Un cretino
Il Presidente del Pianeta #2
Il Presidente del Pianeta #1
Magma #3, sapore di sale
Magma #2
Magma #1
Un fatto realmente accaduto
Il cassettone in cucina è pieno di scatolette di spaghetti, ciascuna indicante tempi di cottura differenti:
1) 3 secondi
2) 22 secondi
2) 2 minuti
3) 6 minuti
4) 8 minuti
5) 11 minuti
Non mi riesce mai di andare a comprare le medesime scatole per rimpinzarli.
Ma oggi ho trovato gli spaghetti Mondina.
Gli spaghetti Mondina hanno un tempo di cottura di 86 minuti.
A casa ho messo la pentola sul fuoco.
Di solito capisco che devo buttare la pasta quando sento l'acqua bollire. Dopo tre ore che aspettavo mi sono reso conto di non aver sentito l'acqua bollire. Vado a vedere e scopro di essermi dimenticato di versare l'acqua nella pentola.
Al secondo tentativo va tutto bene.
Prima butto gli spaghetti Mondina da 86 minuti.
Aspetto 75 minuti e butto quelli da 11, e così via, fino agli ultimi, appena il tempo di buttarli che dopo tre secondi ho tolto la pentola dal fuoco e ho scolato la pasta.
Alla fine non si notava la differenza. Forse perché fumo troppo.
Ovviamente il fatto che non abbia detto di aver messo il sale non significa che me lo sia dimenticato. Ovviamente il fatto che non abbia detto di aver erroneamente pucciato il cordone ombelicale nello scolapasta stracolmo non significa che non sia successo. E via così, all'infinito.
Dopo pranzo ho cucinato i bucatini Amaducci.
I bucatini Amaducci non hanno un tempo di cottura definito. Lo puoi definire tu tramite un cronometro attaccato alla busta prima ancora di rompere la stessa. Quando la rompi scatta il cronometro. Da 10 secondi a 36 ore. Ho messo due ore e via.
A cottura terminata ho chiamato la mia vicina per fare una gare a tempo. Io avrei steso a scolare i bucatini nell'attaccapanni, e lei avrebbe messo i suoi vestiti ad asciugare nello scolapasta. Si è rifiutata dicendo di non avere uno scolapasta grande abbastanza da contenere i suoi vestiti. Le ho chiesto di provare solo con le mutandine. Si è rifiutata dicendo che non usa mutandine. Pur di non darmi la soddisfazione ne spara di ogni. Quindi ho fatto tutto da solo. Per fortuna che oggi la temperatura era tropicale. Sorvolando sulla cagata di tucano trovata su un fazzoletto, ho rilevato che i bucatini stesi e i vestiti scolati si asciugano nella stessa quantità di tempo. Cioè due ore. Cioè i bucatini stesi si asciugano nella stessa quantità di tempo necessaria alla cottura degli stessi. Forse devo provare con altri tipi di pasta. Forse è un caso che anche i vestiti si siano scolati in due ore. Forse in ogni caso i vestiti nello scolapasta scolano nella stessa quantità di tempo di cottura della pasta che metti a stendere fuori intanto che ci sono i vestiti a scolare.
Questa mattina ho visto la Moratti entrare da Zara con il cardinale Carlo Maria Martini.
11 dicembre 2007
Oggi come oggi le galline non possono deporre a loro favore.
Non c'entra niente ma in qualità di Presidente non posso non cominciare le giornate con grandi frasi del cazzo da donare alla stampa di regime.
