T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


06 luglio 2007

L'uomo che dimagriva troppo e la nascita del Babau

Dimagriva.
Ogni giorno si guardava negli occhi allo specchio e sibilava un porcodio di meraviglia.
Di solito si trattava di un nuovo osso salito in superficie durante la notte, accadeva soprattutto su mani e spalle.
La testa non dimagriva mai, a parte le guance sempre più scavate. La bocca stava diventando la protuberanza di una proboscide mozzata. Ma  quella testa, enorme, restava in bilico su una base di spalle sempre più piccola. Prima o poi il peso della testa avrebbe vinto; avrebbe cominciato a rimbalzare, sottosopra, finché un colpo dopo l'altro non avrebbe ceduto il cranio.
Nel tentativo di contrastare quel processo di riduzione, mangiava in continuazione, in quantità da indigestione e anche quando non aveva appetito. In poco tempo la pancia raggiunse un diametro considerevole, tanto che davanti al cesso non era più in grado di vedersi le palle, e un'altra cosa preoccupante era che non cagava più: si teneva tutto dentro. La gente non voleva stare a sentire le sue merdate.

L'apice fu quando si accorse che il diametro del suo braccio era inferiore a quello del suo pene in erezione. Amputò cazzo e braccio sinistro e li riattaccò scambiati. In questo modo era perfino facile farsi i pompini da solo, come mai non ci aveva pensato prima? Ogni mattina si svegliava e si faceva un pompino. Riprese a cagare. Aumentò la frequenza giornaliera dei pompini, perché si accorse che tramite l'ingoio incessante stava ingrassando. Non da meno, il braccio sinistro non ci stava nei pantaloni, ed era costretto a lasciarlo penzolante attraverso la patta aperta.

Un pomeriggio stava guidando, di ritorno verso casa. Aveva il cazzo comodamente appoggiato fuori dal finestrino. Fatalità volle che un auto non rispettò la precedenza e si schiantò contro la fiancata sinistra.
Non ci fu molto da fare: perse il cazzo.
In pochi mesi perse tutti i chili. La carne sembrava come essersi sciolta. Non era rimasto che uno scheletro provvisto di occhi. Incredibilmente, la tragica situazione non gli impediva di muoversi e interagire con il mondo esterno. Inoltre stava benissimo. Si reggeva in piedi, non aveva nausea, faceva tutto quello che faceva prima.

Al ristorante ordinò la salsiccia grigliata con patate fritte. Le mise in bocca e queste si rovesciarono nel costato. Si buttava la pasta in bocca e il costato lasciava scolare via tutta l'acqua, ma la pasta rimaneva incastrata. Se ne andava in giro con questo deposito di cibi ammucchiati tra le costole e nessuno gli diceva niente. Per altro puzzava, e nessuno si tappava il naso.

Un bel giorno il Babau venne a suonare alla sua porta. Ci sapeva fare a suonare, sebbene fosse autodidatta. La porta si aprì.
- Dove hai imparato a suonare così?
- Nei testimoni di Geova.
- Bellissimo, fammi un po' sentire.
- Mi hai già aperto.
La scheletro richiuse la porta e il Bababu riprese a suonare. Mentre suonava si scordò il campanello. Lo scheletro riaprì.
- Perché hai smesso?
- Ho dimenticato il campanello.
- Ma se è sempre stato qui!
- L'ho scordato io.
- Sinceramente non mi sono mai ricordato di avere un campanello finché tu non l'hai scordato.
- E allora? Che vogliamo fare? Resto fuori perché ti ho scordato un campanello?
- Sì.
La porta si chiuse.
Il Bababu se ne andò e non tornò mai più.
Nessuno torno più a suonare alla sua porta.



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