Il pargolo
O Gesù, d'amore acceso
Untitled
Indietro non si ritorna
Cani e porci
Pezzi di ghiaccio secco
Data di scadenza
Oggi, 65 milioni di anni fa, il mondo cambiava. Festeggiamo.
Special Guest
Lapidonembo
Impantanato
Server centrale
Buon compleanno, Gesù!
Poco fa in lavanderia è entrata una giovane mamma con il suo pargolo in braccio. Il pargolo stava leccando l'interno di un barattolo di omogeneizzato. Aveva il volto identico a quello di un pastore tedesco adulto, caratteristica che gli permetteva di infilare il muso per intero nel barattolo.
Quando la mamma ha finito di infilare nella lavatrice i vestiti, si è accorta che il pargolo aveva la tutina imbrattata di omogeneizzato. Non riusciva a slacciarla, ha chiesto aiuto a me che ero l'unico testimone del disguido. Ho risposto di no, senza nemmeno provarci, per il gusto di scoprire fino a che punto si sarebbe complicata la situazione.
Non molto direi. La mamma ha infilato il pargolo nella lavatrice, ha chiuso lo sportello e azionato il lavaggio. Qualche minuto dopo ha estratto i vestiti lavati e il pargolo. I vestiti li ha infilati nell'asciugatrice. Il pargolo invece non dava alcun segno di vita. Mi ha chiesto se potessi intervenire, le ho risposto di no per lo stesso motivo di cui sopra. Ha infilato anche lui nell'asciugatrice, dicendo "forse è ancora troppo bagnato".
Alla fine era tutto asciutto. Il pargolo non si era ripreso. Ha chiuso i vestiti in un borsone ed è uscita. Il pargolo lo ha gettato in un cassonetto poco distante.
23 gennaio 2008
Mi si dice che c'è una certa differenza fra scopare e fare l'amore. Al di là della semplice differenza linguistica, l'unica che denoto, sebbene riconosca la differente accezione comunemente intesa.
L'anno scorso la ragazza con cui stavo, o almeno così pareva a me, tenne il broncio una sera intera perché in una frase dissi "quando abbiamo scopato" e non "quando abbiamo fatto l'amore", trovando modo di darmi della bestia, accusandomi di considerarla solo come una pornoattrice e blah blah blah.
In verità vi dico: tanto tempo fa, quando Gesù andava in spedizione parabolica, spinto da filantropico istinto e nobili progetti, radunava a sè gli apostoli e diceva loro "andiamo a far l'amore".
Si capisce cosa avrebbe dovuto intendere.
Non so poi come sia successo che la frase abbia assunto la connotazione attuale. Gesù o chi per esso ha tutto l'interesse a non rivelarlo e gli apostoli si son trascinati il segreto nella tomba così come gli eventuali testimoni.
Ma vabbè.
Ieri sera di ritorno dall'ufficio son passato a far visita ai parrocchiani alla messa delle 18.
Lo faccio quando ho voglia di stuzzicare qualcosa prima di cenare a casa mia, così ne approfitto per mangiare l'ostia. Questa volta, invece delle ostie, don Babbasceo ha preparato del salame a fette e l'ha distribuito durante la comunione.
All'uscita mi son trattenuto a chiacchierare con qualche parrocchiano e ho chiesto lumi circa la speciale trovata di don Babbasceo. Pare che in Vaticano abbiano capito due tre cose in più e siano cambiate certe segrete disposizioni.
Già che avevo ancora tempo mi sono autoinvitato a casa di don Babbasceo per tazzare un po' prima di cena. Non abbiamo detto una parola, mentre la perpetua ci versava il vino nei secchi dai quali bevevamo. Dopo un'oretta ho chiesto che razza di vino fosse.
"E' sangue di porco, figliolo".
Dunque impazzano i ricordi. Mia madre mi diceva sempre che il nonno sgozzava il maiale e poi facevano colare il sangue perché serviva. Non ho mai saputo se lo bevessero, se lo usassero come sughetto nei secondi piatti o se servisse per trasfusioni di sangue tra gli animali della fattoria quand'anche per le persone. Ho cominciato a pensare al mondo rurale degli anni cinquanta, popolato da futuri nonni che corrono per il circondario della cascina inseguendo maiali che fanno spaventare le galline che fanno abbaiare il cane che esagita i gatti che saettano per il cortile facendo alzare in volo stormi di passeri che piluccano indisturbati della semenza di grano.