Io e i miei collaboratori abbiamo deciso di abbassare la maggiore età a tre mesi dalla nascita, con tutte le conseguenze del caso, per il gusto di vedere cosa sarebbe successo nell'arco di una settimana. Ci siamo accorti che il numero di morti alla guida è aumentato improvvisamente. Inoltre non si registravano più casi di corruzione e adescamento di minorenne, se non all'interno di ospedali e pediatrie. Quest'ultimo dato è particolarmente indicativo e allarmante. Abbiamo aumentato esponenzialmente la sorveglianza. Nei corridoi ospedalieri c'erano più carabienieri che personale medico e malati messi assieme. Capitava che per gioco i carabinieri infilassero i neonati nella fondina al posto della pistola, e poi si dimenticavano di rimetterli a posto. Magari uscivano e intervenivano per qualche emergenza. Al momento di tirare fuori la pistola si trovavano col neonato in braccio. Sembra una puttanata, invece è stata una manna. In tutte le rapine dove si è verificata l'anomalia, banditi, vittime della rapina e carabinieri si univano nel tentativo di far sorridere la creatura. Quando io e i miei collaboratori ce lo raccontiamo scoppiamo a ridere, ma c'è ben poco da ridere.
La popolazione mondiale è insorta dicendo che siamo un ricettacolo di coglioni.
E' a questo che serve la popolazione mondiale?
Per ripicca abbiamo aumentato la maggiore età a settant'anni. Sembra una puttanata, invece abbiamo risolto il problema dello smog in tutte le aree metropolitane del mondo. Non c'è bisogno di spiegare il perché.
Alla lunga non avevamo più niente di meglio da inventarci. La cosa più edificante da fare in quei casi è passare il tempo a bere aperitivi, soprattutto se vivi o lavori a Milano. Proprio bevendo uno di questi cocktail abbiamo deciso di eliminare la maggiore età, mantenendo l'obbligo di studiare fino alla maggiore età. Sembra una puttanata, e infatti lo è.
10 dicembre 2007
Quando mi svegliai non sapevo ancora di essere il Presidente del Pianeta.
Non lo sapevo nemmeno quando uscii di casa.
Mentre camminavo verso l'auto vedevo la gente fissarmi più del solito. Mi tastai la testa e la faccia pensando di avere qualcosa di appiccicato addosso. Mi venne in mente mio padre che da piccolo mi chiamava pappagone quando per tutto il giorno stavo coi capelli sparati perché non riuscivo a pettinarli.
Dall'altra parte degli incroci in attesa del verde le signore mi indicavano e le mamme dicevano ai loro bambini di guardarmi e i loro bambini mi guardavano ottusi. Entrando in auto lanciai un'occhiata sui balconi dei palazzi. Su metà di essi c'erano delle signore appoggiate che mi fissavano mute, oppure mi fissavano, scambiavano due battute con la signora del balcone adiacente, e tornavano a fissarmi.
Mentre guidavo non sapevo ancora di essere il Presidente del Pianeta. Gli automobilisti che mi precedevano mi fissavano con gli occhi stampati nello specchietto retrovisore.
Appena entrai in ufficio mi accolsero con grandi ovazioni. Pensai che mi fosse sfuggito qualcosa, evitai di chiedere ragioni per non apparire ridicolo. Mi immedesimai nel ruolo qualunque cosa fossi diventato. Non sapevo ancora di essere diventato Presidente del Pianeta. Mi dissero che non dovevo stare davanti al pc a lavorare, non c'era alcun bisogno. Decisi di tornare alla macchina.
Mi venne un sospetto quando prima di entrare un dipendente dell'azienda che nemmeno conoscevo mi salutò: "Ci vediamo, signor Presidente".
Prima di arrivare a casa passai alla Coop per fare la spesa. Quando fui visto dalle guardie queste si misero sull'attenti e poi mi sorrisero.
Ricambiai il sorriso per non apparire ridicolo.
All'interno del supermercato mi fu detto che potevo prendere quello che volevo, senza pagare. Attraversai le casse senza pagare, sempre per non apparire ridicolo.
