è poco distante che si fuma una sigaretta. Mi vede, urla:
"Nooooooo!"
"Ti ho sgamato, mezzasega"
"Non mi avrete mai!"
L'autista estrae dalla giacca la pistola e si spara un colpo nell'occhio destro. Non mi spiego come mai la pallottola esce precisamente dall'occhio sinistro, ma non importa. Non importa più cercare di svelare gli intrugli in queste situazioni. Importa solo di ciò che rimane.
Una miccia di sangue collega la testa dell'autista a un tombino. Mi sembra di dover ricordare questo quadretto come ultima reliquia dell'umanità. Resto qualche ora a guardare l'autobus nel cortile, finché non diventa buio. Si svegliano i primi lampioni. Un astronave suppongo smisurata attraversa il cielo sopra di me. Altre astronavi molto più lontane stanno per scomparire all'orizzonte. Il pensiero che stiano andando tutti chissà dove a cercare l'autista della 90 è fugace, rimosso in fretta perché sentitamente scontato.
Scendo in cortile. Il sangue coagulato è azzurro sotto la luce dei lampioni arancioni. Raccolgo alcuni coaguli e torno su, in cucina. Li grattuggio con meticolosa cura. Li metto nella caffettiera. Mentre sale il coagulo penso che dovrei invetare un nuovo nome per questa nuova specialità di caffè che non è caffè. Quando è pronto lo bevo direttamente dalla caffettiera. Sa di sangue cagliato. Forse perché lo bevo dalla caffettiera. Forse dovrei provare dalla tazzina, ma non me ne frega un cazzo. Un altro giorno è passato.



15 ottobre 2006

3 di 7

Telefono a un mio collega alle 6 e 45 del mattino per accordarci su una bigiata da lavoro. Dopo tre ore siamo in centro che camminiamo ammirando le vetrine dei negozi di organi umani. Mentre siamo fermi a commentare una svendita di pancreas ad alto rischio di rigetto, metto a fuoco oltre la vetrina e scorgo un nostro capo che ci guarda dall'interno. Siamo inculati, penso. Ci dirigiamo spediti verso il quartiere ecclesiastico.

Attraversiamo il viale principale del quartiere sfilando tra le chiesette e i dormitori clericali. Mi suona il cellulare, è mia madre. Vengo a sapere che il mio capo l'ha chiamata a casa per avvisarla che oggi non mi sono recato a lavoro. La stessa chiamata la riceve il mio collega da parte di sua moglie. Domani siamo costretti a recarci a lavoro accompagnati da mia madre e sua moglie.
Apriamo un cassonetto per buttare i nostri cellulari usa e getta da una chiamata o dieci sms. Un'occhiata all'interno mi permette di riconoscere decine di feti umani ingarbugliati tra i cordoni ombelicali. Da queste parti sanno come divertirsi.

Arriviamo in fondo al viale, entriamo nel quartiere delle promesse. Gli edifici sembrano abbandonati. Unica presenza vivente è la moltitudine di cani randagi che barcollano dovunque. Ne chiamiamo a raccolta una dozzina e ci mettiamo d'accordo per un viaggio al polo nord, partenza imminente.

Percorriamo a ritroso tutta la città con le rotelle della testa fumanti sull'asfalto trainati da dodici cani randagi in direzione del polo nord bombardati dagli schiamazzi delle signore che ci urlano Bastardi! Usurpatori! scostando con smorfie gli sguardi muti degli uomini affondando nel bianco brancolante dell'orizzonte in fondo allo sfintere di cemento senza fine senza intenzione di tornare.



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