22 gennaio 2008
L'altra sera sono passaoto da Asola, in provincia di Mantova. Un paesino sempre immerso nella notte, nella nebbia, nel nulla campagnolo. Entro in paese e vedo due signori litigare in mezzo alla strada. Mi fermo e scendo per dividerli. L'uno tira un pugno al mento dell'altro che schizza verso l'alto e scompare nella nebbia. Solo il mento però. Non lo sentiamo cadere. L'idea che sia andato in orbita ci fa sentire bambini spalmati di sogni fantasia e solidarietà. Per evitare ulteriori complicazioni li divido. Chiudo le fette nel bagagliaio della macchina. Si riparte.
Ripenso a quando avevo ventun'anni. All'età di ventun'anni ho imparato a galleggiare. Come gli stronzi, esatto. Prima di quella data finivo sempre sotto e cinque volte mi è successo di morire sul serio. Invece quella volta a ventun'anni mi sono tuffato da uno scoglio e son rimasto a galleggiare. A me interessa solo galleggiare, non nuotare. Non me ne frega un cazzo di andare da un punto A a un punto B dell'acqua solo per il gusto di farlo a nuoto. Nemmeno se ho qualcosa alle calcagna. Il giorno che attraversando lo stretto di Messina il traghetto affonda, mi basterà galleggiare in attesa dei soccorsi. E' questo il bello del saper galleggiare. Ma quella volta che mi sono tuffato ha funzionato perché non sapevo che l'acqua fosse profonda. Se so che l'acqua è profonda non riesco a stare a galla e vado giù. Infatti pensavo che l'acqua fosse profonda venti o trenta centimetri. Mi sono tuffato da uno scoglio a massimo dieci centimetri d'altezza rispetto all'acqua, tutto è filato liscio.
Mi dimentico dove devo andare. Mi dimentico come tornare indietro. Mi dimentico di fare benzina. Mi dimentico di avere fette di uomini nel bagagliaio. Finisce la benzina. Esco dall'auto alla ricerca di un riparo dal freddo, magari una trattoria sperduta, un granaio, una fabbrica che non si ferma mai.
La notte non finisce mai.
21 gennaio 2008
Quando è notte dodici ore possono trascorrere molto velocemente. Non sempre, ma qualche volta succede. Di colpo mi ritrovo a casa. Sono le dieci del mattino. Non ho ancora sonno, vado a messa.
Prendo posto in mezzo ai fedeli. Non riesco a seguire i discorsi del prete, ho la nausea. Non per colpa sua, sia chiaro. Vomito per terra. La panca si svuota più velocemente della pancia. Vomito ancora.
Decido di contemplare l'iconografia disegnata sulle vetrate. Mi colpisce in particolar modo una vetrata dove c'è Gesù in automobile, nel gesto di mostrare patente e libretto a un angelo. Alzo la mano cercando lo sguardo del prete. "Scusi scusi!". Ho gli occhi di tutti puntati addosso. Il prete si interrompe e aspetta. Tutti aspettano. Indico la vetrata e chiedo spiegazioni. E' come se ne nessuno vedesse la vetrata. La cercano un po', il prete si schiarisce la voce, volano risate, la messa ricomincia. Noto un'altra vetrata dove l'asinello e il bue con Gesù in braccio si trovano alle giostre nella periferia di Ravenna e l'asinello indica la bancarella di un gelataio.
In una serie di vetrate c'è rappresentato Gesù in televisione, in una trasmissione dove ogni settimana visita un paese italiano e fa vedere che guarisce gli storpi locali. Alcune vallette strafighe spingono le carrozzine con gli storpi, da cui questi si alzano svarionati dopo che Gesù dice loro qualcosa. La folla sembra acclamarli in delirio. Dopo il miracolo le vallette si radunano intorno a Gesù. Con in sottofondo il brano Splendido Splendente gli ballano intorno sfiorando la tunica con le mani. La trasmissione si interrompe per l'anteprima del telegiornale. Un angelo riporta la dichiarazione del giorno: Fidel Castro ha detto che considera Nelly Furtado una donna meravigliosa anche se non l'ha mai conosciuta.