Quando giunsi a casa stavo tenendo la borsa della spesa con la mano destra. Nella mano sinistra tenevo le chiavi. Davanti alla porta mi aspettava un uomo che non avevo mai visto prima. Magro, molto alto, vestiva con un completo tutto nero, cravatta nera e camicia bianca. Tese la mano per salutarmi. Cercai di spostare la borsa nella mano sinistra dove tenevo le chiavi. Persi il controllo della borsa che si rovesciò per terra. La conserva di pomodoro si sparse sull'asfalto mescolandosi con la birra. Strinsi la mano all'uomo e ci salutammo. Feci per raccogliere la spesa, ma l'uomo mi invitò a lasciar perdere e di seguirlo in macchina.
Lo seguii.
Mi fece sedere dietro, lui faceva l'autista. Forse era il mio autista. Non gli chiesi se era il mio autista per non apparire ridicolo.
L'interno dell'Hotel puzzava di pino silvestre, anche in sala conferenze.
Adesso sapevo di essere il Presidente del Pianeta.
Mi trovavo alla sommità di un tavolo ovale. Dall'altra parte avevo di fronte quello che era stato il mio predecessore. Si chiamava Ancora Guido, o almeno così si faceva chiamare. Di fianco a me c'era il mio presunto autista e poi una dozzina di altre personalità mai viste prima.
Fecero lunghi discorsi durante i quali avevo continuamente bisogno di scureggiare. Non per colpa dei discorsi. Mi faceva male la pancia perché avevo trattenuto tutte le scuregge. Credo lo avessero capito. L'ultima frase di tutta la discussione arrivò dal mio predecessore, Ancora Guido: "Lasci perdere tutto il resto, tenga a mente una cosa soltanto: lei è solo di facciata".
Detto questo si alzarono tutti.
Uscii per ultimo. Anzi per penultimo, dietro di me stava l'autista. Chiesi come si chiamasse, mi sembrava più opportuno che chiedere se fosse il mio autista.
"Non importa, sono soltanto il suo autista", rispose.
Mi incamminai lungo il corridoio, non c'era nessuno. L'autista mi seguiva. Io volevo solo scureggiare, non volevo vicino nessuno. Non volevo dirlo all'autista per non apparire ridicolo. Cercai di scureggiare controllando la spinta il più possibile. All'inizio ce la feci, poi persi il controllo. Mi cagai addosso. Non c'era più bisogno di non apparire ridicolo. Confessai ogni cosa all'autista.
"Mi sono fatto la cacca addosso", dissi.
Nel momento stesso in cui lo pronunciavo mi resi conto di averlo detto come se l'autista fosse mia madre con il dovere di cambiarmi il pannolino.
"Lo so", rispose l'autista.
Non si scompose più di tanto.
Ero il Presidente del Pianeta.
09 dicembre 2007
Durante l'ennesima eruzione dell'Etna che ha affascinato milioni di telespettatori per lo splendore notturno del magma che fagocitava i preziosi manufatti umani, i bambini dei paesi offesi dal flusso eruttivo si sono raccolti al margine delle colate per bere la lava accovacciavati con le mani come delle scimmie assetate in prossimità di pozzanghere fumanti - anche il ghiaccio fuma arzillo quando è maturo.
Pompieri e protezione civile erano così stupefatti che non hanno saputo destreggiarsi nell'intervento di salvaguardia dei propri figli. Nell'arco di pochi minuti ciascun bambino ha subito una metarfosi in quello che si potrebbe definire l'Abominevole Mastro Lindo. Pulsanti di ribollore terrestre e lacrimanti magma nero si sono incamminati a migliaia verso i paesi delle proprie famiglie. I famigliari terrorizzati hanno lasciato le proprie case finché nessuno di essi ha potuto seguire in televisione l'andamento della situazione. I telespettatori nel resto della nazione non hanno il coraggio di spiegar loro quello che è successo quando gli abominevoli si sono raccolti nelle piazze dei paesi già svuotati. Tutti i canali di informazione sono stati interrotti. Le trasmissioni riprenderanno al più presto con geniali quiz goliardici e un nuovo reality show avente come protagonisti una dozzina di finti giornalisti legati in una grotta e tenuti a bada dai mitra di guardie giurate già pensionate e in passamontagna. I profughi privati dei loro bambini bamboleggiano sulle spiagge catanesi in una bolla di fraterno sconcerto al riparo dall'universo omertoso. Dopo che saranno riprese le trasmissioni gli uomini all'interno della bolla si trasformeranno in ombrelloni e le donne in simpatiche sedie sdraio color pastello. A trasformazione avvenuta la bolla esploderà delicatamente come di gioia.
08 dicembre 2007
Succhiavo la strada provinciale di introduzione al paese all'abituale velocità di 130 km/h. Dietro di me la sputavo fuori digerita in un flusso continuo di operai stradali rotanti in posizione fetale.
Davanti a me vidi appena in tempo il muro umano in mezzo alla strada avvicinarsi improvvisamente al cofano e inchiodai nello spazio di una cinquantina di metri. La retroguardia parve accorgersi appena. Decisi di seguirli.
Entrammo in paese. Attraversammo la periferia, il centro e poi di nuovo la periferia dall'altra parte finché non arrivammo al cimitero in piena campagna. Pacheggiai e scesi. Mi accesi una sigaretta. C'eravamo io, la mia auto immobile con il cofano sudato per la bruma, centinaia di corpi ammassati uno attaccato all'altro e una dozzina di trattori sbattuti in giro per i campi circostanti. Il cancello del cimitero si aprì, aspettai che entrassero tutti. Mi accesi un'altra sigaretta e varcai il cancello. Andai verso la folla, mi ci infilai, l'attraversai fino a raggiungerne il nucleo. Una lapide giaceva sdraiata per terra. Dalla tomba scoperchiata uscì una figura umana che non seppi identificare come uomo, donna o come umana per davvero. Appariva tutta nuda tranne che per un paio di mutandoni. Su tutto il corpo aveva come i segni di crateri lasciati dalla caduta di meteoriti. Sembrava un parto della luna. La faccia era indecifrabile, i caratteri del volto erano mescolati in un unico pasticcio. Le persone più vicine si prodigarono a sorreggerlo. La folla si aprì e fecero sì che uscisse fuori dal cimitero. Corsi a seguirli. Un uomo teneva aperta la portiera della mia auto, una donna spingeva delicatamente la creatura lunare all'interno.
"Ma cosa fate!", gridai.
Si voltarono tutti a guardarmi. La folla si chiuse intorno a me trascinandomi verso la tomba scoperchiata. Sentii il motore della mia auto partire e allontanarsi. Davanti alla tomba feci appena in tempo ad accendermi un'altra sigaretta. La folla mi schiacciò contro l'entrata per terra. Ci entrai giusto perché non avevo altre vie di fuga. Mi sdraiai supino e guardai il coperchio richiudersi sfregando sul pavimento di granito con un rumore analogo a quello di un rutto obeso. Realizzai di non aver mai visto un'oscurità così compatta. Il coperchio si riaprì all'improvviso. Erano tutti lì in piedi che mi sovrastavano sugli occhi. Una voce mi disse: "Non si può fumare lì dentro". Gettai la sigaretta contro uno di loro, tanto l'avevo quasi finita. Il coperchio cominciò lentamente a richiudersi ruttando. Intanto la folla prese fuoco a partire dal punto in cui gettai la sigaretta. Pochi istanti prima che fosse chiuso completamente, coloro che sostavano in prossimità dell'entrata bruciavano a capofitto.
07 dicembre 2007
Tempo fa ho ricevuto una mail dove una persona di presunto sesso femminile, estremamente gentile e accondiscente, diceva che apprezzava molto le cazzate qui presenti e che desiderava tanto sapere chi ero. Dopo alcuni giorni di consueto scambio di mail e opinioni e stronzate varie, ho fatto in modo che ci incontrassimo.