Distolgo lo sguardo dalle vetrate e mi accorgo che nella chiesa c'è silenzio. Il prete sta armeggiando con il calice e le ostie. All'improvviso estrae da sotto l'altare un mitragliatore e spara per un bel po' alle prime file. La massa di fedeli si capovolge in un'onda anomala verso le uscite. Vomito per terra. Non per colpa dell'accaduto, sia chiaro. Il prete si infila la canna in bocca e preme il grilletto. Non succede niente. Adesso siamo soli, io e lui. Vomito per terra. Il prete insiste incredulo a spararsi in bocca, senza voler accettare l'esaurimento delle munizioni.
Arrivano i carabinieri. Vedono il prete con in mano il mitragliatore e sparano. Uno di loro mi invita ad effettuare il test del palloncino. Mi rifiuto. Vomito ancora e perdo i sensi mentre il carabiniere mi punta in faccia la pistola ordinandomi di effettuare il test del palloncino.
Quando mi riprendo sono nell'abitacolo della mia auto. Ho il parabrezza stampato sulla faccia e il volante affondato nel petto. Alla mia sinistra vedo una mano guantata tenere una cesoia che sta tagliando qualcosa che mi trapassa la spalla da parte a parte. Alla mia destra c'è il motore appoggiato sul sedile. Tra il motore e il sedile c'è del brasato. Resto a fissare il brasato finché qualcuno non lo estrae. Intorno all'auto si radunano pompieri e polizia stradale a mangiare il brasato. Una mano fa capolino con un pezzo di brasato infilzato su una forchetta. Perdo i sensi.
Quando mi riprendo sono circondato da uomini e donne in camice. Uno di loro sta provando le mie gambe per vedere se gli stanno. Ho il torace aperto. Una mano sta facendo una sega alla mia trachea. Mi viene da tossire e questo mi fa perdere i sensi.
Quando mi riprendo sono sdraiato sul divano in una casa che non conosco. C'è lo stereo a manetta, conosco quella canzone.
le temps le plus important c’est la première fois
le temps le plus important c’est la deuxième fois
et après ça la troisième fois
et on recommence
j’ai perdu les habitudes de ma jeunesse
et je me sent désunis et à part de ma propre histoire
et on recommence
Si avvicina una persona, si inginocchia di fianco al divano. La sua faccia è davanti alla mia. E' quella della mia vicina, una delle tante. Sorride.
"Che ci facevi sdraiato a russare in corridoio fuori dal tuo appartamento?"
Le vomito sul naso.
"Scusa", dice.
"Oh no, scusami tu"
18 gennaio 2008
A diciannove anni smettevo di farmi fare il bagnetto dalla nonna nella bacinella, per passare bruscamente alla solitudine del piatto doccia, seppur marginalmente graduale, visto che lei controllava da fuori che mi lavassi secondo i suoi rigidi dettami igienici. Organizzo un ricevimento per festeggiare l'anniversario dell'abluzione indipendente.
io: "opterei per l'ingresso riservato a pochi eletti"
il mio agente: "meglio ingresso libero"
io: "così facendo arriveranno cani e porci"
il: "non temere, lascia fare a me. tu procurati un bel po' di ciotole. adesso andiamo a costruire un abbeveratoio in sala da pranzo. prima però, sigaretta"
io: "le ho finite, te ne scrocco una volentieri"
il: "prendi"
io: "ne hai solo una"
il: "prendi prendi"
io: "e tu? smezziamo?"
il: "prendi prendi"
io: "te ne lascio qualche tiro, ok?"
il: "prendi prendi"
io: "hai da accendere?"
il: "prendi prendi"
io: "tieni, grazie"
il: "prendi prendi"
io: "ma no, tanto ce l'ho di là"
il: "prendi prendi"
Al ricevimento non si presenta nessuno.
Dopo ore ad aspettare, io e il mio agente accendiamo la televisione. Un servizio speciale del telegiornale mostra un anello di cani e porci intorno alla Terra. Nessuno sa spiegarsi come ci siano arrivati. Gli scienziati hanno paura che una destabilizzazione gravitazionale attiri sulla Terra cani e porci. Li bombardano con missili nucleari. I cani fuggono in tempo. I porci, no. Nei giorni successivi i pezzi di porco avvolgono fittamente la Terra. Il sole stenta a scaldare il pianeta. Comincia il tramonto dell'umanità.