L'ho invitata direttamente a casa mia.
Suona il citofono e apro.
Si presenta veramente una donna, sui trent'anni e vestita di nero, con gonna lunga e anfibi. Mi saluta tutta illuminata.
La prima cosa che ha fatto è stata ridere imbarazzata, subito dopo ci siamo abbracciati.
"Non vedevo l'ora di conoscerti", ha detto.
Ma certo.
Un po' perché avevo fame e non toccavo cibo da tre giorni, un po' perché non ho mai voglia di andare a fare la spesa, e questo spiega perché mangio estremamente poco, l'ho mangiata senza badare a dettagli di cottura e condimento.
Dopo dieci minuti dall'essermi leccato le dita bussano alla porta.
E' la vicina.
"Avanti!"
La porta blindata si apre dall'esterno soltanto se si hanno le chiavi.
Questo la vicina lo sa bene, poiché abbiamo lo stesso tipo di porta. Questo dettaglio non è bastato a impedirle un tentativo di apertura. In casa mia sono esplose le mie risate. Mi accontento di poco, lo ammetto.
Stavo per andare ad aprire quando ho pensato al tavolo della cucina e al pavimento della sala ancora coperti di sangue e brandelli di carne ormai fredda e immangiabile, perciò impossibile da offrire senza scadere in una magra figura. Inoltre realizzo che mi servirebbero molti minuti, troppi, per pulire tutto e rendere presentabile la dimora. Se la facessi aspettare ulteriormente alla porta la vicina si insospettirebbe. Io non so lei, né nessun altro, ma se mi facessero attendere cinque o dieci minuti dietro una porta, propenderei per le peggiori svolte della situazione.
Quindi le ho aperto.
L'occhio le è caduto sul pavimento ancora prima di salutarmi.
L'ho raccolto e messo nella sua mano. Non ha voluto infilarselo subito nella cavità oculare, l'ha messo in tasca. Probabilmente è una che non è molto capace di farlo al volo e non desidera essere derisa per la sua goffaggine. Alla sua invidiabile età (almeno trentacinque anni) non sa ancora infilarsi gli occhi nelle cavità oculari. Ma sorvoliamo.
"Oddio, cosa è successo qui?", domanda.
"Ho mangiato un'amica".
La vicina ridacchia.
"Avrai mangiato una mucca intera direttamente sul pavimento!", dice, continuando a ridacchiare.
"Sì, più o meno è andata così", rispondo.
La faccio accomodare.
"Scusa, davvero non ho niente da offrirti, sono rimasto a secco", dico.
"Ma figurati"
"Però, lo vuoi un caffè?"
"Volentieri, grazie"
Mentre faccio il caffè arriva al mio orecchio questa domanda: "e questa borsetta, di chi è? da quando hai gusti così particolari?"
Mi allontano dai fornelli per andare a vedere cosa indica il suo dito. C'è una borsetta appoggiata sul divano.
"E' la borsetta della mucca che ho mangiato".
Lei scoppia a ridere.
"Secondo me tieni una donna nascosta sotto il divano perché ti vergogni di me, oppure è uscita un momento a comprare qualcosa. Sono curiosa di conoscerla", dice.
"Ma com'è che siete tutte così curiose di conoscere?"
"Scusa?"
"No, niente"
Torno in cucina e mentre verso il caffè decido di essermi rotto il cazzo. Torno in sala. La vicina non ha il tempo nemmeno per dire bà. In venti minuti la mangio quasi completamente. Rimangono solo i piedi. Dalla tasca dei suoi pantaloni sfilo le chiavi e vado in casa sua. Prendo i soldi che trovo in giro e gli oggetti di valore. Torno giù e pulisco tutto. I resti li nascondo dentro una busta che ripongo nel bagagliaio della macchina.
La sera dopo sono a casa che cerco di cuocere i maccheroni sfregandoli velocemente tra di loro e suona il citofono. Sono i carabinieri, due per l'esattezza.
"Buonasera, vorremmo fare due chiacchiere con lei".
"Una per uno allora. A che pro?".
"Ci piacerebbe conoscerla".
"Che due coglioni!".
"Prego?".
"Non mi riferivo a voi. Comunque, accomodatevi. Caffè?".
"Volentieri, grazie".
Torno col caffè e uno dei due domanda: "E quella? e' sua?", indicando la borsetta sul divano. La cazzo di borsetta.
"No, è la borsetta di una mucca".
Ci guardiamo per un minuto lunghissimo. Uno dei due prende la borsetta e la svuota. Cade il portafoglio, i documenti, trucco, foglietti, cellulare. Guarda la carta d'identità e dice "Bene bene". Ancora oggi me lo sogno di notte quel suo "Bene bene". Dato che la situazione era diventata imbarazzante, almeno dal mio punto di vista, sono stato costretto a mangiare anche loro.
Alcune ore dopo suona il citofono. Sono altri due carabinieri. Li invito ad entrare. Si rifiutano. Vogliono che sia io a seguirli, allora mi metto dietro di loro e li invito nuovamente ad entrare. Scoppiano a ridere. Uno di loro mi prende per il braccio. L'altro apre la portiera dell'auto. Per evitare un ulteriore peggioramento della situazione sono costretto a mangiarli, lì sul momento, sull'asfalto, tra le case, nella notte. Torno a casa e mi rimetto a dormire.
All'alba suona il citofono. E' l'esercito.
"Vi farei accomodare volentieri per un caffè, ma non ho abbastanza spazio. Facciamo due per volta? Il divano è tarato per tre".
"Allora facciamo tre per volta", risponde uno, "tu starai in piedi a fare avanti e indietro per il caffè".
"Insomma che cazzo volete da me?"
"Vogliamo conoscerti"
"Non se ne parla"
"Bene, se la metti così è meglio se vieni con noi"
Scardino la porta e la metto per terra in orizzontale.
"E adesso?"
"Adesso possiamo dire che ti lasciamo stare se decidi di aprire i commenti"
Messo alle strette sono stato costretto a mangiarli tutti.
Oggi è sabato e vado a trovare mio nonno. Lo dice anche una famosa canzone, mi pare.
Comunque mi accoglie amorevolmente in casa sua, mi fa sedere e subito spiega questa faccenda dell'automobile che è intestata a lui e che sarebbe anche ora di intestarla a me perché quotidianamente gli arrivano le mie multe e si vergogna del postino il quale ritiene, forse, che mio nonno sia un disgraziato della strada.
Non c'è problema nonno, gli ho risposto, fai quel cazzo che ti pare.
"Le parole!!! Se avessi passato la gioventù con noi e non con tuo padre non parleresti così a tuo nonno!", interviene mia nonna dalla cucina, mentre prepara la caponata.
"Nonna, intanto la mia gioventù non è ancora finita, e poi se parlo così col nonno è perché anché papà parla così col nonno"
"E tu che cazzo nei sai?", risponde lei.
"Nonna!! se avessi passato la mia gioventù con me e non con il nonno non ti azzarderesti a parlarmi in quel modo"
"Figliolo, intanto la tua gioventù non è ancora finita, e poi se ti parlo così è perché anche il nonno parla così con te"
"Nonno, è vero?", domando.
"Purtroppo sì, figliolo"
"Merda", dice mia nonna.
"Già", dice mio nonno.
"Vabè, senti nonno, vai pure in macchina a prendere il libretto. Vado in bagno a lavarmi le mani prima di mangiare".
Mentre sono in bagno che mi lavo i piedi (a mio nonno ho detto che mi lavavo le mani altrimenti avrebbe creduto che mangio coi piedi e mia nonna avrebbe avuto sicuramente qualcosa da ridire, ma a me andava proprio di lavarmi i piedi), bussa alla porta mia nonna che dice: "tuo nonno ha trovato in macchina una borsa con dentro un paio di piedi, cosa mi significa?"