Nel frattempo, la flotta di cani raggiunge un pianeta remoto. Non sanno che si tratta di Plutone. Decidono di battezzarlo Pippo. Dopo anni di pacifica esistenza, all'improvviso un gigantesco asteroide a forma di osso transita radente a Pippo. Tutti i cani si proiettano nello spazio per inseguirlo. Lo raggiungono, ma si rendono conto che non sanno chi l'ha lanciato, né a chi riportarlo. L'asteroide viene attirato dal campo gravitazionale terrestre. L'impatto con i pezzi di porco è imminente.
Succede un casino.
Tutto qua.
17 gennaio 2008
Io e le mie parti di corpo. Pezzi di me storicizzati controvoglia. Quarti di corpo avvolti in sacche di pelle. Un accenno di ossatura compare attraverso le membrane odorose - un odore a metà fra il repellente e l'afrodisiaco - sottili e convinte come i veli di lacrime.
Mi sono disegnato addosso i confini. Come la suddivisione anatomica della mucca disegnata sul dizionario. Nudo, intabellato, sembravo uno di quei disegni del cruciverba dove bisogna colorare tutte le aree coi puntini.
Mi sono fatto a pezzi. Li ho sparsi tutti per terra, perché sul tavolo non ho spazio. Li ho presi uno ad uno e ci ho parlato, così, tanto per farmi degli amici. E' una cricca di pettegoli ingiuriosi, ciascuno parla male dell'altro. Pare, però, che il buco del culo e la bocca siano gli unici a non lamentarsi. Il primo dice che non ha peli sulla lingua, non si fa problemi, prende tutto quello che passa il convento e lo spara al mondo così com'è. La bocca ripete sempre "non si butta via niente", e giù a incavare verso i meandri del corpo qualsiasi cosa.
Dopo qualche ora i miei nuovi amici si sono ammutoliti, disidratati. Mi sono ricomposto, ma sembravo un pupazzo di ghiaccio secco, o un bambolotto fatto di foglie marcie.
Lo sembro tuttora.
17 gennaio 2008
Quando ho preso il pesto ho letto attentamente la confezione per cercare la data di scadenza. Senza volerlo ho scoperto che dopo l'apertura sarebbe andato conservato in frigo per un massimo di cinque giorni. Per la data di scadenza c'era scritto: "Leggere la data sul retro". Sul retro di cosa? Sono tutti abbastanza intelligenti per capirlo, tranne me. Se lo chiedessi a uno di voi capireste che sono un ritardato.
Sono uscito da una porta di sicurezza, ho guardato dovunque nel retro, senza trovare una data di scadenza. Nel frattempo la sirena di allarme tuonava in tutto il supermercato. Mi sono messo a correre, ho scavalcato muri, seminato cani, demotivato killer inseguitori, ho anche attraversato il fiume, e tutto questo per sentire quella maledetta sirena ogni volta che cerco di addormentarmi, e tutto questo per aver rubato un barattolo di pesto.
L'ho aperto sette giorni fa ed è ancora nel frigo. Ha sempre lo stesso odore della prima volta. Dovrei mangiarlo con la pasta, ma non ho voglia di cucinare. Non ho voglia di aver fame, mi costa fatica.
Dopo che sarò morto di fame, e ci manca poco, sarò soltanto il ricordo di un odore nella testa di Kako, che non sentendo più il mio odore non lo ricorderà nemmeno.
16 gennaio 2008
Arrivo in azienda con estremo ritardo.
Questa mattina mentre mi lavavo i denti hanno cominciato a sanguinarmi le gengive, per poi proseguire schizzando. Senza fermarsi. Mi son chiuso nel piatto doccia per quattro ore, fino allo spegnimento della fontana.
Comunque, sulla porta dell'ufficio mi scontro con la signora delle pulizie. Un po' come Mirko finita la pioggia incontra si scontra con Licia e così.
"secondo me è un femore!", urla lei.
"Sicuramente", rispondo, senza sapere di cosa sta parlando.
La mia scrivania è inagibile causa scavo archeologico. Una decina di individui hanno scavato un cratere, ci smanettano con spazzolini, cucchiaini, spatoline. Nei dintorni il lavoro dei miei colleghi prosegue imperterrito. Ligi al dovere, sempre.
"Guarda!", mi fa il capo.
Appoggiato al muro c'è un osso di almeno tre metri.
"Notevole, arriva da là sotto? è mio?", domando.
"Forse è il femore di un brontosauro!"
"Chi lo dice?"
"La signora delle pulizie"
"L'ha trovato lei?"
"Essì"
Urla di gioia arrivano dalla squadra intorno al cratere.
Pare abbiano trovato il cranio. Pare non sia veramente un brontosauro. Ha le corna.
"Non sarà mica... un triceratopo?!", domanda la signora delle pulizie, appena tornata.
"Può essere!", risponde uno della squadra.
"Avevo un libro da piccola", prosegue la signora, "si chiamava Dinosauri e altri animali preistorici. C'erano le figure dei bestioni nella foresta, con le schede su ogni animale, ha presente?"
"Ho presente"
"Ce l'aveva anche lei per caso?"
"Avevo un libro simile. Si intitolava 'L'ultimo degli apocrifi - La verità stappata'"
"E di cosa parlava?"
"Parlava di quando l'arcangelo Gabriele sbagliò orario e luogo dell'appuntamento con Maria, presentandosi nel pieno della Laurasia svariati milioni di anni prima. Apparve a un velociraptor femmina. Parlando in aramaico le rivelò di essere la futura madre di Gesù e scomparve. Il velociraptor non capì niente. Mesi dopo diede alla luce il suo piccolo. Era Gesù. La consapevolezza della creatura era quella di Gesù. Crescendo si rese conto di non poter portare a termine la sua missione perché incarnato in un corpo inadeguato, in un mondo inadeguato popolato da individui inadeguati. L'importanza di nascere nel periodo giusto, mi capite? Si suicidò lasciandosi predare da un tirannosauro. Tre giorni dopo resuscitò. Il tirannosauro se ne accorse e lo divorò. Tre giorni dopo resuscitò ancora. Fu divorato. Poi resuscitò. Fu divorato. E così via con questa tiritera fino al giorno in cui i dinosauri scomparvero dal pianeta Terra"
"Odiodelcielo!"
"Sissignora. A me verrebbe da vomitare a morire e resuscitare in continuazione per milioni di anni", dice il capo.
"Non dev'essere bello", aggiunge la signora.
"Sì, durante la resurrezione possono verificarsi effetti collaterali. Nausea, vomito, vertigini, depressione, sarebbe opportuno resuscitare affiancati da un team di medici preparati", dico.
"Un po' come fare uno sciopero della fame, con tutti i dottori che seguono l'andamento dei tuoi valori", dice il capo alla signora.
"Eh? che valori?", risponde la signora.
"Resurrezione della fame?", domando.
"Eh?"
"Fermi tutti!", urlano dal cratere.
In fondo al cratere c'è un gigantesco teschio umano, con le corna.
Uno della squadra sta frugando dentro un enorme portafogli trovato vicino al teschio. Ne estrae un documento. C'è la foto ingiallita di un cornuto. Di fianco alla foto ci sono i dati anagrafici. L'uomo che li legge sgrana gli occhi in silenzio. Un altro gli sfila il documento dalle mani. Legge ed emana un "AAH!" di stupore, e poi: "LUCIFERO!".
Sbatte a terra il documento. Tutti si alzano, gridano, piangono, si dileguano.
Raccolgo il documento. Lo sostituisco alla mia carta d'identità. Lascio la mia carta d'identità nel cratere.
Che ore sono? Le tredici e due.
Vado a mangiare.
16 gennaio 2008
E' un bel momento, non c'è che dire.
Io e Patti stiamo abbracciati sul divano, a casa sua. Dopo un po' leviamo la sicura e cominciamo a sparare colpi.
Ecco che suona il campanello. Incredibile, l'ultima cosa che poteva succedere. Siamo quasi nudi.
Vado ad aprire. C'è un vecchietto che chiede di entrare.
"Oh, ma sì, fallo entrare!", cinguetta allegra.
"Chi è?"
"Sono Joseph", risponde lui.
"Cristo, davvero?", domando.
"Davvero Cristo", risponde, e sorride.
"Si accomodi, Sua Santità!", dice Patti.
"Vi prego ragazzi, continuate pure", dice il Papa in borghese.
"Ci scusi!", risponde lei.
"Ma figuratevi!"
Joseph si tuffa sulla poltrona davanti al divano dove mi rimetto io.
Patti riprende le effusioni.
"Proprio davanti a lui?", domando.