"Significa che il nonno cerca il libretto dell'auto nel punto sbagliato"
"ah"
Arriva mio nonno:
"Poche cazzate figliolo, cosa sono quei piedi?"
Messo alle strette apro la porta e li mangio. No, scherzo. Apro l'armadietto sopra il lavandino e trovo un sacchetto con dentro i rasoi. Li mangio. No, scherzo anche questa volta. Tolgo le lame e comincio a segarmi i piedi, però le lame non sono molto efficaci con l'osso. Fortunatamente siamo al piano terra: esco dalla finestra, corro in garage. Trovo una sega, torno in bagno e mi taglio i piedi, che getto lontano fuori dalla finestra.
Apro la porta. C'è mio nonno con in mano la busta. Gliela strappo di mano.
"L'avevo dimenticata in auto, grazie nonno", dico.
Mio nonno guarda le mie gambe.
"Gesù, che ti è successo figliolo?", grida.
Arriva anche mia nonna, mi vede e si porta le mani alla faccia.
"Munch!", grido indicando mia nonna. Mio nonno si volta verso di lei ma nessuno dei due capisce la battuta.
Chiudo la porta.
Seduto per terra con i piedi di una donna di fianco non so proprio che fare. Come si attaccano?
Esco dal bagno con i piedi in mano. In soggiorno trovo i nonni seduti sul divano, uno di fianco all'altro. Le mani di mia nonna sono in quelle di mio nonno.
"Cosa c'è che non va, figliolo?", domanda mio nonno.
Butto i piedi per terra. Mi infilo tra i miei nonni e mi lascio abbracciare.
04 dicembre 2007
Il mio appartamento si affaccia su un pianerottolo in comune con la mia unica vicina di casa. La mia vicina di casa vive sola. Continua a vivere da sola nonostante io sia il suo vicino di casa, ma questa è un'altra storia.
L'altro ieri sera alle nove bussano alla mia porta. E' lei.
Apro. Ha in mano un piatto con una fetta di torta alla crema e arance.
Dico grazie, chiudo la porta, mi ritiro in cucina a mangiare la torta da solo.
E' così buona che busso alla mia vicina chiedendole un altro pezzo.
Il piatto ritorna con un altro pezzo.
Mangio anche quello da solo, e poi restituisco il piatto, con la promessa che appena avrei imparato a far le torte le avrei offerto un pezzo.
Trascorro la notte sveglio con il senso di colpa per non averla invitata. Al mattino mi alzo e mi guardo allo specchio. Per un istante ho visto la scritta "stronzo" sulla fronte.
La sera successiva decido di invitarla a prendere un caffè per ricambiare.
Pulisco casa eliminando ogni traccia di sangue, sperma, capelli e ossa dal pavimento. Metto in ordine i vestiti e le sedie, imbianco i muri, faccio areare il locale.
Faccio la doccia seguendo un tutorial scaricato da internet.
Alle otto e mezza busso alla sua porta.
Le chiedo se vuole il caffè.
Risponde che l'aveva già bevuto, e che non ne vuole un altro altrimenti non dorme più e domani si deve alzare presto. Sul momento non mi viene in mente un'altra idea, così le chiedo scusa e mi defilo nel mio appartamento.
All'alba mi sveglio prima di lei.
Mi spoglio, esco dal mio appartamento e aspetto nudo dietro la sua porta.
Dopo un po' la sento arrivare.
Apre la porta.
La guardo, mi guarda, urla.
"Scusami, ieri sera sono rimasto chiuso fuori mentre mi facevo la doccia"
Richiude la porta.
Torno in casa e aspetto.
Aspetto tutto il giorno e non giunge nessun rumore dal suo appartamento.
Sono le nove passate e tutto va bene.