"Massì! E' come farlo davanti a un gatto!"
"Non mi sognerei mai di prendere a calci in culo un gatto"
"Appunto!"
"Appunto che?"
"Faresti una cosa simile con il Papa?!"
"Chiamami pure Josi, mia cara", dice il Papa.
"Sta' a vedere", dico.
Per l'occasione mi rimetto gli anfibi.
"Cosa stai facendo?", domanda lei.
"Mi metto gli anfibi"
Salto verso la poltrona. Il braccio di lei mi riporta sul divano. Il calcio parte, ma a vuoto. E Josi aveva già alzato il braccio per coprirsi la testa.
"Sei impazzito?"
"Ok. Torniamo a noi. Poi ne riparliamo"
Dopo qualche minuto estraggo il preservativo. Lo sto per infilare quando una manina me lo sfila via dalla punta del glande.
"Figliolo, na na na na!", dice Josi, con il preservativo appeso al pollice opponibile.
"Ma Padre!", esclama Patti.
"Questo no ragazzi, non posso permetterlo"
"Ma padre!", urlo io, facendo il verso a Patti.
Mi sto già rimettendo i vestiti. Ignoro i lamenti di Patti. Dopo dieci minuti sono nel pianerottolo del condominio. Arrivo in strada, ecco l'auto. Apro la portiera. Non entro. Richiudo la portiera. Torno indietro. Salgo le scale. Arrivo alla porta di Patti. Provo ad aprirla. Bene, non l'aveva chiusa a chiave. Arrivo in sala e trovo Josi e lei a scopare sul divano.
E senza profilattico.
Potrei terminare questa storiella del cazzo facendo fuori entrambi. Ammazzare i protagonisti è un'ottima maniera di far finire le storie. Siccome non sono geloso resto a guardarli miagolando di tanto in tanto.
15 gennaio 2008
"Ti amo, ma poi dovrei ucciderti"
"Facciamo che prima mi uccidi e poi mi ami"
"Non sono necrofila, non così tanto"
"Niente paura, è solo una questione di igiene"
"Devo prima parlarne con il ginecologo"
"No, rivolgiti al tuo becchino di fiducia"
"Non mi fido dei becchini"
"Dagli tempo"
"Ci vorrebbero secoli"
"Già, poi con l'avanzare dell'età diventano più refrattari. Conosco un becchino secolare, in Puglia. Si è fatto fare la sezione del polpaccio fino al perone. Gli hanno contato ottocento anelli, più o meno"
"Come Saturno"
"Saturno non ha così tanti anelli"
"Però glieli hanno contati"
"Hai già deciso quando uccidermi?"
"Mi serve tempo"
"Andiamo in cortile"
Il cortile è coperto di sassi. Uno strato sassoso spesso centinaia di metri. L'estate scorsa ha piovuto molto. Sui giornali l'avevano annunciato, che sarebbero arrivati i lapidonembi. La gente non capiva. Tutti andavano ripetendo la notizia dei lapidonembi senza capire di cosa parlassero. Quando sono arrivati, il cielo è diventato azzurro. Non azzurro di sereno, erano proprio le nuvole ad essere azzurre. Sembrava un cielo disegnato con gli acquerelli in tonalità variabili dal blu notte al verde acqua. Poi sono arrivati i sassi. Hanno aperto i crani a persone e animali, distrutto i vetri, triturato le chiome degli alberi. Hanno coperto per cenitnaia di metri ogni cosa.
La superficie delle terre emerse era diventata un oceano di sassi.
Ci spingiamo fino al mare per cercare da mangiare. Polipi, cernie e un numero impressionante di cozze.
A volte arrivano sulla spiaggia i relitti delle imbarcazioni demolite dai sassi. All'interno troviamo corpi umani decomposti e irriconoscibili. Una volta nell'entroterra abbiamo scavato con le mani per qualche chilometro fino a trovare il tetto di una casa. C'era il camino, pieno di sassi. Probabilmente tutta la casa era stracolma di sassi.
Una volta siamo arrivati alle pendici del Monte Rosa, o di quello che ne rimaneva. Rispetto al suolo era alto un paio di metri. La cima.
"Come fai a dire che questo è il monte Rosa?"
"Tiro a indovinare"
"Scaviamo"
Abbiamo scavato finché dopo alcuni anni non è spuntato tutto il monte.
"Saranno almeno tre chilometri?"
"Anche quattro"
"Il monte Rosa è quattro, forse cinque"
"Quasi cinque"
"Ma è il monte Rosa?"
"Non lo so, così da vicino non l'ho mai visto"
"Da dove lo guardavi?"
"Da Milano"
"Sapresti riconoscerlo da Milano?"
"Sicuro"
"Andiamo"
"A sud ho conosciuto uno che mangiava i sassi"
"Quanto lontano?"
"Credo una settimana di cammino rispetto al presunto monte Rosa. Li ingollava come fossero noccioline. Durante la digestione si sentivano i tuoni, gli stessi tuoni che c'erano quando piovevano i sassi"
"E poi?"
"E poi niente, ciondolava sui sassi e ogni tanto li mangiava"
"Li masticava?"
"Non credo"
Attraversiamo tutto il continente. Arriviamo dall'altra parte, su una spiaggia identica a quella che abbiamo lasciato mesi prima.
"Non vedo il monte Rosa"
"Ci siamo spinti troppo in là, e poi non era il monte Rosa"
"Avevi detto che da vicino non sapevi riconoscerlo"
"Sì, è la stessa cosa, poteva anche essere il Monviso"
"Poteva essere un monte qualunque"
"E' la stessa cosa"
"E adesso?"
"Adesso niente"
14 gennaio 2008
I posti liberi nel parcheggio aziendale sono tutti occupati. Il dramma esilarante dell'arrivare a lavoro con un'ora e mezza di ritardo. Lascio l'auto in giardino. Si può perché c'è un passaggio asfaltato dalla strada interna al prato sterminato. Quando è estate ed è asciutto parcheggiano tutti in giardino, sotto i platani, sull'erba cipollina. In inverno è quasi sempre infangato, anche se non piove.
Quando stamattina ho aperto la portiera ho rovesciato metà gamba sinistra nel pantano. L'ho tirata fuori. Metà gamba impantanata. Ho provato a far uscire la gamba destra. Anche quella si è smerdata fino al ginocchio. Solo lì ho capito che non dipendeva dalle gambe. Davvero, dipendeva dal pantano.
Ormai impantanato, sono uscito dall'auto.
Il fango mi è arrivato alla vita. Sono tornato dentro. Ho partorito la brillante idea di uscire dal bagagliaio. Mentre uscivo ho incrociato lo sguardo del mio capo dietro la finestra dell'ufficio, lontano una cinquantina di metri dal giardino. Mi guardava sbigottito, con la bocca spalancata contro il vetro. Ben presto non sono più riuscito a vedergli la faccia a causa della condensa. Questo mi ha permesso di uscire goffamente, rotolando dal bagagliaio al suolo, cadendo con la testa nel fango.
Dopo una breve nuotata sono arrivato in portineria.
Ecco il capo.
"Io e il nuovo arrivato ti stiamo aspettando da un'ora"
"Scusami. Lo devo istruire io, vero?"
"Lo devi restaurare, non so se mi spiego"
"Non lo so nemmeno io"
"Bene"
Siamo andati nella saletta riunioni. Il nuovo arrivato ci aspettava seduto, rovesciato un po' sulla sedia e un po' sul tavolo, come se si fosse svilito di scuregge. Mi sembrava familiare.
"Lui è Ozzy"
"Ozzy?"
"Ozzy Osbourne, sì"
"Porcodio!"
"Scusa?"
"Rockn'roll!!!", ha urlato Ozzy recuperandosi dal tavolo.
"Scusa Ozzy, scusaci un attimo".
Ho trascinato il capo fuori dalla saletta.
"Cosa pensi di ottenere con quel coglione?", ho domandato.
"La figura che cerchiamo non esiste in Italia, lo sai vero? Ozzy è stato l'unico a proporsi, per altro in sottocosto"
"Appena gli passa la sbronza sparisce, e siamo punto a capo"
"Tranquillo, non gli passerà mai la sbronza"
"Non capisco"
"Cosa?"
"Mi impedisci di bere la mia sacrosanta brocca di vino in pausa pranzo, e intanto assumi questo relitto imbevuto d'alcool"
"Figliolo, stai parlando di un mito"
"Un mito come lui avrebbe smesso prima"
"Di bere?"
"No, di farsi vedere in giro. Sarebbe rimasto un mito. Tu non vedi Ozzy in saletta, cioè tu lo guardi mentre è in saletta, ma lo vedi sul palco dei tempi andati a cantare Supernaut"
"E' proprio così"
"Non può essere capace di configurare un pix o progettare una vlan in vpn"
"Un che?"
"Ora capisco"
Siamo tornati in saletta.
"Hey Ozzy!", ho gridato.
"Rockn'roll!", ha gridato Ozzy.
Con la bocca ho intonato l'intro di Paranoid alla chitarra.
Ozzy è salito sul tavolo cantando sulla mia lingua vibrante fino alla fine del pezzo.
Peraltro io ero rimasto muto per tutta la canzone, visto che mi ero adoperato solo per l'intro.
Grandioso.
05 gennaio 2008
Tutti noi esseri umani abbiamo nel cervello un'antenna.
L'antenna riceve i segnali dal supercomputer al centro della Terra.
Questo computer è stato programmato per imbastire la vita all'umanità intera.
Ogni essere umano riceve dal computer le direttive su cosa dire, cosa fare, cosa pensare, fin dall'antichità, fin da quando esiste la specie umana, e ancora prima, con qualsiasi essere vivente, e ancora adesso, con esseri umani e non.
Questa notte il computer centrale è andato a puttane.
Non è chiaro se è stato oggetto di sabotaggio o se si è incriccato da solo. Forse era stato programmato per incriccarsi. Forse solo apparentemente sembra un'avaria.
Fatto sta che tutti ci siamo svegliati bestemmiando. Ci siamo alzati dal letto, abbiamo aperto la finestra bestemmiando ad alta voce sulla strada, ricevendo in risposta altre e più colorite bestemmie dai passanti, che già avevano bestemmiato alla finestra della loro stanza. Al mercato gli avventori bestemmiano al personale, che a sua volta bestemmia orgoglioso in ogni direzione, senza riuscire ad effettuare un'azione di compravendita che sia una. Per le strade la cacofonia del consueto traffico quotidiano è stata sostituita dal brusio delle bestemmie sussurrate, alternate da improvvise scariche di moccoli urlati da chissà chi nella bolgia di umanità bestemmiante.
04 gennaio 2008
La notte di Natale sono andato a messa per far contenti i miei parenti. Mi avevano telefonato dal Canada e dall'Australia curiosi di testare il mio interessamento alla causa cattolica. Con loro evito di palesare tutto il mio disprezzo per la Chiesa, perché mi interessa mantenere un certo equilibrio in famiglia, senza per altro minare la loro rassicurante serenità spicciola.
Così mi sono recato in chiesa.
In fondo, dietro l'altare, un cartellone indicava "Buon compleanno, Gesù!".
Dopo un'ora di messa e fantasticherie varie, il prete con un cenno ha fatto portare dai chierichetti un carrello con una torta gigantesca, tipo quelle da matrimonio. A sentire i commenti del prete su quella torta c'erano duemilaesette candeline. Non lo so, ma in effetti erano tante e tutte fitte.
Tutti insiemme, me compreso il quale trovava la faccenda altamente esilarante, abbiamo intonato la canzoncina di auguri rivolti a Gesù in croce. Alla fine della canzone tutti si aspettavano che quel poveretto soffiasse sulle candeline. Invece stava ritto immobile inchiodato al legno e le candeline restavano accese in un unico falò. C'era chi insisteva "dai soffia, gesù!", chi si domandava "ma perché fa così?", "cosa c'è che non va?", "stiamo forse esagerando?", chi fissava immobile la torta con gli occhi lucidi.
Aiutato dai chierichetti, il prete ha tirato giù la croce. Ha schiodato Gesù e l'ha avvicinato alla torta, urlando alla statua di soffiare le candeline, urlandolo più e più e volte, l'ultima volta ha variato dicendo "fottute candeline". La testa del Gesù era così vicina alle fiamme che si era un po' annerita. Ha mollato la statua in braccio ai chierichetti. Con alcuni fedeli ha sollevato la torta, e l'hanno gettata contro la faccia di Gesù, insozzando anche i poveri chierichetti, i quali hanno mollato la presa sulla statua che è caduta sul pavimento spaccandosi in due a metà del torace.
Il prete ha dunque concluso la messa con la statua spaccata per terra e la torta disfatta sparsa per svariati metri quadrati.